Non conosco, il che è abbastanza normale, Ermanno Bencivenga, filosofo e saggista, dice Wikipedia, che vive e lavora negli USA, tuttavia, posso ascriverlo nell’albo degli amici grazie ad un testo di notevole interesse, che ho scoperto grazie ad un altro filosofo ed amico, Gabriele Trivelloni.

Amico è un termine impegnativo o privo di senso (come la parola amore); normalmente prevale la seconda alternativa ma, se volessimo salvarne un qualche senso, questo potrebbe essere quello di cui tanto spesso ha parlato un altro amico (anche questo non conosciuto personalmente), Giacomo Contri, secondo una triplice distinzione / ricapitolazione: “I. amicizia per il pensiero, II. non ostilità per il pensiero, III. non indifferenza per il pensiero”.

Ho proposto, tempo, fa Giacomo Contri per il premio Nobel per la pace poiché siffatto rapporto (l’amicizia del e per il pensiero) è pacifico, cioè “senza guerra civile o intestina sia nell’individuo (patologia) che tra individui”, con effetti sociali rilevanti.

Ermanno Bencivenga rientra nelle tre fattispecie sopra descritte: è amico, non ostile e non indifferente al pensiero.

Nel testo che di seguito ho provato a riassumere (il riassunto è inteso come antipasto e promemoria: stimola l’appetito, induce alla lettura, e permette di ricordarne i punti salienti), La scomparsa del pensiero, in poche pagine godibilissime, il professor Bencivenga propone alcune riflessioni che sono di bruciante attualità sulla nascente dittatura dei mezzi di comunicazione informatici, amplificati se possibile dalla diffusione degli smartphone, pericolo potenzialmente mortale per il pensiero.

La sua analisi è totalmente condivisibile e soprattutto utile perché mette in luce la nascente dittatura della tecnologia; acutamente egli nota che i despoti del secolo scorso sono stati maestri nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione: Hitler con la radio e Mussolini con la TV (non conosco i regimi comunisti ma non credo abbiamo percorso strade diverse); non considerabile un dittatore poiché vincitore di libere e legittime elezioni democratiche, Donald Trump sta sfruttando le potenzialità di quel che oggi la tecnologia mette a disposizione (nel suo caso twitter è lo strumento prediletto), così come in Italia sta facendo il movimento 5 stelle.

L’illusione è la democrazia immediata, senza mediazione che, credo di poter legittimamente interpretare il pensiero di Bencivenga, lo è in un duplice senso: in-mediata per scomparsa dei corpi politici intermedi che permettevano un lavoro di formazione degli aspiranti dirigenti e di elaborazione delle proposte di legge e in-mediata perché offre, come boccone avvelenato, l’illusione di poter incidere sulla scelte di un paese mentre ammannisce soltanto soluzioni predisposte da altri, alle quali è chiesto di aderire (empaticamente e non criticamente).

Sull’empatia come modalità di rapporto che aggira e vanifica la logica ci sarebbe  da tornare, ma non è questo il momento, mi limito ad osservare che è diventata un elemento fondamentale di tanta comunicazione, il che me la rende sospetta.

Tornando all’illusione della democrazia immediata, la si potrebbe definire un meccanismo di sottomissione mascherato dalla teoria della perfetta uguaglianza di tutti i consociati.

Ma Bencivenga non è amico solo perché mette in luce il pericolo di una deriva autoritaria (dittatura della massa che è dittatura dell’elite che la massa sa manovrare), smaschera un cavallo di troia contemporaneo; il pericolo non è soltanto politico ma ben più onnipervasivo e subdolo.

È la dittatura dell’emozione, universale e spietata (ritorna l’empatia e non solo).

Emozione al posto del pensiero e ancora una volta sua sottomissione, anzi, una progressiva atrofia che comporterebbe l’inevitabile conclusione in una definitiva suditanza al padrone del vapore di turno, a colui che sa meglio imbonire sul momento (non escludendo passaggi di sottomissione anche cruenti ad altri più convincenti imbonitori).

Gestione del potere attraverso le emozioni che ci spiega Giacomo Contri:

“sono le Idee che restano quando è tolto il pensiero. Esse muovono – e-mozioni – come comandi:
le Idee senza pensiero sono dispositivi automatici, ordigni, mine innescate e mai disinnescate. Gli emoticon hanno veramente afferrato … l’Idea.”

