Perchè leggere e provare a sintetizzare un libro imperdibile come quello di George L. Mosse intitolato “Le guerre mondiali. Dalla Tragedia al mito dei caduti”?

La suggestione, meglio sarebbe chiamarla voglia, mi è venuta, storicamente, parlando, grazie al regalo di un volume, ricevuto dagli amici Gabriele Trivelloni e Silvia Sangiorgi.

Non era di Mosse, ma di Alberto Mario Banti, un altro autore di quelli che non si possono ignorare e trattava di storiografia “Le questioni dell’età contemporanea”; dalla bibliografia di quel volume  è scaturita l’idea di leggere le opere di Mosse.

Dunque perchè leggere quest’opera (che non sarà l’ultima di questo autore)?

A me interessa soprattutto perchè descrive e documenta la nascita di un mito, ovvero di un inganno.

Un inganno che ha trovato l’approvazione sociale, altrimenti non avrebbe potuto reggere a lungo, e che ha prodotto effetti a dir poco devastanti.

Il mito è un discorso che si sovrappone alla competenza di pensiero individuale e la sottomette; potrebbe essere paragonato ad un parassita: non può vivere senza l’organismo di cui si nutre.

Mi viene in mente Tolkien che spiega la nascita degli orchi come una depravazione degli elfi ad opera di Melkor: questo non può creare autonomamente, può soltanto deturpare qualcuno che già vive.

Citazione da Il Silmarillion: « Tutti coloro dei Quendi [gli Elfi] che caddero nelle mani di Melkor furono imprigionati in Utumno prima che esso fosse distrutto e per mezzo di lente arti crudeli vennero corrotti e resi schiavi; e così Melkor generò l’orrenda razza degli Orchi che sono un atto d’invidia e di scherno verso gli Elfi, dei quali in seguito furono i nemici più irriducibili.»

Il criterio di giudizio è quello ormai noto: amicizia, indifferenza, ostilità al pensiero.OrchiT

Ci sono numerose parole e concetti che è bene passare al vaglio di questo criterio e non tanto per motivazioni storiche quanto attuali.

Fratellanza o fraternità, cameratismo, esotismo, eccezionalità dell’esperienza, virilità, eroismo, nazionalismo, religione civile della patria, cristianesimo, morale … un breve elenco di questioni che oggi non meno di un secolo fa richiedono soluzione.

Due esempi dalla cronaca, banali banali:

cosa ha a che fare con il cameratismo l’orda di teppisti olandesi al seguito della squadra di calcio del Feyenoord, che ha devastato Roma alcuni giorni orsono?

Stamattina ho sentito alla radio che la relazione annuale della commissione antimafia avrebbe criticato la Chiesa cattolica per avere fatto poco nella lotta alla mafia: è questione rilevante?

E lo sballo alcolico o l’uso di droghe, gli sport estremi, i cellulari, i tatuaggi, il politicamente corretto, il terrorismo islamico c’entrano in qualche modo? … mi fermo qui.

Si parla di amicizia, indifferenza, ostilità al pensiero.

Ecco dunque il Mito dell’Esperienza della Guerra, come ho provato a sintetizzarlo con la speranza che questo faccia venire voglia ad altri di lavorarci. Questi sono introduzione e primo capitolo.

La realtà terribile dell’esperienza della Grande Guerra è stata trasformata in un mito, quello dell’Esperienza della Guerra che conferiva all’evento bellico un senso positivo, sacrale. Com’è accaduto questo?

Alcuni elementi che hanno contribuito sono stati:

  1. il cameratismo, come forma di comunità significativa, e antidoto contro il sentimento di solitudine della modernità;
  2. il lutto che, sebbene diffusissimo, venne trasfigurato in motivo di orgoglio per avere sofferto per una giusta causa; nella guerra, specie i reduci, divisi tra l’orrore del ricordo e la necessità di darvi un senso, cercarono motivazioni alte e nobili che giustificassero il sacrificio compiuto;
  3. le nazioni legittimarono soltanto le memorie di chi nella guerra aveva trovato elementi positivi; il lavoro consolatorio ebbe luogo, oltre che nel privato, pubblicamente e per farlo vennero messi in risalto i valori del combattimento e del sacrificio piuttosto che l’orrore della morte in guerra.

La letteratura fu spesso al servizio di questo compito: trasformare la memoria sgradevole del passato in una sua positiva accettazione e non solo per spirito di consolazione ma come base fondante la nazione stessa per cui si aveva combattuto.

La memoria della guerra si trasformò in esperienza sacra che fornì alla nazione un nuovo sentimento religioso con tanto di santi, martiri e luoghi di culto; l’idea di morte e risurrezione si trasferì dal singolo soldato alla nazione, creando in questo modo una nuova religione civica.

