Questo post nasce da un’interruzione.

Mi è accaduto di interrompere bruscamente un rapporto di conoscenza con una persona dopo che, per un bel periodo di tempo, avevo intrattenuto una certa frequentazione telefonica.

Mi sono ritrovato, improvvisamente, scombussolato nelle mie “quasi” abitudini, cioè mi veniva spontaneo attendermi una telefonata o almeno un messaggio, mi ero predisposto ad una certa continuità che è venuta meno.

Non me ne sto lamentando, mi limito a rilevare quanto mi accade e che descrivo come elaborazione di un piccolo lutto, niente di drammatico.

Un altro evento è forse collegabile: come la volta precedente, quando mi rifeci il naso, anche per il timpano, ho nascosto, per quanto possibile, a tutti il ricovero in ospedale.

Tutto in solitario, sebbene mi dichiari e sia convinto di esserlo, una persona decisamente socievole ed espansiva che, però, incontra ostacoli al rapporto con l’altro.

Un altro desiderato ma, contemporaneamente, allontanato, tenuto a distanza.

Ricordavo  tempo fa che, in gioventù, amavo fare regali agli amici piuttosto che riceverne, ma il che, in fondo, non era vero: quel che facevo era mettere alla prova l’altro che, normalmente, falliva.

I miei altri sono tutti (quasi tutti) fallimentari o assenti così che ritengo tocchi a me colmare il vuoto, il buco che l’altro, pur desiderato, ha lasciato.

Cortesia e disponibilità che da anni cerco di tenere come barra del mio agire sono dunque degli scibboleth, ma politicamente corretti, perchè scibboleth serve per distinguere amici da nemici e far fuori questi ultimi.

Il libro dei Giudici, capitolo 12, 5-6 racconta l’episodio: Occupaveruntque Galaaditae vada Iordanis, per quae Ephraim reversurus erat. Cumque venisset ad ea de Ephraim numero fugiens atque dixisset: “Obsecro, ut me transire permittatis”, dicebant ei Galaaditae: “Numquid Ephrathaeus es?”. Quo dicente: “Non sum”, interrogabant eum: “Dic ergo: Scibboleth” (quod interpretatur Spica). Qui respondebat: “Sibboleth”, illud recte exprimere non valens. Statimque apprehensum iugulabant in ipso Iordanis transitu. Et ceciderunt in illo tempore de Ephraim quadraginta duo milia.”

Termine poi utilizzato da Freud dove infatti “lo scibboleth [che] contraddistingue i partigiani della psicoanalisi dai suoi avversari”.

Se l’altro è assente ed a me tocca riempire il vuoto non può venirne nulla di buono.

Debbo al Romano Pontefice felicemente regnante, Francesco, un’idea interessante su Maria di Magdala.

Narra il Vangelo di Giovanni che Maria di Magdala il giorno dopo il sabato si reca al sepolcro dove era stato sepolto Gesù, come presumo si faccia coi defunti sino al giorno d’oggi, ignoro però le consuetudini del tempo.

Maria, insomma, va a trovare il proprio maestro? leader? guru? capo? insomma va al sepolcro di quel Qualcuno cui teneva molto. Lo trova senza la chiusura della pietra così che se ne scappa da Pietro e da Giovanni per annunciargli il furto del cadavere di Gesù: “Tulerunt Dominum de monumento, et nescimus, ubi posuerunt eum!”

Immagino che abbia pensato, abbondantemente sconvolta: “già che l’hanno crocifisso, pure il corpo hanno fatto sparire?! quanto scomodo doveva essere questo Rabbuni!!!”

Pietro e Giovanni, presumo non meno turbati corrono sul luogo a vedere e trovano come gli era stato riferito; Maria si trattiene all’esterno del sepolcro e piange.

Piangendo disperatamente si sporge verso l’interno del sepolcro e vede due angeli che le chiedono il motivo di tanta disperazione; “Tulerunt Dominum meum, et nescio, ubi posuerunt eum”, la sconsolata risposta.

Nemmeno gli angeli, giustamente, la scuotono, non è donna isterica o di facili entusiasmi; senza far chissà che di straordinario si gira e vede Gesù ma non lo riconosce (ribadisco io: giustamente) “et videt Iesum stantem; et non sciebat quia Iesus est.”

Adesso è Gesù che prende l’iniziativa: Dicit ei Iesus: “ Mulier, quid ploras? Quem quaeris? ”. Illa, existimans quia hortulanus esset, dicit ei: “ Domine, si tu sustulisti eum, dicito mihi, ubi posuisti eum, et ego eum tollam ”.

Maria scambia Gesù per il custode del giardino e tutto sembra procedere in un normale scambio di battute tra una donna disperata e un uomo ma …Dicit ei Iesus: “ Maria! ”. Conversa illa dicit ei Hebraice: “Rabbuni!” — quod dicitur Magister!

Che c’azzecca direte voi?

Questo: Maria nella prima parte dell’episodio ragiona come chiunque di noi avrebbe  pensato in una circostanza simile, almeno io sicuramente.

C’era un uomo, interessante, così interessante da avere sedotto tanta gente, da avere smosso pure le folle ma le folle si sa che sono infingarde, il clero non è da meno, così quelle lo hanno ben presto abbandonato mentre questi, preti ma non scemi, hanno pensato che troppo pericoloso era un simile personaggio per lasciarlo parlare e così quale miglior soluzione che mandarlo velocemente da quel Padre di cui Lui diceva di intrattenere buoni rapporti?

Quindi tutto finito dentro un sepolcro mai utilizzato prima; c’erano alcuni indizi che lasciavano aperta qualche alternativa ma Maria non li coglie, troppo chiusa nel proprio dolore.

Discorso chiuso insomma.

Con la morte di Gesù se n’è andato il Suo corpo, cui Maria pensa di riservare le consuete cure funerarie, ma anche il pensiero era stato velocemente dimenticato, messo da parte dai brutali dati di fatto.

La novità accade fuori dal sepolcro, cioè fuori dal consueto discorso su sconfitta, dolore e morte: accade un imprevisto che deve essere ricevuto per diventare pensabile.

Quel che intendo è che l’iniziativa di un altro, in questo caso Gesù, scombussola le consuetudini ed apre una possibilità al pensiero, gli offre un impensabile.

La medesima dinamica si ripete con i discepoli di Emmaus: chiusi nella delusione, molto loquaci nel parlarne ma senza via d’uscita; accade anche a loro che l’intervento, non programmato, di un Altro li faccia uscire dal circolo vizioso.

La posizione interessante è quella del ricevente, è l’essere passivo, di cui il maschio ha tanto timore, come ben descrive Freud.

Atlante è il caso del maschio (ma per le donne non è differente) che nella sua “attività” o forse meglio chiamarlo attivismo si fa carico del mondo intero restandone schiacciato o comunque eternamente fissato. 

Gesù, al contrario, lascia fare, è un approfittatore.

Le mie tentazioni oscillano tra Atlante e Narciso, come a dire tra Scilla e Cariddi, ma la buona notizia è che esiste una valida alternativa che, secoli dopo, Freud ha saputo riprendere e dopo di lui Giacomo Contri ha portato a compimento.

Il pensiero di Gesù approfittatore è uno scibboleth che vale la pena adottare.