Un altro motivo di amicizia col professor Bencivenga sta nel superamento della solita dicotomia scienze umane e scienze matematiche, col solito, snobbistico e sterile primato delle prime sulle seconde sostenuto dagli umanisti, che sarebbe la solita solfa della laudatio temporis acti; la sua idea è il recupero del pensiero come facoltà dell’uomo senza la quale l’uomo non sarebbe tale.

Un pensiero giudicante, anche qui credo di rispettare le idee del professor Bencivenga, che applica la logica aristotelica e il principio di non contraddizione come scibboleth per smascherare ciò che del pensiero non è amico.

Un ulteriore passaggio che sarebbe di grande profitto non soltanto personale ma con beneficio universale  è possibile: l’utilizzo della scienza giuridica, del diritto come imputazione premiale che non può prescindere dal pensiero, dal giudizio e quindi dalla logica ma la completa rendendola strumento non soltanto di conoscenza, ma di partnership.

Ciò a cui mira il professor Bencivenga, non esplicitato ma non credo di ingannarmi, è un’idea di vantaggio, di guadagno, impossibile senza l’esercizio della logica ma anche in mancanza di un partner, di un altro soggetto produttore: è il bambino il primo soggetto della logica, colui che distingue ciò che gli piace da ciò che non gli va, che giudica l’apporto dell’altro alla relazione che lo ecciterà facendolo diventare soggetto attivo; il pensiero, cogitans legem (di rapporto), nasce qui e qui nasce la logica.

Sto proponendo quel passaggio al pensiero giuridico di cui parlavo poc’anzi.

Il professor Bencivenga non conduce battaglie contro questo o quel fenomeno ma propone un lavoro di pensiero che è, al contempo, un’apparente ovvietà (se si guarda alla storia dell’umanità) ed una novità (salvo quanto proposto in questi decenni da Giacomo Contri) perché nulla, oggi, sembra più in declino che l’idea di pensiero ed aggiungo di pensiero laico, cioè non asservito ad una qualche forma di ideologia.

Di seguito una sintesi dell’opera che ho citato prima: La scomparsa del pensiero, che ho già consigliato, come lettura imperdibile, ad amici e colleghi.

L’autore parte prendendo atto che la pubblicità non si basa sulla logica, fallace o veritiera che sia, ma sull’identificazione, dell’appartenenza ad un branco che segue un capo, un processo che non dipende da istanze razionali.

Resta però il fatto che l’uomo è anche razionale, un essere che a un certo punto ha acquisito la razionalità; come mai, si chiede l’autore, di questa razionalità non facciamo uso per contrastare i messaggi pubblicitari?

La logica, com’è comunemente conosciuta, è l’idea di un meccanismo che conduce ad un esito unico e sicuro, come le dimostrazioni geometriche liceali o i quesiti di enigmistica; è anche l’immagine di Turing che decripta enigmi grazie alla sua macchina o quella dello scacchista che esamina le mosse per arrivare allo scacco matto.

Questa immagine della logica ha influito sia sulla scienza sia sulla filosofia, ma in nessuna delle due si è esaurita: oltre a questo uso dimostrativo ne esiste anche uno critico, quello che può esserci utile per smascherare la pubblicità; se la logica può essere insufficiente per dimostrare le proprie tesi, tuttavia potrebbe bastare per svelare l’inconsistenza delle posizioni altrui.

Aristotele, nella Retorica, sostiene che l’oratore può far uso di tre strumenti per convincere il suo uditorio: il logos, l’ethos e il pathos; questi stessi mezzi sono disposizione di chiunque si rivolga ad un interlocutore, il pathos infatti risveglia le passioni e le emozioni dei destinatari, l’ethos impone l’autorevolezza dell’oratore che va ascoltato, ad esempio, per la sua competenza o per la dirittura morale ed il logos convince con l’autorità della ragione, con l’argomentazione, a prescindere da carismi o altre qualità dell’oratore.

Bencivenga non condivide il pensiero di Aristotele poiché ritiene che convincere un uditorio significhi averlo dalla propria parte, cioè indurlo a sentire quel che prova l’oratore; per ottenere questo bisogna sollecitare adeguatamente il pubblico: logos, pathos ed ethos sono utili per manipolare le emozioni, appunto, a questo scopo.

