Scoperta di un amore che non c’è.

Parto da un inizio lontano: quando ero il reuccio incontrastato di casa mia. Poi è venuto un fratello che non volevo (“lo butto dalla finestra” è il mio ricordo più antico); un fratello ch mi ha detronizzato da subito.

Di me dicevano che alla nascita ero davvero brutto (non ricordo una mamma che dica del proprio figlio neonato che è brutto, ma se non mi differenzio dagli altri non sto bene, si sa no?), lungo spropositato e perciò magrissimo, pelle e ossa (lo so che adesso nessuno ci crederebbe mai, ma ho fior di testimoni), nonostante il peso non proprio da fuscello (attorno ai 3,800 kg).

Solo dopo essermi nutrito abbondantemente con il latte artificiale me so’ aripijato e sono venuto fuori uno splendore di pargolo, ma la battaglia è stata impari: mio fratello, nato tre anni dopo, era biondo con gli occhi chiari e vergognosamente paffuto, con guanciotti e cosciotti tirabaci: è divenuto subito il prediletto. Ho rosicato e non poco ed è stato un errore di quelli che si pagano.

Ne è nata una mentalità di competizione per avere attenzione e amore, secondo l’idea che obbedendo, diventando il bambino modello avrei potuto ottenere quel che cercavo e desideravo sopra ogni cosa.

Questa idea mi ha accompagnato durante tutta la carriera scolastica, con risultati decisamente buoni: primo della classe alle elementari, primo ex aequo alle medie, un non malvagio 57/60 al liceo. Ma intanto l’edera, che è un parassita, si avvinghiava e metteva radici e cresceva rigogliosa più che mai. Edera ovvero la teoria dell’amore, di un amore da conquistare a quasi qualunque prezzo (di pensiero) ed il costo, uno dei tanti, è stata la scissione tra amore e libertà.

Dove c’è amore non ci può essere libertà, perché l’amore si conquista attraverso obbedienza e sottomissione; a chi? a qualcuno ritenuto onnipotente e autosufficiente, rispetto al quale non si è nulla, qualcuno che ha qualcosa da cui il soggetto è escluso (la teoria del fallo).

Il rischio della libertà è la solitudine di chi, inevitabilmente, perderebbe l’amore: angoscia sequitur.

Oggi la questione interessante è, parafrasando Lacan (un discours qui ne serait pas du semblant), elaborare un “discorso che non sia di guerra”, perché la finzione lacaniana viene sostituita dalla guerra ovvero guerra è una delle declinazioni che assume la finzione.

Guerra ovvero filantropia, a seconda della formazione  reattiva, ma sempre di assenza di pace si tratta.

Chiamare le cose con il proprio nome, cioè giudicare gli atti subiti (per quel che sono stati) e la connivenza con l’offensore, sono un primo buon passo per lasciar cadere le teorie.

Cos’è, in fondo, questo amore così ricercato? È l’aspirazione al diventare come questo presunto detentore dell’amore, un essere autosufficiente, chiuso in sé stesso, Narciso che si contempla nello stagno. La trappola è proprio questa: si tratta di un amore che non esiste.

La parola amore andrebbe bandita dai vocabolari di tutto il mondo perché, ormai, talmente equivoca da non permetterne un uso che non sia un puro semblant. L’equivoco sulla parola amore non è mai a costo zero, qualcuno che paga c’è sempre; chi ha pagato, poi, normalmente continua a farlo ma non si accontenta di questo ed a sua volta la farà pagare a chi potrà.

Guerra, che produce guerra.