Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica ai tempi di Napoleone è il titolo della bella esposizione in corso a Palazzo Reale a Milano, che ho visitato dopo l’entusiasmante mostra dedicata ad Antonello da Messina.

Periodo storico molto interessante e da valutare con la dovuta attenzione poiché è proprio in quel momento che arrivano a sintesi (infelice) tutta una serie di elaborazioni che serviranno a loro volta come brodo di coltura per totalitarismi di ogni ordine e grado.

Una delle prime cose che mi colpisce è la ritrattistica di quel brutto ceffo di Napoleone e dei suoi sodali e parenti: che l’arte sia sempre stata corriva col potere è fuor di dubbio ma in questo periodo storico sembra che il potente di turno abbia ben chiaro il valore della pubblicità, cioè della manipolazione delle masse al solito fine di mantenerle nello stato di soggezione dove è bene che stiano, essendo per definizione acefale.

Dalle pagine del catalogo traspare la rincorsa dei vari pittori di corte ad accaparrarsi commesse importanti, a mettersi al servizio di Napoleone per consacrarne l’immagine di sovrano, salvo proporsi al nuovo regime come sempre accade nella storia.

L’operazione che compiono pressoché tutti gli artisti è quella di rappresentare Napoleone ammantato di riferimenti all’antico, all’epoca classica per cui si ritrova Napoleone come Pericle, come Marte pacificatore ecc ecc: l’idea di fondo è di facile lettura: l’imperatore dei francesi diventa un’icona atemporale, buon ultimo di una serie di grandi personaggi che hanno cambiato la storia dell’umanità: da Pericle ad Alessandro, passando anche per le divinità mitologiche, presente ed eterno, umano e divino.

Il cosiddetto neoclassicismo esercita un’influenza positiva su di me, lo ammetto, perché sono particolarmente attratto dall’estetismo ad un tempo sobrio e raffinatissimo che è caratteristico di queste opere; un’altra caratteristica è la formalità: la manifestazione di stati d’animo dilaniati tra opposte istanze apparentemente inconciliabili, tipiche della produzione del maestro di riferimento dell’epoca, Jacques-Louis David, sono rese con grandissima efficacia ma mai in modo sguaiato.

Manifestazione di contrasti da cui non sembra possibile uscire se non pagando un caro prezzo perché la soluzione non può venire che da altri e dall’alto, dal trono imperiale del novello Marte pacificatore incarnatosi in Napoleone.

Ingres ha ben chiaro che la figura di Napoleone è ad un tempo arcaica ed attuale: la sua rappresentazione dell’Imperatore dei francesi, infatti, è un’icona.

Quello che ho studiato a scuola come neoclassicismo in questa mostra emerge in tante sfaccettature, a dimostrare che la realtà culturale è sempre più variegata e sfumata di quanto siamo abituati a schematizzare, ma una cosa è certa, il tratto comune è il richiamo all’antico, ad un antico che può essere greco o romano ma sempre situato lontano nel tempo, in un mondo arcaico ideale che si riteneva avesse raggiunto la perfezione estetica.

Gli artisti di questa corrente, chiamiamola così, compiono un’operazione culturale di non poco conto: rifiuto di quel che hanno ricevuto dalle generazioni immediatamente precedenti, evidentemente considerato un bagaglio inutile, e recupero di un passato, ritenuto esteticamente perfetto.

Una nota la voglio dedicare a Milano, la città forse più filonapoleonica della penisola che ha probabilmente visto in Napoleone non tanto un invasore ma un liberatore dal giogo austriaco da valorizzare in attesa di chissà quali sviluppi; come è stata la capitale napoleonica del regno d’Italia così si potrebbe dire che è stata anche la vera capitale del nascituro regno d’Italia a trazione savoiarda, è qui che si elabora, probabilmente, la strategia da adottare per liberarsi dell’Impero austroungarico (sappiamo quanto sangue e disgrazie ci è costato).

Delle opere in mostra voglio citare uno splendido san Sebastiano di Francois-Xavier Fabre ed un non meno bello Uomo che medita sulla morte di Anne-Louis Girodet, due temi apparentemente cristiani, in realtà utilizzati solo per fare sfoggio dei corpi virili.

Dei busto di Napoleone ricordo quello colossale di Antonio Canova e quello di Gaetano Matteo Monti da Ravenna, ma sono tante davvero le opere che ho potuto gustare con grandissimo piacere.

Ne è valsa la pena, che poi pena non c’è stata, solo giusto pagamento del prezzo del biglietto (e l’immancabile catalogo).

Milano, 1 giugno 2019, memoria di san Giustino e di Beato Alfonso Navarrete Martire, Sant’ Annibale Maria Di Francia Sacerdote e Fondatore, Beato Giovanni Battista Scalabrini Vescovo e fondatore, Beato Giovanni Battista Vernoy de Montjournal  Martire, Beato Giovanni Storey Laico coniugato e martire, San Giuseppe Tuc Martire