Si tratta di pathos quando le emozioni in gioco sono quelle più elementari quali l’ansia, l’aggressività, l’avidità; in alcuni casi queste possono essere sovrastate da altre (le emozioni dell’ethos) quali solidarietà, desiderio di giustizia, amore fraterno che rischiano, però, di cedere ben presto a quelle primitive, essendo molto più labili.

Nel silenzio di questo due tipi di emozioni potrebbero emergere emozioni più quiete, più nascoste, ragionevoli, quelle legate al logos.

Sempre di emozioni si tratta ma c’è necessità di pace e pazienza per poter svolgere i ragionamenti; oggi quella pace e quella pazienza necessarie sembrano non esserci più, sommerse da strumenti molto più semplici e brutali.

L’autore ritiene che ci si trovi davanti a una mutazione antropologica: in analogia con l’annotazione di Konrad Lorenz sulle armi moderne, troppo veloci e potenti per essere controllate dai meccanismi inibitori che risalgono all’idea dei cacciatori-raccoglitori, con uno sfasamento che potrebbe essere letale per la sopravvivenza del pianeta, così l’autore ritiene che i mezzi di informazione e comunicazione attuali siano troppo potenti e veloci per permettere la sopravvivenza di modalità informative e comunicative sviluppatesi in epoche di lentezza e silenzio.

Il logos a rischio potrebbe mettere in pericolo anche la nostra sopravvivenza, è quindi opportuno indagare la natura del logos e spiegare quale sia la natura della logica cui si sta parlando.

Il logos è il discorso significante, cioè un discorso che obbedisce ai canoni della ragione, in opposizione a un discorso irragionevole, cioè incoerente e contraddittorio.

Una logica è dunque una teoria o una dottrina del discorso significante, cioè un modo per esplicitare il significato dei termini e su questa base discorrere in modo ragionevole, uno strumento per rendere comprensibile, condivisibile o criticabile un’opinione o una proposta.

Esistono vari tipi di logica ma Bencivenga si occupa di quella che viene chiamata logica analitica, già presente nelle opere di Platone, ma codificata da Aristotele nell’Organon.

La logica era considerata strumentale e premessa a trattati che si occupavano di altre materie specifiche, Bencivenga ritiene restrittiva questa visione ma la tiene per buona.

La versione aristotelica della logica ebbe il predominio fino al 1800, quando venne matematizzata da George Boole; in questo secolo cominciarono le difficoltà nel gestire enunciati relazionali come il seguente: Mario è figlio di Giovanni.

La questione venne risolta da Gottlob Frege con una generalizzazione dello schema tradizionale: per Aristotele ogni enunciato elementare, cioè non risultante dalla combinazione di più enunciati, conteneva un soggetto e predicato, mentre per Frege gli enunciati elementari contenevano un predicato ed uno o più soggetti.

Questa modifica della logica aristotelica ebbe enorme importanza e fece sì che nei primi decenni del Novecento una tale nuova logica divenne fondamentale paradigma di filosofia, matematica e scienza grazie ai lavori di Bertrand Russell, David Hilbert,  Kurt Godel e Alfred Tarski, fino ad Alan Turing, inventore del moderno computer, che ha originato una rivoluzione culturale straordinaria.

Da quel momento la logica è stata fagocitata dai linguaggi di programmazione ed è scomparsa come modo di conoscenza.

L’autore torna poi ad occuparsi di Aristotele e ovviamente della sua logica.

In generale la logica ha due caratteristiche, la prima è che non dice nulla sulla verità o plausibilità delle premesse salvo il caso in cui queste ultime non siano a loro volta verità logiche, che però sono tanto inconfutabili quanto povere di contenuto: per questo motivo la logica non è uno strumento per cercare la verità, ma per stabilire collegamenti tra certe verità presunte ed altre.

Uno strumento siffatto è utile per la scienza perché consente di ricavare certe conseguenze da premesse date per poi metterle alla prova dei fatti e rafforzare o confutare la teoria di partenza; al contrario non è utile anzi, è illusorio in filosofia.

Seconda caratteristica è l’assoluta necessità dei procedimenti logici: le argomentazioni logiche, cioè gli elementi di un’inferenza, stabiliscono un legame necessario tra enunciati; accettate le premesse, le conclusioni sono necessarie almeno fino a quando non venga meno il legame con le premesse.

