L’avevo anticipato al termine della lettura di quel bellissimo romanzo dedicato ai tori: avrei letto quanto prima un altro libro, frutto del pensiero di Matteo Nucci. L’ho posticipato di qualche tempo per dedicarmi ad Adriano con le sue memorie, della Yourcenar, che da tempo chiedeva attenzione.
Poi è arrivato il suo turno: in due giorni, a letto per una fastidiosa e dolorosa enterocolite, ho preso tra le mani il volume.
Prestito dell’amica Daniela, come il precedente; i consigli letterari di questa carissima amica, tra le mie predilette, sono sempre preziosissimi ed acuti, ben diversi da quelli politici che, poverina, non ha manco più il coraggio di manifestare.
Pensandoci, lei così politicamente schierata, ha dei buoni motivi per piangere sul partito nel quale milita, visto il leader che si ritrova (sindaco, segretario, presidente, tra un po’ forse anche alla Ue, all’ONU e, perchè no, presidente di qualche consorzio galattico che vada in cerca di Goldrake).
Torniamo al libro: non lo definirei un romanzo e nemmeno un saggio, ma uno dei libri da leggere, da non perdere.
Protagoniste sono le lacrime, il pianto nelle opere omeriche, fondamento della nostra civiltà.
Ricordo un enorme libro di epica, si chiamava così ai miei tempi, una parte del programma di italiano della scuola media.
Librone di epica spesso come un dizionario, forse il più voluminoso dei volumi che abbia mai utilizzato a scuola: ricordo che mi piaceva leggere le storie degli dei e degli eroi greci, ancora prima che la professoressa ce ne avesse parlato.
Mi sono sempre piaciuti i miti greci; solo di recente ne ho scoperto la miseria psichica, allora mi parevano favole affascinanti che trattavano di avventure, astuzie, guerre ed amori.
Lacrime, dunque, e sangue; rabbia, sconfitta, dolore, frustrazione e morte: Platone e Omero ma non solo.
Platone c’è sempre, a suo agio tra i tori dell’Andalusia e tra le opere del vate cieco che amava sicuramente ma di cui stigmatizzava i pericoli. L’educazione di un uomo nuovo come il filosofo doveva prescindere dalla poesia. Nucci ce lo spiega con brevi efficaci tratti.
Quel che più mi ha colpito del libro è la capacità di trasmettere emozioni, di far percepire al lettore l’entusiasmo, l’emozione che è all’origine dei suoi lavori.
Rende interessante, appassionante, l’oggetto dei suoi viaggi, delle ricerche, del lavoro che ha compiuto.
Questo è il bello: c’è un patrimonio di informazioni ma trasmesso con quel colore intellettuale che è la passione.
La poesia, come l’arte è pensiero, così anche la corrida.
Il toro accomuna entrambi i libri; in uno è il protagonista, nell’altro compare fugacemente, nel mito di Ampelo.
Questi era un bellissimo giovane di cui era invaghito follemente Dioniso: unico essere da cui doveva guardarsi era il toro; come sempre accade il porre una proibizione induce in tentazione, cioè pone un punto fermo attorno al quale, poco alla volta, il pensiero si avviluppa, incespica e rischia di morire. Un po’ come la favola di Barbablù. Ampelo incontra il toro e, manco a dirlo, lo cinge di corone di fiori, prova pure a cavalcarlo e finisce com’è ovvio. Dioniso, il dio che non sapeva piangere si scioglie in calde lacrime, che unite al sangue dell’amato danno origine al vino, bevanda che dona l’ebbrezza.
Il toro porta la morte, come nella corrida.
Il torero, nell’arena, non è forse l’eroe greco che, di fronte al pericolo imminente, sa trattenere le lacrime e controllare le emozioni, alle quali potrà concedersi dopo, una volta ottenuto il trionfo… trionfo e gloria.

Il torero e l’eroe sono mossi dallo stesso pungolo: dominando le passioni, saper vincere l’avversario, trionfare con l’astuzia (come Ulisse) ed ottenere la gloria, un surrogato di un’immortalità, che altro non è che l’incapacità di vivere la vita nella sua straordinarietà ordinaria.

La vita è già, in quanto umana, straordinaria, fuori dall’ordine naturale delle cose, ma per il torero questo non basta, così come per l’eroe; a entrambi serve la gloria, salvo scoprirne l’inconsistenza, come avrà modo di constatare Ulisse dalle parole dell’ombra di Achille, nell’Ade.

Esistono due tipi di lacrime ed in questo sono concorde: quelle che saranno feconde di vita e quelle sterili e mortifere; le prime sono quelle del lutto, manifestazione del dolore reale che si prova in certe occasioni, le seconde sono quelle che promanano da un lutto inesistente, che non finisce mai, le lacrime del melanconico.

La Grecia è una delle nostre patrie ideali, non c’è cittadino occidentale, europeo che possa prescindere dalla cultura greca, tuttavia questa non è propriamente una madre, piuttosto una matrigna che ci ha portato in dote l’inganno millenario di una metafisica dell’ente che tanti danni ancora produce.

Il pantheon greco è un’accozzaglia di debili psichici che si combattono meschinamente e si tradiscono senza ritegno: nemmeno il sommo Giove è sovrano legittimo, ha spodestato il padre e si è divorato la prima moglie, Metis che gli aveva predetto la nascita di un figlio che gli avrebbe riservato la stessa sorte.

Ci racconta Nucci questa storia che proprio non conoscevo, quella dell’astuzia dell’intelligenza, Metis, alleata di tutti i ribelli che hanno spodestato i sovrani, fino a Giove che le ritorce contro le sue stesse armi, la ingravida e la divora.

Da questa unione nascerà Atena, dal cervello del padre e senza madre.

Oltre agli dei, anche gli eroi greci sono dei derelitti: la lite, così funesta per le tante vite bruciate, tra Agamennone e Achille per la schiava Criseide ci rivela quale posto avesse l’onore tra i valori greci.

Onore a costo di tante vite.

Una civiltà angosciata che non sa trovare una vita d’uscita adeguata.

Nemmeno il cristianesimo ne resterà immune ed ancora ne paga le conseguenze.

Matteo Nucci ci ha offerto in questo libro uno scorcio impensato ed inaspettato del pensiero omerico e platonico: ne esco arricchito per la dovizia di nuove scoperte e questo, ancora una volta, è motivo di gratitudine.

Sono andato a cercarmi anche gli articoli che ha pubblicato su vari giornali, me li leggerò poi con calma, sicuro come sono di trovare stimoli, il che non è poco.