Continuo l’opera di sintesi di quel libro fantastico di George L. Mosse che ha per titolo “Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti”.

Oggi veniamo al capito VI, dedicato alla natura ed al suo utilizzo politico.

L’importanza della natura è già stata sottolineata varie volte; ora si tratta di darne qualche ulteriore chiarificazione.

La natura fu utilizzata per nascondere l’orrore impersonale della guerra e riportarla agli ideali preindustriali di individualismo, cavalleria e conquista.

Alpi innevate e cieli azzurri delle Fiandre rimandavano a paesaggi incontaminati da possedere e pure alla terra natia, luogo di pace e d’innocenza.

La stretta unione tra soldato ed ambiente circostante si rifletteva sul comune destino di morte e distruzione, ma rimandava anche allo spirito consolatorio della resurrezione.

La natura fu vista come autentica (come sosteneva il movimento giovanile tedesco) e seppur malinconicamente destinata alla distruzione a causa della guerra, essa non solo risorgeva ma era eterna e in ciò consolante perchè sembrava legittimare il sacrificio del tempo di guerra.

I tedeschi specialmente apprezzarono l’albero e la natura come simboli di innocenza, ed infatti i boschi degli eroi ebbero particolare successo; i boschi garantivano anche la continuità storica nazionale e, in Germania, l’idea della resurrezione dopo la morte invernale.

Ovunque, comunque, la natura venne associata al culto del soldato caduto e contribuì a rafforzare il conservatorismo del nazionalismo moderno.

Interessante una citazione dal poeta tedesco Hermann Löns, morto combattendo nel 1914: “Che cos’è la cultura? qual è il significato della civiltà?  Una vernice sottile, sotto cui la natura scorre,in attesa che compaia una crepa attraverso la quale erompere all’aperto”.

In Inghilterra l’associazione tra natura e caduti fu più di tipo pastorale: i fiori sulle tombe miravano a ricordare i cimiteri di campagna, la patria ed un clima famigliare; il papavero divenne (ed è tutt’oggi) il fiore commemorativo inglese per ricordare i caduti in guerra, grazie alle fioriture sui campi di battaglia della Somme.

Per gli inglesi, a differenza dei tedeschi, non c’era la necessità di connettere la natura ad un passato nazionale ed in effetti il papavero fioriva sia da una parte che dall’altra del fronte; comune ad entrambi, invece, è la simbologia della rinascita/risurrezione della natura, che rimanda al sacrificio, non inutile, dei caduti.

In Germania ci fu un tentativo di utilizzare come fiore simbolico il giglio bianco visto che il colore rimanda ancor oggi al concetto di morte precoce, ma fu un fallimento perchè il richiamo era, comunque, all’idea di morte generica, non specifica per i caduti.

Il massimo utilizzo della natura per celare e trasfigurare la paura della morte si ebbe al termine del conflitto quando anche la risistemazione dei campi di battaglia contribuì a creare una sorta di ricordo romantico della tremenda situazione precedente, utilissimo per lo sviluppo del mito dell’esperienza della guerra.

La maggior beneficiaria di questo utilizzo della natura fu la nazione che lo sfruttò  per ottenere l’occultamento della guerra. In Germania, ad esempio, le montagne che in precedenza avevano rappresentato la nazione come forza di volontà, semplicità e innocenza dell’uomo, successivamente divennero il simbolo della fibra morale del Volk, il suo spirito.

Se nel Sette Ottocento le montagne rimandavano alla libertà individuale, poco alla volta arrivarono anche a identificare  la liberazione nazionale;  dopo la guerra l’alpinismo fu riconosciuto come un’esperienza interiore e una certa condotta morale che rispecchiavano la forza e la purezza della nazione .

La mistica della montagna nacque prima nei paesi alpini come Italia ed Austria, ma dopo la sconfitta, si diffuse anche in Germania dove divenne simbolo di virtù, decoro e devozione alla nazione.

Le montagne rappresentano l’eternità, la purezza, la libertà da condizionamenti e meschinità: l’uomo che la conquista è il patriota, risoluto, semplice, bello, puro, ideale.

CI fu un boom della filmografia di montagna che seppe ricavare dai neutri romanticismo e vittoria, lotta e dominio  un orientamento politicamente conservatore con le opere di Franck e della Riefenstahl.

Nelle guerre alpine, come in quelle aeronautiche, si ripropose lo scontro individuale, non quello spersonalizzato, ma lo scontro da uomo a uomo, secondo gli ideali cavallereschi.