Nello stesso modo si perviene al significato dei termini: nel sistema aristotelico i significati sono strutturati ad albero, via via scendendo dal generale al particolare fino ad arrivare ad una definizione che sarà definitiva.

Il caso più eclatante di applicazione di questa logica è la matematica che della logica fa, appunto, un uso dimostrativo.

Oltre a questo utilizzo dimostrativo ve n’è anche uno critico ed anche in questo caso non si può prescindere dalle argomentazioni: mentre nell’uso dimostrativo accettare le premesse impone di accettare la conclusione, al contrario, nell’uso critico rifiutare la conclusione significa rigettare le premesse.

A questo punto Bencivenga torna a riprendere in esame il problema della sopravvivenza dell’uomo senza la logica, sostenendo che non è possibile e svolge l’argomento partendo da Aristotele.

Secondo il Filosofo l’uomo è un animale razionale identificato, quindi, tramite la sua specifica funzione, di cui nessun altro animale è altrettanto dotato.

Molti altri animali hanno sviluppato capacità molto più affinate di quelle umane, ma nessuno riesce a pensare ed argomentare come lui: se questa capacità fosse sopraffatta da altre più potenti, di origine animalesca, si perderebbe l’umanità.

In verità Bencivenga ammette che questa tesi è tanto inoppugnabile quanto fragile e per lo stesso motivo ovvero che è basata su una definizione: se si accetta la definizione che l’uomo è un animale razionale sarà inevitabile accettare anche la conseguenza ovvero che se smette di ragionare non sarà più uomo.

Evidentemente siamo di fronte ad una dimostrazione circolare, quindi è molto più importante affrontare la questione da un diverso punto di vista ovvero cercare di spiegare che se l’uomo è un certo corpo con determinati desideri e sentimenti, qualora venisse meno la facoltà di pensiero e quindi di ragionamento, i  desideri non sarebbero così realizzabili ed i sentimenti sarebbero più orientati al dolore che alla gioia.

L’autore utilizza l’esempio del capo branco: chi ne cerca l’imitazione/identificazione ne assume tutte le caratteristiche e qualità, al contrario il logos scompone il modello, ne analizza le varie parti e identifica aspetti proficui ed altri non proficui.

Questa è un’operazione difficoltosa che spesso soccombe di fronte alle emozioni molto più forti suscitate dal modello com’è successo ultimamente nel caso dell’elezione alla presidenza degli Stati Uniti d’America di Donald Trump.

Gli elettori americani erano affascinati, anzi innamorati, di quel personaggio, con tutte le menzogne e le sciocchezze connesse, mentre le contestazioni documentate erano puntualmente ignorate o considerate forme di partigianeria: è stato un caso di contrapposizione tra pathos e logos come anche tra atteggiamento sintetico ed analitico, spiegati poco prima in rapporto alla figura del capo branco; la vittoria di Trump ha evidenziato la supremazia delle passioni più virulente e la difficoltà a restare fedeli all’analisi critica.

Senza l’analisi critica tuttavia si finisce nei guai ed a questo proposito i casi di Martin Luther King, Adolf Hitler, Gandhi e Benito Mussolini, sono emblematici perché sono tutti personaggi che hanno costituito un modello e che sono stati imitati dai seguaci, ma gli esiti di queste infatuazioni collettive sono stati molto diversi tra loro: una maggiore attenzione ai loro discorsi ed ai comportamenti avrebbe permesso di operare delle distinzioni e di assumere atteggiamenti forse meno forieri di disastrose conseguenze.

Il problema non è nuovo ma ogni generazione lo deve riaffrontare, nel contesto in cui si trova: Mussolini utilizzava la radio, Hitler il cinema, Trump oggi utilizza le armi di distrazione di massa, in particolare i tweet di cui inonda l’America; spetta ai contemporanei, quindi, stabilire se ci rimanga tempo per operare analisi, cioè verificare i messaggi che ci arrivano in quantità esagerate e stabilire a quali dare credito e impegno.

L’analisi dunque rappresenta per l’autore una forma di liberazione, un modo per liberarci dalle abitudini ma anche dei repentini cambiamenti, benefici o distruttivi che siano: questo è il lavoro del pensiero, che non è un qualcosa che spunta improvvisamente alla coscienza e nemmeno un accumulo di dati, ma un collegamento tra i dati stessi, che si può stabilire solo attraverso il tempo.

