Noto in Papa Francesco una certa insistenza sulle chiacchiere nei confronti delle quali sarebbe da fare obiezione di coscienza.

Insiste in una occasione affermando che  bisogna «non vivere attorniati dalle chiacchiere» ed ancora: “Gesù ci ricorda che anche le parole possono uccidere! Pertanto, non solo non bisogna attentare alla vita del prossimo, ma neppure riversare su di lui il veleno dell’ira e colpirlo con la calunnia.”

Per continuare dicendo che dobbiamo «difenderci da una legge non scritta dei nostri ambienti che purtroppo è quella delle chiacchiere», che «danneggiano la qualità delle persone, del lavoro e dell’ambiente».

Ancora “le chiacchiere possono uccidere, perché uccidono la fama delle persone”.

“La persona invidiosa, la persona gelosa è una persona amara: non sa cantare, non sa lodare, non sa cosa sia la gioia, sempre guarda ‘che cosa ha quello ed io non ne ho’. E questo lo porta all’amarezza, un’amarezza che si diffonde su tutta la comunità. Sono, questi, seminatori di amarezza. E il secondo atteggiamento, che porta la gelosia e l’invidia, sono le chiacchiere. Perché questo non tollera che quello abbia qualcosa, la soluzione è abbassare l’altro, perché io sia un po’ alto. E lo strumento sono le chiacchiere. Cerca sempre e vedrai che dietro una chiacchiera c’è la gelosia e c’è l’invidia. E le chiacchiere dividono la comunità, distruggono la comunità. Sono le armi del diavolo” (da radio vaticana).

In ultimo le precisazioni sui media rilasciate il 22 marzo: «Per me i peccati dei media più grossi sono quelli che vanno sulla strada della bugia e della menzogna, e sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione – ha detto Bergoglio in un discorso tutto a braccio – Ma la disinformazione é il peccato peggiore, perché è dire solo la metà delle cose, quella che è più conveniente. Così con quello che vedi in tv o senti alla radio, tu non puoi farti un giudizio» (dal Corriere della Sera).

Sin qui le chiacchiere, ovvero, come direbbe Mina “parole, parole, parole”.

Lo psicoanalista vive di parole eppure, normalmente, durante le sedute ne è parco.
Lo psicoanalista non chiacchiera ma parla, quando lo ritiene opportuno.

Le parole dello psicoanalista mi fanno venire in mente la differenza tra kronos e kairos dove il primo equivale alle chiacchiere, il secondo alle parole “opportune”.

Le chiacchiere come superfetazione barocca: costruzioni ardite ed erudite, ma anche volgari e popolari, poco importa, quel che conta è che esse vanno a colmare un vuoto di pensiero in cui tutto diventa ugualmente importante o insignificante ma almeno aiuta, al ribasso, ma uno straccio di aiuto lo offre.

L’altro giorno, parlando di quel big bang che sono Adamo ed Eva, scrivevo che la loro caduta ha comportato l’abbruttimento di tutto il cosmo, dell’universo che anzi da universo è divenuto provincia, paesello, tribù, clan, maso, meglio se chiuso.

Il lavoro di Adamo è diventato faticoso e spesso inconcludente o stancante, inefficace.

Le chiacchiere stanno alle parole come il lavoro di Adamo dopo e prima della caduta: le parole erano in Eden, le chiacchiere nel mondo del peccato.

La parola apre al contributo di un altro, la chiacchiera è autoreferenziale, l’una è amorosa l’altra onanistica; ha ben ragione il Pontefice a giudicare le chiacchiere, lui che è chiamato a custodire e trasmettere la Parola (il pontefice, in antico, edificava ponti, proprio come le parole).

La mancanza di parole viene esorcizzata dall’eccesso di chiacchiere.

Giusto precisare che per parole si intende l’atto linguistico che permette l’espressione del pensiero, quindi la frase, di cui si occupa lo psicoanalista.

Amo Ungaretti per come ha saputo prendere sul serio le parole e rappresentare il lavoro che è all’origine di ciascuna:

“Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.”

Dedico queste poche righe ad un amico straordinario, Don Pier Alberto Sancisi, nel giorno del suo compleanno.

Ricordo anche Paolo Piccinini, anche lui oggi festeggia.

Per entrambi l’augurio di pronunciare solo e sempre parole.