L’ideale della montagna era essenzialmente preindustriale e aristocratico: esaltava l’eternità e la stabilità contro i mutamenti dell’epoca industriale ed il merito individuale contro il materialismo delle masse; ciò che era valorizzato erano i valori da sempre tipici del nazionalismo: onestà, lealtà, tenacia, capacità di lotta.

La conquista della montagna divenne un surrogato della guerra in tempo di pace.

Il mito dell’esperienza della guerra si appropriò della conquista delle montagne e, a pari livello, di quella del cielo.

Per i piloti valse una considerazione che non ebbe nessun’altra figura, non meno tecnologica (ad esempio i macchinisti del treno), perchè il cielo, luogo di dimora degli dei, la solitudine dell’aviatore , la velocità e lo spirito dell’avventura erano caratteristiche uniche.

L’aereo permise di giungere a un compromesso tra il desiderio di utilizzare le nuove tecnologie e la loro paura; questo rese possibile, inoltre, la nascita di un’élite di cavalieri, custodi del popolo e della nazione contro l’impersonalità della modernità.

L’aviazione non demitizzò il mondo, anzi, ampliò il raggio dei miti che avevano a che fare con natura e nazione.

L’aeroplano divenne simbolo di salvezza nazionale soprattutto in Francia, prima che in Germania (durante la guerra franco prussiana Gambetta aveva lasciato Parigi in pallone) dove l’attenzione alla flotta lasciò l’aviazione ai margini, come uno sport avventuroso.

L’aviatore divenne simbolo dell’uomo nuovo; in Germania fu la sintesi del meglio della nazione: egli poteva vincere le incertezze della natura attraverso le sue qualità umane più che in virtù della tecnica.

Gli aviatori furono considerati i cavalieri del cielo, con chiari rimandi al mondo medioevale e all’idea del combattimento cavalleresco tra persone che si guardano apertamente in viso, di contro all’impersonalità di mitragliatrici e carri armati.

L’aviazione, inoltre, fu il terreno in cui fiorì l’ideale del cameratismo: tutti i piloti, a prescindere dalla nazionalità erano ufficiali, volontari e non coscritti; spesso erano personaggi che già si erano distinti in combattimenti a terra, come nel caso di Francia ed Italia, che presero molti aviatori tra gli alpini.

L’aviazione fu dunque un corpo di élite, di volontari provati dalla guerra, entusiasti e, uguali nel rango, tutti coraggiosi ed entusiasti “fratelli”.

La descrizione della guerra aerea attinse, oltre che dall’immaginario medioevale, da quello del mondo della caccia, unendo, in Inghilterra, l’ideale sportivo aristocratico per eccellenza, con quello della guerra dei cieli.

La Terre des hommes di  Antoine de Saint-Exupéry fu un libro che ebbe un enorme successo in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, democrazie parlamentari, che avevano necessità di miti e di leadership, ed il volume ne offriva: morte senza paura, entusiasmo giovanile, compimento del dovere e cameratismo: miti d’élite non certo a portata delle masse.

Negli Stati Uniti la mistica elitaria di Charles Lindbergh era borghese e cavalleresca, anglosassone e fondamentalmente antidemocratica, che tentava di salvaguardare gli ideali propri del mondo anglosassone contro l’orda di immigrati che si accalcava alle frontiere.

Tutte le percezioni della natura descritte, i campi ordinati e verdeggianti (grazie al riordino dei campi di battaglia), i cieli tersi e le pure montagne innevate contribuirono a nascondere l’aspetto crudele della guerra, rendendola più accettabile; la natura simboleggiava ad un tempo la pace ed il riposo e lo spirito d’avventura, la conquista, il dominio e la vittoria.

In Germania questa percezione fu utile per sminuire l’idea di sconfitta perché i monti ed i cieli continuavano ad essere tali e a spronare gli uomini alla loro conquista mediante la cura della virtù.

La natura così intesa fu abilmente legata al nazionalismo, ed ad un elitarismo politico che fu sfruttato abilmente dalla destra europea, in tutto il continente, anche se con diversi gradi e sfumature.

Tutti questi miti legati alla natura erano, comunque, orientati ad un passato, perduto, ad un’innocenza smarrita: se il loro effetto fu poco significativo nelle nazioni vittoriose, in Italia servirono a rafforzare il fascismo ed in Germania a legittimare il nazionalismo völkisch.

L’idea di possedere l’eterno della natura, mediante l’esercizio delle virtù, così dominandolo fece sì che tutti coloro che in questo ideale non rientravano dovessero essere distrutti (se nemici interni) o espulsi (se razze inferiori).