Il ragionamento consisterebbe nell’analizzare ciò che si riceve, nello scomporlo nei suoi elementi poi ricombinati in modi diversi in modo da meglio soddisfare i bisogni e i desideri: la perdita del logos priverebbe l’uomo di queste possibilità.

Qualora avvenisse questo mutamento resterebbero vive e funzionanti le emozioni, potremmo ancora fare branco e seguire, per imitazione, il capo; sarebbe ancora possibile la manipolazione del consenso, ma venendo a mancare lo spirito critico, perderemmo la capacità di governarci e verrebbe anche meno la democrazia.

La democrazia, infatti, ha bisogno della logica poiché mediante questa ogni uomo ha facoltà di decidere ciò che preferisce e ciò che rifiuta dei modelli propostigli, di riunire quel che gli va, formulare modelli che considera più utili e lavorare per realizzarli.

Secondo l’autore le nuove tecnologie non comportano solo fretta e frastuono, già da sole nemiche del tranquillo svolgersi del logos, ma anche una spaventosa efficienza degli strumenti digitali che essendo alternativi al ragionamento tradizionale, rendono, almeno nell’immediato, meno indispensabile il logos; quello che nell’immediato non è necessario, sebbene lo sia nel lungo periodo, ha poche possibilità di essere conservato: la tecnologia digitale espropria l’uomo della razionalità e quindi crea il problema invece di risolverlo.

Questa teoria viene così argomentata.

Il ragionamento logico ha pretesa di necessità, ma una necessità che lega le premesse e la conclusione a prescindere che queste siano o meno necessarie o addirittura vere: un’inferenza valida con dati errati quasi certamente porterà a una conclusione altrettanto errata.

La stessa necessità del legame, peraltro, non è così assoluta poiché è frequente che la logica sia utilizzata per contestare che per confermare delle tesi.

Molte tesi ed argomentazioni che sembrano indiscutibili lo sono perché fondate su pregiudizi, cioè sono state giudicate prima di aver valutato le informazioni ed i passi inferenziali: la logica ne svela l’inconsistenza confutando tesi ed argomentazioni relative e offre percorsi di pensiero alternativi.

La medesima funzione liberatoria della logica è applicabile anche nel campo scientifico come nel campo delle ricerche di Frege sulla matematica, è dunque possibile operare una distinzione tra l’ideologia della logica foriera di necessità e la pratica della logica come creatrice di continue obiezioni.

Ermanno Bencivenga si occupa di un altro tipo di ragionamento, empirico, psicologico.

Egli nota che i dispositivi elettronici hanno ridotto l’utilizzo delle capacità logiche poiché hanno eliminato quei piccoli esercizi quotidiani di deduzione che le nutrivano, dal tentare di incontrare un amico che si trova fuori casa al predire il tempo metereologico osservando le nuvole.

Questo tipo di pensare vale, ovviamente, anche in ambiti decisamente più impegnativi, quali la ricerca scientifica; fino a tempi abbastanza recenti la carenza informativa era un dato di fatto ed un elemento sul quale la logica aveva possibilità di operare: le discipline a priori avevano grande prestigio sociale perché permettevano di superare la ristrettezza delle informazioni; in periodi ricorrenti un grande aumento di informazioni, ad esempio per una scoperta geografica, metteva in crisi queste dottrine, la loro rigidità, ma trovato un nuovo equilibrio, riprendeva corso il solito metodo deduttivo.

Oggi la quantità immensa di dati ha modificato questo sistema di pensiero: ogni informazione è a portata di mano e la stessa scienza si sta modificando anche grazie alla creazione di computer che potrebbero arrivare ad essere in grado di rendere superfluo il ragionamento umano.

L’uomo sta esternalizzando una propria funzione, grazie ad una macchina pensata per eseguirla al suo posto, non diversamente da quanto fatto con l’automobile per la locomozione e la lavatrice per il lavaggio dei panni.

Il progresso di queste esternalizzazioni ha comportato di contro una maggiore inettitudine dell’uomo nello svolgimento delle funzioni delegate e in effetti è ovvio disinvestire da ciò che non è più necessario.

