Due notizie scollegate totalmente tra loro: la prima, con un risvolto faceto, accaduta in Inghilterra.

Un anziano signore, evidentemente colpito da un momento di follia (gli psichiatri li chiamano raptus, che peraltro non esistono), nella civilissima Perfida Albione, ruba una patatina dal piatto di un povero gabbiano per poi, evidentemente per sopprimere il testimone del gesto, ucciderlo sbattendolo contro il muro.

Incredibile direte voi? no, è proprio quello che ci racconta un articolo de La Stampa del 22 luglio, eccone l’incipit: “Un pensionato ha ucciso un gabbiano afferrandolo per le gambe e schiantandolo contro un muro dopo aver rubato una delle sue patatine dal piatto.” Evidentemente l’accaduto, come si intuisce da titolo ed articolo è ben diverso, ma la fretta di tradurre dall’inglese ha giocato un brutto scherzo.

Di errori grammaticali ed ortografici ne trovo moltissimi nei quotidiani online, non un buon segno.

La seconda riguarda Sergio Marchionne: sembra che l’ormai ex manager FCA si stia spegnendo; il momento è drammatico, come sempre quando una vita umana è in pericolo ed è opportuno fermarsi un momento e tacere, cioè non criticare sparare sulla persona.

Ci saranno altre occasioni per criticarne l’operato, la storia non fa sconti a nessuno ed è giusto che anche gli errori compiuti da Marchionne (ne avrà commessi anche lui, immagino) vengano analizzati, a tempo debito.

Per questo ho trovato sgradevoli le esternazioni del presidente della regione Toscana Enrico Rossi, ma non ci perdo troppo tempo, non sono queste esternazioni tipiche di certi politici di sinistra ad interessarmi.

C’è un articolo sul Corriere, invece, che riporta un’affermazione assai più interessante: “Le perplessità sul sistema economico, che pure lo aveva reso ricco, le espresse nel corso di una conversazione avvenuta nel suo ufficio torinese, un paio di anni fa, alla vigilia di Natale. Mi disse di essersi ritrovato, durante un convegno negli Stati Uniti, a parlare a una platea di finanzieri assetati di sempre maggiori profitti a scapito dei lavoratori. E di avere pensato, mentre li guardava negli occhi, che prima o poi l’avidità li avrebbe distrutti. 

Mi spiegò il paradosso di un sistema dove il lavoratore e il consumatore sono la stessa persona: impoverendosi il primo, scompare il secondo. «Qualche emiro che compra una Ferrari lo troverò sempre. Ma se il ceto medio finisce in miseria, chi mi comprerà le Panda?».”

Questa affermazione ha a che fare con la schiavitù.

Nell’antichità la schiavitù altro non era che la sussistenza: il padrone dava allo schiavo quel minimo che gli serviva per sopravvivere e svolgere il suo lavoro; allo schiavo, come agli animali, non serviva nulla di più.

Il proletariato esce dalla schiavitù nel momento in cui  riesce a strappare al padrone condizioni economiche più convenienti: lo stipendio non serve più alla sopravvivenza ma anche all’acquisto di beni.

In tal modo il sistema si perpetua riproducendosi ma permette anche la nascita del capitalismo che, col tempo, comincia a desiderare un certo stile di vita, benessere, bellezza, possibilità di studiare e di salire nella scala sociale.

Il capitalista non ha di mira la sopravvivenza, poi ci sono i cosiddetti piccolo borghesi, ma questa è un’altra faccenda.

Ovviamente sono semplificazioni, mi perdonerete, ma l’idea credo non sia sbagliata.

L’industrializzazione, agli inizi, ha tentato di riprodurre il rapporto schiavistico ma successivamente c’è stata un’evoluzione che ha portato ad esperimenti di capitalismo sociale quali, ad esempio, ad Ivrea con Adriano Olivetti o a Crespi d’Adda con la famiglia Crespi.

La finanza, oggi, probabilmente, sta ripetendo manovre aggressive simili a quelle del capitalismo selvaggio degli inizi.

