Il terzo capitolo del bellissimo volume di George L. Mosse, “Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti”, è dedicato ai simboli e luoghi della morte.

La tradizione cristiana era l’unica a disposizione nell’Europa sette-ottocentesca; da questa traggono ispirazione i rivoluzionari francesi che utilizzarono la liturgia cristiana mettendola al servizio delle nuove divinità. Durante le guerre rivoluzionarie i riferimenti non furono, infatti, alle crociate ma ai valori etici romani che proponevano un eroismo immune dal cristianesimo.

In Germania, invece, fu il cristianesimo che venne utilizzato per sostenere le guerre di liberazione e per mascherarne l’orrore: qui si fece uso dell’idea di crociata e guerra santa contro i francesi e per l’unità della nazione. La patria era assimilata ad un altare e la Germania considerata il paese che aveva in custodia il sangue di Cristo e quindi con una missione sacra di fronte al mondo intero. La nazione divenne il tramite tra l’uomo e Dio e fede religiosa e fede nazionale si fusero in un’unità indistinta (ne furono un esempio le associazioni patriottiche): guerra santa  in nome di una nazione santa.

Devozione protestane e ascesa della coscienza nazionale tedesca si resero mutuo servizio: l’una legittimava l’altra e contemporaneamente ammantava di consueto il nuovo rituale nazionale.

La morte del marito, fratello, parente, come iniziò ad accadere con le guerre napoleoniche, venne ora trasformato in sacrificio e, pubblicamente, esaltato; la morte assumeva luce nuova poichè santificata dalla somiglianza al sacrificio di Cristo: nacquero i martiri della nazione ed i cimiteri ove erano sepolti divennero i templi del nuovo culto.

I monumenti ai caduti testimoniavano ad un tempo, forza e virilità dei giovani e monito alle generazioni future.

Anche stavolta fu la Francia a offrire il modello: i tentativi (poi falliti in favore del culto cristiano) di celebrazioni laiche dei caduti contribuì al nascente culto del soldato caduto.

Nel 1792 la marsigliese divenne l’inno nazionale e la celebrazione della morte venne messa al centro delle feste rivoluzionarie: i martiri servirono a legittimare il dominio giacobino, infondere entusiasmo e fungere da esempio.

I francesi celebravano una festa in ogni occasione che servisse a scandire il ritmo dell’anno rivoluzionario: si imitavano gli spettacoli teatrali dell’antichità e si faceva largo uso di simboli classici quali piramidi e cipressi.

Lo scopo giacobino era quello di assorbire anche il culto dei morti nella nuova religione che si basava sulla volontà nazionale entro la quale i caduti erano celebrati come simboli della libertà martirizzata, iniziò qui la nazionalizzazione della morte.

L’architetto Pierre Martin Giraud pensò a un monumento in cui il morto diventasse parte della massa, mentre i rivoluzionari pensarono a cimiteri riservati ai criminali: in questa repubblica della virtù tutti i caduti erano uguali e l’unica distinzione permessa, quella per i grandi uomini della rivoluzione, li celebrava non tanto quanto individui ma come simboli della fede rivoluzionaria.

Il pubblicista J. Cambry ipotizzò una sepoltura che valorizzasse sia i grandi della patria sia i singoli soldati che assumovano, per la prima volta, un rilievo cultuale prima riservato solo ai sovrani e ai grandi condottieri, impensabile in precedenza.

Almeno in morte si ipotizzò un’uguaglianza che comunque vedeva, prima della Grande Guerra, una distinzione di sepoltura in base al grado.

D’ora in avanti lo stato si occuperà dei cimiteri e non abbandonerà più questa competenza.

La Rivoluzione francese aprì la strada all’utilizzazione pubblica di miti e simboli come autorappresentazione della nazione.

La Rivoluzione cercò luoghi di sepoltura che sostituissero quelli cristiani, ma non ebbe successo; influente invece fu la scelta, prerivoluzionaria, di stabilire i cimiteri fuori dai centri urbani.