Di conseguenza due fattori tra loro collegati cospirano contro la coltivazione del logos: il rumore e la fretta di questi tempi sono ostili alla quiete e al silenzio di cui necessita il logos, tuttavia si potrebbero trovare spazi o inventare nuove condizioni per coltivarlo, se questo fosse ritenuto utile ma qui subentra il secondo fattore ostativo, del logos non si sente il bisogno perché lo straripante eccesso informativo ha distrutto quella carenza informativa che gli ha permesso di prosperare.

In una situazione di tale sovrabbondanza di informazioni l’uso del logos è quanto mai indispensabile proprio per giudicare ciò che è attendibile da ciò che è falso e tuttavia è proprio l’abbondanza stessa che rischia di farlo percepire come inutile.

I due fattori appena descritti si possono ridurre in realtà ad uno soltanto, che abbiamo appena visto, la sovrabbondanza di informazioni che provoca la fretta e il rumore e assieme crea l’impressione che il pensiero sia inutile.

Riassumendo quattro sono le funzioni del logos:

dedurre ciò che è ignoto da ciò che è noto, allargando quindi le conoscenze,

elaborare strategie più efficaci a seguito di ciò che è stato scoperto grazie alle deduzioni,

distinguere criticamente gli aspetti di una situazione o di un evento o di un modello, con possibilità di accettarne o rifiutarne alcuni aspetti, senza avere l’obbligo di accettare o rigettare l’intero,

combinare gli aspetti che sono stati distinti in nuovi modi, poi utilizzabili anche in futuro.

Nuove tecnologie ed enormi quantità di dati potrebbero rendere superata e superflua la prima funzione del logos e forse anche la seconda, al contrario per le altre bisogna tenere presente questi elementi:

la logica si applica al possibile non meno che al reale,

da quel che è possibile oggi nasce quel che sarà reale domani, grazie al lavoro ricombinatorio della logica,

è possibile avere informazioni solo su ciò che è reale, quindi,

la logica ha un campo di applicazione più vasto di ogni insieme di informazioni.

Con una enorme quantità di informazioni sarà più semplice l’adattamento al mondo, non sarà facile, invece, giudicarlo e modificarlo.

Bencivenga prende poi atto che gli si potrebbe obiettare di avere una idea antiquata delle tecnologie moderne e che queste sono in grado non solo di raccogliere dati e catalogarli ma anche combinare parametri in modo da studiare l’evoluzione dei sistemi frutto di queste combinazioni.

Sarebbero, insomma, capaci di elaborare scenari utopici e di fornire agli uomini l’idea di quali delle utopie sia più conveniente da realizzare: tutto questo è un’ulteriore conferma dell’assunto proposto ovvero che la funzione logica potrebbe essere esternalizzata come mai prima d’ora, tanto che i computer potrebbero arrivare a cambiarci il mondo, risparmiandoci anche questa fatica.

Questo sarà possibile solo se ai computer sarà delegata l’analisi e la decisione; ci sono comunque funzioni logiche per cui sarebbe comunque la logica a modificare il mondo con la differenza, però, che si tratterà di capire chi la userà.

Alle tesi dell’autore potrebbe essere mossa anche un’obiezione contraria ovvero che nessuna macchina sarà mai in grado di ragionare come l’uomo ma una tale convinzione è un articolo di fede e come tale inconfutabile.

Come dalla delega alle macchine è conseguito un essere umano riposato ma debole ed inerme, così potrà esserci chi preferisca un essere umano stupido contornato da macchine logiche.

L’autore ritiene che buona parte dell’educazione di un bambino consista nell’insegnargli a rimandare le gratificazioni, per evitare il corto circuito tra impulso è scarica, desiderio di soddisfazione.

Il compimento dell’educazione è l’uomo adulto capace di rimandare ed attendere; due sono i filoni educativi per arrivare a questo obiettivo, uno che si ritrova per esempio in Aristotele basato su incoraggiamento ed esempio, l’altro repressivo.

L’idea, a prescindere dal sistema educativo prescelto, è che tanto più si riesce a insegnare al bambino che vale la pena sacrificarsi in vista di un obiettivo futuro, tanto meno irrilevante sarà che certi scopi e comportamenti ci siano indispensabili di fronte ad un piacere meno faticoso e più immediato.

