Il caldo si è fatto sentire anche se pure Giove Pluvio ci ha messo lo zampino, anzi i nuvoloni con scrosci connessi, durante i 51 km a piedi che, in tre giorni, ho fatto sobbarcare alla mia super nipote Laura ed alla sua amica del cuore, Sara, hanno rappresentato un momento di ristroro inaspettato nella torrida Roma di inizio luglio.

Ma 51 km che sono per una città come Roma? nulla o quasi.

Ho scoperto alcune chiese di cui ignoravo l’esistenza, ne abbiamo visitato altre che già ben conoscevo, ho portato le ragazze a vedere l’Ara Pacis Augustae (che avevo visitato secoli fa),

ci siamo concessi un passaggio al Vittoriano ove vige adesso un rigoroso senso unico  di marcia, il tutto tra pausa gelato, molte pause alle fontanelle e due obiettivi che avevo dichiarato imperdibili.

Il primo di questi era Palazzo Altemps: l’avevo visitato poco dopo la riapertura, non ricordo nemmeno quanto tempo fa; ero, allora, in compagnia del buon Vincenzo, un fu amico de Roma.

Il secondo obiettivo, invece, è stato il frutto di una folgorazione: mentre visitavo, pochi giorni prima, a Forlì, una mostra dedicata ad Ulisse (ne parlerò prossimamente) ho notato una statua la cui provenienza era “Roma – Centrale Montemartini”.

Ne avevo sentito alcuni accenni, di questa centrale, ma la ricordavo come una sede di arte contemporanea e perciò stesso, non degna di visita; dando un’occhiata più approfondita, ho scoperto che è sede di museo di arte antica e dunque da visitare, e così ho fatto.

Per vicinanza abbiamo ricompreso nelle visite le piazze Navona e di Spagna, le chiese di sant’Apollinare, famosa soprattutto per avere ospitato le spoglie di un componente della banda della Magliana, di sant’Agostino e la basilica di san Paolo fuori le mura, aggiungendo, per gradire, la Piramide Cestia che ha incuriosito le ragazze.

Ma non si è trattato solo di una tour clerico museale: mia nipote ha preteso di mangiare almeno alcuni dei primi piatti tipicamente romani e così è stato: amatriciana, cacio e pepe e carbonara sono stati i suoi obiettivi, tutti felicemente raggiunti.

La prima sera ci siamo fermati presso un locale nei pressi di san Pietro: un giovane e vagamente petulante cameriere ci ha comunque consigliato egregiamente facendoci così conoscere la pasta alla “Gricia”, di cui ignoravo l’esistenza.

Si tratta dell’amatriciana precolombiana ovvero dell’amatriciana come veniva cucinata prima dell’avvento del pomodoro; il formato della pasta è stato una scoperta davvero impensabile per me (mai avrei cucinato quel tipo di pasta): le mezze maniche, seppure cotte un po’ troppo al dente, sono state davvero azzeccatissime e deliziose.

La sera successiva, a seguito di pressanti richieste, ci siamo trasferiti in quel di Trastevere: qui abbiamo trovato la movida o meglio un po’ di caos, con tanta, troppa gente in giro (per i miei gusti); noi cercavamo un locale specifico, la Ditta Trinchetti, in via della Lungaretta, 76, dove ho avuto il piacere di degustare uno strozzapreti cacio e pepe che mi è costato ben 14 € ma si è rivelato un’autentica delizia.

L’ultima escursione culinaria l’abbiamo fatta, un po’ casualmente, all’uscita della Centrale Montemartini: diretti verso la basilica di san Paolo, scampato un primo temporale ma con un secondo in agguato, ci siamo imbattuti in un locale che, visto da fuori, ci siamo detti “perché no?”

Quel locale era il famoso (e chi lo sapeva?) “Al biondo Tevere”: qui ci siamo abbuffati di carciofo alla giudia, olive all’ascolana, fiore di zucca ripieno per passare poi, ancora nel mio caso, al cacio e pepe.

Costo e qualità inferiori a quelli della sera precedente, comunque buona esperienza, gradevole; unico neo l’attesa abbastanza infinita per il pranzo e per pagare.

La mancanza di connessione stava creando problemi perché i miei contanti erano ridotti al lumicino e rischiavo di non onorare il mio debito: già mi vedevo a lavare quintali di stoviglie trattenuto da una pesante palla al piede ed esposto al pubblico ludibrio quando, misteriosamente e miracolosamente, l’infernale connessione ha ripreso a funzionare.

Ho scoperto solo più tardi che in quel locale aveva cenato Pier Paolo Pasolini la sera del suo omicidio.

Era l’ultimo giorno; prima di tornare a recuperare i bagagli e ripartire abbiamo tentato una visita a san Pietro, senza successo.

L’albergo ci aveva chiesto di pagare 5 euro per il deposito bagagli, fortunatamente ci hanno ripensato e non hanno chiesto niente (come sempre mi è accaduto) anche perché quella dell’albergo è stata l’unica nota dissonante della gitarella.

Roma, 2 – 4 luglio 2020