Delocalizzazione e finanza, questa separata dall’economia, portano o rischiano di portare alla nuova schiavitù perché viene a mancare quel legame tra produzione e territorio, tra produzione e borghesia locale che hanno fatto la fortuna di molte parti del mondo, non ultima l’Italia.

Una finanza che mira solo al profitto genera schiavitù perchè impoverisce il territorio in cui opera, il tutto complicato da numerosi altri fattori tra i quali il calo continuo di necessità di manodopera, sostituita da macchine “intelligenti”, la facilità di delocalizzare e la conseguente possibilità di ricattare al ribasso.

Nel mio piccolo e senza pretese di farne un teorema, mi sono trovato a parlare con sindaci rigorosamente renziani che mi obiettavano, rispetto ad alcune richieste economiche: ti lamenti? hai un lavoro e poi guarda a quanta gente c’è in giro, quindi sei un privilegiato, ringrazia invece di chiedere, accontentati.

Non voglio dire che loro avevano torto per principio ed io ragione, lungi da me, ma evidenziare che nelle contrattazioni coi datori di lavoro l’utilizzo di simili argomentazioni è subdolo perché mira al ribasso ed impedisce la discussione nel merito delle richieste.

Sergio Marchionne mi sembra essersi collocato, almeno come pensiero, dall’intervista al Corriere, nel filone di coloro che hanno un’idea “sociale” dell’economia e questo gli va riconosciuto come merito, il che non significa santificarlo.

I movimenti sovranisti potrebbero essere una risposta, parziale, incompleta a questa sfida, alla delocalizzazione finanziaria.

La nascita della Lega Nord (non quella di adesso, parlo di quella delle origini) non è forse la risposta di un territorio che, nei secoli, ha saputo costruire uno stile di vita, un’identità culturale fatta di lavoro, solidarietà, architetture, urbanizzazione? Certo non un sistema perfetto, come non ne esistono ma nemmeno da disprezzare visto che è lì che l’economia italiana trova uno dei punti di maggior vitalità.

Le sparate egualitarie di Laura Boldrini (la scomparsa politica della suddetta va a lode imperitura di Matteo Salvini) o gli insegnamenti del maestro di vita Roberto Saviano (che sarà pure un intellettuale – e la mia stima per gli intellettuali scende a livelli bassissimi – ma temo abbia poco chiara la differenza tra criticare e insultare) mi danno l’impressione di essere, per un verso, una forma di odio verso l’occidente, condotto con altri mezzi: fallito l’operaismo, sconfitto il terrorismo, il pensiero antioccidentale ha trovato un’altra e più subdola forma di lotta.

Per un altro verso e per la famosa eterogenesi dei fini, Saviano e i suoi seguaci potrebbero essere funzionali proprio alla finanza speculativa: la sua idea di accoglienza di tutti i migranti, nuova manodopera/schiavitù a bassissimo costo, vedi raccolta pomodori in meridione, distrugge ogni idea di legame basato su un lavoro comune, su tradizioni condivise, sulla produzione di un benessere che ha a cuore il territorio.

Si distrugge un’identità  e si offre sempre nuova schiavitù col risultato che a prosperare restano soltanto i finanzieri che, se continua così, non avranno manco la necessità di delocalizzare, tanto c’è qualcuno che i nuovi schiavi glieli porta a domicilio, garantiti da tutti i diritti, per carità, sapendo bene che la pancia si riempie coi diritti, non con il lavoro.

Tra Marchionne e Saviano c’è un’alternativa di civiltà; non credo sia necessario rivelare chi preferisco.

Inutili, forse, ma auguri a Sergio Marchionne, spero ce la faccia. Mentre sto per pubblicare il post scopro che è deceduto; come a ciascuno dei miei conoscenti spero che anche lui possa continuare a lavorare, in purgatorio, per quel profitto che già in questo mondo ha saputo coltivare sebbene parzialmente.

Parma, 25 luglio 2018, festa di san Giacomo apostolo