Analogo discorso vale per gli adulti ed è sintetizzabile nell’idea di allenamento: come per lo sport o l’apprendimento della lingua straniera, così anche per le attività logiche serve un lavoro continuo, pena il decadimento.

La tentazione della rinuncia in favore di soluzioni immediate, condizione denominata in greco akrasia, viene testimoniata dalle dipendenze da droghe, medicinali, fumo, cibo spazzatura.

Per i greci questa “incontinenza” era incomprensibile, al contrario per noi, dopo Freud, essa rientra nel conflitto tra principio di piacere che preme per l’immediata gratificazione ed il principio di realtà che sposta nel futuro il conseguimento dell’obiettivo.

Sebbene si abbia coscienza del carattere dannoso di certi comportamenti, sappiamo bene che questi non cesseranno e quindi non verrà meno l’akrasia.

Nemmeno la sostituzione con motivazioni di minor livello (darwinianamente al posto della selezione naturale, la selezione sessuale) è efficace, il bisogno sarebbe sostituito dalla brama sessuale, ma anche questo, se si sostituisce la prestanza fisica a quella intellettuale, non ha portato risultati positivi tanto che oggi sembra farla da padrone l’idiozia, omaggiata dagli stessi intellettuali.

Dunque resta il problema: se rimane indispensabile il logos per  il controllo delle macchine logiche  inventate dall’uomo e nelle quali esternalizziamo in maniera crescente la nostra razionalità, questa indispensabilità o non è percepita o è ritenuta ridondante, subentra a questo punto l’akrasia che fa preferire comunque la delega alle macchine per mantenerci nella pigrizia.

L’autore paragona la situazione dell’obesità negli Stati Uniti d’America, frutto dell’akrasia che spinge all’immediata gratificazione data dal cibo spazzatura, ad analoga emergenza nell’ambito logico, diffusa non solo in America ma anche in Europa e Italia.

Uno degli esempi citati è il mondo politico italiano del quale viene messo in rilievo lo scivolamento verso lo scontro e l’insulto con una ovvia caduta delle capacità argomentative offerte dal logos.

Sfruttando la logica del panem et circenses il politico corre il rischio del tradimento e della conseguente caduta in disgrazia: seguendo quanto Platone fa dire a Socrate nel Gorgia, anche Bencivenga sostiene che i politici ricevono dal popolo quel che si meritano; questo è il ragionamento di Platone secondo il quale i potenti non devono lamentarsi del popolo: il popolo ha ragione di maltrattare i potenti oppure no, se ne ha ragione la colpa è giustamente dei potenti, se non ne ha ragione ciò significa che il popolo si comporta in maniera irrazionale, ma di questa irrazionalità la responsabilità è comunque dei potenti che avrebbero dovuto educare il popolo, che al contrario, hanno evidentemente diseducato.

Dunque sono tre i nemici del logos come visto in precedenza:

La mancanza di rispetto per i suoi tempi e le sue “emozioni”;

lo scemare della necessità di farne uso, quella necessità vista in precedenza, che nasceva dalla carenza informativa e dalla necessità conseguente di porvi rimedio;

la diffusione della stupidità che è molto utile e favorita da chi detiene le leve del potere.

Eccoci al capitolo intitolato “pratica e grammatica”.

Qui l’autore sostiene che occorra insegnare consapevolmente quello che una volta era appreso “automaticamente” grazie alle abitudini quotidiane; per evitare fraintendimenti, sulle orme di Aristotele, Bencivenga inizia sgombrando il campo da alternative che potrebbero indurre in errore, e lo fa utilizzando l’analogia tra l’insegnamento della filosofia in Italia e l’insegnamento della logica.

In Italia l’insegnamento della filosofia è in realtà insegnamento di storia della filosofia, secondo la logica e i programmi ministeriali decisi dall’allora ministro della pubblica istruzione Giovanni Gentile.

Ad oggi l’inerzia delle istituzioni mantiene intatto questo sistema di insegnamento, nonostante manchi di qualunque fondamento convincente e continui ad influenzare la mentalità comune; analoga situazione vale per la logica, sebbene in una condizione di minor gravità dovuta al fatto che il suo insegnamento è limitato all’università e quindi, almeno teoricamente, potrebbe essere più semplice porvi delle modificazioni.