L’esperienza di guerra venne sacralizzata ma anche, nel contempo, banalizzata tramite associazione a oggetti di uso quotidiano, teatro popolare e turismo sui campi di battaglia (specie ad opera di chi non aveva partecipato agli eventi bellici o era troppo giovane e, com’è ovvio, avversato dai reduci).

Il Mito non si sviluppò tanto durante la guerra quanto nel dopoguerra e diversamente in ogni paese a seconda di varie condizioni; quello dove ebbe maggiore accoglienza fu la Germania, sconfitta, dove influenzò in maniera importante il periodo tra le due guerre mondiali.

Due domande importanti sorgono dalla questione del Mito della Guerra:

il confronto con l’esperienza della guerra e la morte in guerra hanno prodotto l’addomesticamento della guerra moderna, ovvero la sua accettazione come parte naturale della vita politica e sociale di un paese?

il Mito dell’Esperienza della Guerra ha legittimato una brutalizzazione e indifferenza verso il destino del singolo essere umano, accentuata ulteriormente nelle guerre odierne?

Ora si tratta di vedere la storia di questo Mito.

Nel 1914 tutti gli elementi che concorreranno a formare il Mito dell’Esperienza della Guerra erano pronti per essere elaborati, in virtù dell’esperienza maturata a partire dalle guerre conseguenti alla Rivoluzione francese.

Nacque con le guerre della Rivoluzione francese e quelle prussiane di liberazione dalla dominazione napoleonica; prima di allora gli eserciti erano costituiti da mercenari o comunque da coscritti che vivevano ai margini della società.

Gli eserciti rispondevano ai generali che li avevano assoldati e sapevano come e quando por fine agli scontri, indifferenti comunque all’esito delle battaglie ai cui interessi loro erano, comunque, abbastanza estranei: il mestiere del soldato, non a caso, era ritenuto poco onorevole.

Con la Rivoluzione francese, invece, la necessità di difendere la Francia e i suoi ideali rivoluzionari, dalle truppe straniere intenzionate a soffocarli, fece sì che migliaia di cittadini, in gran parte borghesi, si offrissero volontari, intenzionati a difendere ciò che stava loro a cuore: non solo gli ideali ma anche la concretezza di una vicinanza di ceto sociale e a volte famigliare: il volto dei soldati diventò quello di compaesani, amici o parenti, il cui destino non poteva lasciare indifferenti.

Nonostante le esigenze belliche imposero, nel 1793, la proclamazione della levée en masse, questa non offrì tanti soldati quanto i volontari, colti, che divennero i custodi e i propagandisti dell’ideale dell’esperienza di guerra.

Ancor meno il loro sacrificio, che andava, in un qualche modo, legittimato e giustificato: la morte del soldato offri lo spunto per la nascita di miti, in primis il Mito dell’Esperienza della Guerra.

Volontari borghesi colti e cittadini soldati muniti di un nuovo status (non più l’aura negativa che sviliva l’attività militare) furono le figure che permisero la nascita del nuovo mito; fino ad allora, infatti, non era richiesta ai soldati nessuna adesione “ideologica” agli scopi della guerra.

Le guerre legate alla Rivoluzione, invece, non più concepite come lotte dinastiche, indifferenti agli interessi del popolo, divennero guerre nazionali, per un ideale che trovò i  propri simboli nella bandiera e nell’inno nazionale: dalla dinastia alla patria, dal monarca alla nazione.

La Repubblica onorò, di conseguenza, i suoi morti, che celebrava nelle feste della Rivoluzione, occasione di autorappresentazione della nuova nazione: nacque il culto del soldato caduto per la patria.

Il soldato diventò professione alla portata di tutti ed altamente stimata, questo permise ai volontari colti di creare i miti e i simboli che sarebbero andati a sostituire la dura realtà della guerra e della morte.

In Germania, anzi in Prussia, ci furono condizioni particolari: il mito del volontario colto appartenente alla classe media fu particolarmente forte in questo paese che, a differenza della Francia, potenza egemone in Europa, si trovò a combattere le guerre di liberazione da Napoleone.

Federico Guglielmo III lanciò l’appello alle armi, nel 1813, questo si trasformò in un’insurrezione popolare  la cui aspirazione fu poi concepita come mirante all’unità tedesca, la Volksseele.

In realtà questa guerra fu più contro la Francia o per la rinascita dello stato prussiano che pro unificazione della Germania che non esisteva come paese ma, retrospettivamente, dalle generazioni successive, sarà letta come nascita dello spirito nazionale.

I volontari fecero uso di parole e canzoni per diffondere il messaggio; il romanticismo, inoltre, valorizzò la poesia nazionale mentre il pietismo, da sempre, sottolineava l’interiorità e la ricerca di valori assoluti, di edificazione e illuminazione spirituale.

