L’ho trovata sul Corriere della Sera, questa intervista al famoso scrittore spagnolo Ildefonso Falcones, di cui ho letto, in lingua originale, il best seller La catedral del mar (La cattedrale del mare).

Mi ha incuriosito perché l’ho immaginata come un commento alla “vittoria” della sinistra spagnola alle ultime lezioni, di pochi giorni fa; l’intervistatore, poi, è una grande firma del quotidiano, Aldo Cazzullo, quindi non era da trascurare e ho fatto bene.

In primis ho apprezzato le considerazioni di un avvocato e intellettuale catalano, contrario alla secessione della Catalogna, e già questo merita un plauso e non di poco conto, poi non da meno sono condivisibili le sue considerazioni sull’immigrazione islamica e sulla formazione politica di Podemos fondata da Pablo Iglesias (che stronca senza peli sulla lingua), ma il pezzo forte arriva dopo e precisamente quando risponde alla domanda: “Cosa c’è dopo la morte?”.

Qui Ildefonso Falcones dà una risposta che mi ha lasciato dubbioso: “Sono cattolico. Ho studiato dai gesuiti, al collegio San Ignazio, e non condivido la leggenda nera che incombe sulla chiesa spagnola. Mi piace pensare che ci sia il Cielo. Sarebbe troppo ingiusto che finisse tutto qui; non tanto per noi europei, che siamo privilegiati, quanto per i dannati della terra. Anche se non credo alla resurrezione della carne. Escludo di tornare ad essere quello che sono”.

La prima questione che pone: il Cielo come compensazione per i dannati della terra, mi sembra molto nello stile umanitario di certa sinistra ormai stinta, perché a quella di un tempo avrebbe fornito combustibile per infiammare la
polemica sulla chiesa come strumento di oppressione grazie alla religione – oppio – che tiene i poveri buoni sulla terra, promettendo loro un benessere in un ipotetico aldilà che poi vedremo …

Insomma rinuncia oggi sperando in futuro, ipotetico, migliore: instrumentum regni.

Ma c’è anche un grande fraintendimento del pensiero di Gesù che, quando parlava del regno dei cieli, lo associava sempre a immagini di ricchezza: il regno dei cieli non è affare da poveri tanto che per accedervi viene richiesto
l’abito nuziale, cioè l’abito migliore, quello delle feste avrebbero detto i contadini delle mie parti (i miei nonni ad esempio).

Non è un caso, appunto, che a Messa, la domenica, ci si dovesse andare con l’abito della festa, dismesso quello umile del lavoro (servile), e non tanto per mostrare pubblicamente la raggiunta agiatezza di chi poteva indossare la
pelliccia (sempre ai miei tempi) ma perché la domenica, e la Messa, è il momento in cui si viene ricostituiti come “signori” proprio come Adamo ed Eva prima del peccato: andare a Messa è un atto di sovranità, non di sottomissione.

Ma quel che mi ha toccato più sul vivo è la questione della resurrezione della carne: non credervi è sicuramente un’eresia, per dirla in termini dottrinari, ormai obsoleti.

Non mi interessa citare Ildefonso Falcones davanti al Supremo Tribunale dell’Inquisizione, non faccio il teologo, né l’inquisitore (sebbene una tentazione …) ma chiarire, a me per primo, perché per i cristiani – i primi cristiani – la resurrezione della carne era un dogma fondamentale.

“Caro salutis cardo”, scriveva Tertulliano, “La carne è il cardine della salvezza”, affermazione talmente sintetica da sembrare quasi brutale.

«Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus – La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali» seconda citazione di Tertulliano che riprendo dal Catechismo della Chiesa
Cattolica al n. 99.

Riprendo sempre dal Catechismo un’affermazione paolina: «Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è
risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede […]. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,12-14.20).

Come risorgeremo non sappiamo, quel che sappiamo non è molto ma nemmeno poco: sappiamo che Gesù è apparso ai discepoli con un corpo “glorioso” ma col corpo, tant’è che con loro cammina sulla via per Emmaus, appare ai Dodici e in particolare a Tommaso al quale dice: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

Con loro mangia il pesce, come ci racconta Giovanni: «Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.

Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”.

 Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.

Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare.

Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.

Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.

Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso or ora”.

Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.

Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore.

 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce».

Non molto, appunto.

Mi chiedo perché Gesù abbia preso il corpo umano, ci abbia vissuto una trentina d’anni e, una volta fatta una brutta fine (come capitava a tanti, all’epoca) si concede il lusso della Resurrezione, corpo compreso.

Dio si è incarnato e, dopo aver vissuto nel corpo, pensa di non abbandonarlo a sé stesso, come una inutile o  fastidiosa carcassa. Non è un Dio platonico, grazie a Dio.

Perché?

Credo per un motivo tutto sommato semplice: il corpo è inscindibilmente connesso al principio di piacere che è principio metafisico che rende l’uomo un essere al di là della natura (che è mossa da istinti o leggi fisiche); per l’uomo è diverso, come già si vede nel Genesi dove è chiarissimo che non c’è equivalenza tra il creato e l’uomo.

L’uomo è dotato di pensiero e corpo coi quali è “chiamato”, vocazione, a elaborare una legge di moto dei corpi che renda possibile la soddisfazione.

Ecco perché è tanto importante, per il cristianesimo delle origini, tutelare la “carne” di Cristo (e la nostra).

E oggi? Potremmo stilare un elenco di eresie, proprio come nei primi secoli del cristianesimo:

l’esasperazione narcisistica (gli psichiatri hanno individuato una forma di malattia psichica chiamata vigoressia o complesso di Adone o, ancora, reverse anorexia (anoressia inversa) della cura del corpo come complesso muscolare;

l’anoressia e la correlata bulimia;

l’animalizzazione dell’uomo, disciolto in una visione panteistica in cui tutto è uguale, l’uomo o l’animale come esseri senzienti a pari livello;

la pornografia e i correlati prostitutivi (principio di piacere de noantri).

Questo, schematicamente, per limitarci al solo corpo; quanto ai “problemi” del pensiero: dalla nevrosi alla perversione c’è una serie ininterrotta di fumature di disagio che attenta al rapporto tra corpo e pensiero, tra Soggetto ed Altro.

Ildefonso Falcones è figlio del tempo attuale: la sua negazione della resurrezione è un modo per chiudere velocemente col grande scandalo (e novità) rappresentato da Gesù.

C’è chi ha lavorato, e chi continua a farlo, come erede di quel Gesù di Galilea Risorto, io ci ascrivo, tra gli altri, William Shakespeare, Sigmund Freud e Giacomo B. Contri, mi dispiace non potervi, invece, annoverare l’ottimo Ildefonso Falcones.

Parma, 10 maggio 2019 memoria di san Cataldo di Rachau, vescovo e della beata Beatrice I d’Este