I corsi universitari di logica, però, tenuti a matematica e filosofia non si occupano delle inferenze della vita quotidiana, ma di tutt’altro.

La logica viene trasformata in linguaggio astratto, artificiale con proprie regole che si occupano solo di oggetti matematici: questo è un utilizzo della logica, non il suo insegnamento.

La riforma di questo stato di cose è soggetta alle medesime difficoltà viste per la filosofia.

Oggi la logica ha molto successo universitario ma è totalmente avulsa da quell’uso quotidiano che ha sostenuto da sempre le conversazioni.

Riprendere ad insegnare la logica aristotelica, secondo l’autore, sarebbe inutile perché, come per le lingue, è la pratica e non la grammatica a permettere l’apprendimento.

La grammatica è una riflessione su una pratica acquisita, che può chiarire meglio ciò che già è posseduto; al contrario, se diventa pratica autoreferenziale, si trasforma in un discorso accademico.

Per recuperare la logica è necessario praticarla, invertendo il consueto modo di pensare, che privilegia la grammatica a scapito della pratica.

L’autore propone un suo ritorno al passato, di matrice ancora una volta aristotelica.

Nell’Etica Nicomachea Aristotele presenta le virtù dianoetiche, riguardano propriamente la noesis, ovvero l’intuizione intellettuale, e sono quindi le virtù legate alla razionalità; queste virtù servono per fare scienza e sono:

il  noûs che permette di scoprire i principi di una disciplina scientifica,

l’episteme che permette di trarre conseguenze,

la sophia che è l’unione di noûs ed episteme ma che non aggiunge nulla di nuovo,

la phronesis che però non interessa questo discorso.

Sfruttando noûs  ed episteme Euclide ha prodotto i suoi famosissimi “Elementi“, uno dei fondamenti della scienza occidentale per secoli.

Aristotele sostiene ed Euclide illustra che non è possibile fare scienza se non si percepiscono i principi o non si è in grado di inferire conclusioni da premesse, il che vuol dire che l’episteme, l’abilità logica, è una virtù cioè non una dote naturale, innata, ma imparabile.

La distinzione tra chi possiede e chi è privo dell’episteme dipende dunque dall’addestramento che si è o non si è ricevuto, e addestramento non dottrinale ma pratico.

Una conferma di questo assunto aristotelico viene da Galileo Galilei, contestatore proprio della scienza aristotelica, nel “Dialogo sui massimi sistemi del mondo“: Galileo sostiene, contro una scienza cristallizzata ed accademizzata, che non si impara a ragionare studiando un manuale di logica, ma dimostrando teoremi matematici.

Nel momento di passaggio tra scienza antica e moderna viene confermata una continuità: il primato della pratica sulla grammatica; questa stessa continuità è propugnata per oggi da Ermanno Bencivenga.

L’insegnamento dovrebbe avvenire seguendo tre parametri: individuazione dei criteri di uno scrupoloso esercizio di ragionamento da usare nel linguaggio quotidiano, con un minimo di teorizzazione e di termini tecnici.

Primo parametro: permettere agli allievi di formulare ragionamenti validi; la validità di un ragionamento è esterna all’argomentazione ed è rintracciabile in un senso soggettivo di normatività che ci deriva dall’appartenere ad una certa cultura.

Secondo parametro: l’interesse personale incide sulla facoltà di ragionamento (a questo proposito vedi il curioso esperimento di Wason ripreso poi da Cosmides e Tooby).

Terzo parametro: la complessità linguistica aiuta a sviluppare l’episteme.

Oggi è dunque in crisi il ragionamento, ma non lo è di meno la lingua, il linguaggio quotidiano.

Il compito degli insegnanti, secondo l’autore, è dunque quello di introdurre gli allievi ad una pratica sempre più loro estranea, per poi renderla più complessa in vista dell’affinamento delle intuizioni e non in dipendenza ad un canone esterno.

Una proposta è quella di utilizzare il TSA (Thinking Skills Assessment)  per condurre ciascuno a far emergere il fiorire di senso delle relazioni logiche della sua lingua, a cogliere e articolare rapporti di relazione logica.

 

Questo è quanto sostiene il professor Bencivenga; ora non resta che augurare a tutti una profittevole lettura.

Parma, 7 maggio 2018 memoria di santa Flavia Domitilla martire