A metà Ottocento, e solo in Germania, vennero edificati monumenti in ricordo di poeti e volontari (fino ad allora erano riservati solo a sovrani e condottieri) e qui soltanto il ruolo dei poeti fu di tale importanza.

Poesie e canzoni  permettevano una facile memorizzazione e ripetizione, potevano essere musicati e non necessitavano di sviluppare argomentazioni o rispettare i criteri della ragione e della logica: nacquero in questo periodo gli inni nazionali.

Agli inizi dell’età moderna si svilupparono anche gli ideali del cameratismo, la ricerca di un senso per la vita e la conferma della virilità, che ebbero poi un particolare rilievo.

La virilità fu intesa come simbolo di rigenerazione personale e nazionale, contro il degrado della vita morale e conseguentemente dei costumi.

Il cameratismo segnò la rottura con una civiltà ritenuta sempre più impersonale e opprimente nella sua complessità, che sembrava schiacciare e comunque emarginare il singolo.

Cooperarono certamente anche gusto dell’avventura, impulso al saccheggio, aspettativa del bottino ma il Mito dell’Esperienza della Guerra si fondò soprattutto su desiderio di cameratismo, rigenerazione personale e nazionale e nuovo senso della vita.

La fratellanza non fu solo uno slogan rivoluzionario ma una conseguenza necessaria della rivoluzione che assumeva i contorni della concretezza sia nella cosiddetta “ordinarie”, unità di base dell’esercito francese che condivideva lo stesso rancio, sia nei “Corpi Franchi”, unità reclutate dagli ufficiali.

Dell’esperienza di fraternità i reduci della Grande Guerra cercarono di farne esperienza di governo, in opposizione ai partiti politici e ai parlamenti.

Notevole importanza ebbe anche il sentimento dell’eccezionalità: si fuggiva dalla routine quotidiana per entrare in un mondo nuovo, con tanto di benedizione ecclesiastica a sottolineare la straordinarietà dell’evento.

Unito allo straordinario c’era l’idea della missione sacra che liberava dal “logorio della vita moderna” e per cui valeva la pena sacrificare la vita stessa.

La società borghese iniziava a dettare le regole della morale ed  relativi comportamenti e durante le guerre napoleoniche il nazionalismo seppe inglobare l’ansia di rispettabilità borghese tanto questi conflitti vennero combattuti, su entrambi i fronti,  in nome del patriottismo e della morale.

L’istruzione diventò uno strumento per formare il carattere e trasmettere gli imperativi morali cui attenersi: costume e morale borghesi si consolidarono.

Moralità, virtù, fede, legge e coscienza erano riconquistabili attraverso la guerra e la virilità ne era l’incarnazione che si concretizzava nell’esercizio della guerra.

La vita virile, vissuta fuori della famiglia, in Prussia nel Männerbund, cameratismo maschile, permetteva di sfuggire ai vincoli della società borghese.

Tutti i paesi hanno avuto l’esperienza dei volontari ma non in tutti questa ha contribuito a creare il Mito dell’Esperienza della Guerra. Tipico esempio la Volunteer Force inglese che non ha altro scopo che far socializzare le classi inferiori e distogliere i giovani dai rischi della vita moderna.

Al contrario, a metà Ottocento, l’esperienza della guerra d’indipendenza greca, fu il grande evento del romanticismo, con la caratteristica peculiare che l’amor di patria (la propria) fu traslato su quella altrui grazie ad un ideale universale.

Nonostante i pochi volontari stranieri, in buona parte disillusi di fronte a condizioni non esattamente romantiche, gli ufficiali, mossi da interessi (ricerca di un lavoro dopo la fine dell’esperienza napoleonica) e i rivoluzionari italiani sconfitti, il Mito dell’Esperienza della Guerra poté affermarsi grazie al contributo essenziale del suo cantore, in questo caso Lord Byron.

Comparve qui il mito dell’esotico che avrà parte anche durante la Grande Guerra e che consisteva nella possibilità di vedere luoghi strani e diversi; la guerra poté essere vista anche come “festa” che permetteva l’uscita dall’ordinario.

Nella guerra d’indipendenza greca il mito trionfò sulla realtà ed aprì anche spazi per ideali diversi da quelli fino ad allora in auge: la natura sovranazionale dell’evento aprì orizzonti per fedi diverse dal nazionalismo imperante.

La  morte in battaglia (e Byron, seppur morto di malattia, venne comunque celebrato come un caduto) restò l’evento clou dell’esperienza bellica personale ma il Mito dell’Esperienza della guerra riuscì a trascendere l’evento trasformandolo: i caduti furono onorati ricorrendo ai temi classici (eroismo) o cristiani (resurrezione di Cristo), i cimiteri divennero lo spazio sacro di una nuova religione.