Tra il 1780 e il 1804 i cimiteri si spostarono in periferia e le sepolture adiacenti le chiese furono ridotte al minimo. Nel corso del Settecento si diffuse la convinzione che vi fosse un qualche legame tra esalazioni e malattie (forse dovuta al ricordo dei miasmi della peste).

Un altro elemento importante che influì anche sulla costruzione di cimiteri di guerra destinati al culto degli eroi e martiri fu il cambiamento di atteggiamento nei confronti della morte: durante l’Illuminismo la consueta concezione cristiana della morte, che prevedeva umiltà e pentimento, lasciò il posto all’idea di virtù naturale: normale conclusione di una vita vissuta secondo i dettami della natura; l’immagine della morte divenne il sonno eterno.

Il cimitero cristiano si trasformò in un paesaggio con prati e alberi: il giardino settecentesco, come luogo arcadico ed elisio simboleggiava serenità e felicità; queste sepolture, in giardini settecenteschi, però, erano riservate solo a nobili e ricchi.

La tomba di Rousseau a Ermonville, fu particolarmente famosa come esempio di sintesi tra giardino e cimitero, in contrasto con gli spazi chiusi cittadini o delle chiese.

La Rivoluzione francese, nella sua fase giacobina, sistematizzò le idee settecentesche sulla morte: tutti i cittadini dovevano essere uguali, senza distinzioni di censo o nobiltà, con una tomba modesta.

Questa insistenza rivoluzionaria su una dimensione collettiva anche della morte influenzò i cimiteri militari con le tombe tutte uguali. Lo stato si assunse il compito di regolamentare le sepolture.

Nei cimiteri si rifiutarono i cipressi in favore di alberi ombriferi simboleggianti il sonno eterno.

Con la sconfitta dei giacobini ripresero vigore le sepolture cristiane e l’ostentazione funeraria; tuttavia lo stato tentò di limitare gli eccessi edificatori delle tombe, mentre restò, come caratteristica dominante dei cimiteri, la natura: si affiancarono concezione cristiana della morte e idea di questa come sonno eterno;  anche la separazione delle sepolture dai luoghi di culto sopravvisse alla caduta dei giacobini, imponendosi definitivamente.

Nel 1804 Parigi aprì il cimitero di Père Lachaise che divenne il paradigma europeo del nuovo modello cimiteriale: Père Lachaise fu un cimitero metà parco e metà giardino, con il rispetto dei lineamenti paesaggistici esistenti, un giardino all’inglese dove tutti i parigini, e non più soltanto i ricchi, potevano essere sepolti.

Il Romanticismo, con rispetto della natura e l’idea illuministica della morte come riposo, misero in ombra l’orrore della morte, tipico del credo cristiano.

Il Père Lachaise, con il mascheramento della morte nella natura, influenzò tutta l’architettura cimiteriale moderna.

A questa influenza si unì quella originata, in America, dal movimento dei cimiteri-parchi (1830-1850), la cui più famosa realizzazione fu il cimitero di Mount Auburn a Cambridge in Massachusetts; in questo caso si rigettavano le artificiosità del Père Lachaise e la sua strutturazione in giardino.

Gli americani propugnarono sepolture nei boschi, non toccati da mano d’uomo, disadorni, informali, senza le suggestioni visive del cimitero parigino, forma di protesta contro le città.

La natura incontaminata avrebbe offerto uno spettacolo di creazione e distruzione con valenza morale; la presenza delle sepolture, invece, avrebbe dovuto rafforzare i sentimenti patriottici in virtù dell’incanto del paesaggio e della presenza dei propri defunti che avrebbero reso più amabile la terra.

In questi cimiteri vigevano limitazioni delle dimensioni delle tombe che assieme al potere morale della natura e senso patriottico avrebbero influenzato i cimiteri militari. I cimiteri parchi si diffusero successivamente anche in Germania: il primo fu progettato per la cittadina di Ohlsdorf, vicino ad Amburgo da Johann Wilhelm Cordes e concepito come opera d’arte totale.

Maggior fama ebbe il cimitero di Monaco, il Walfriedhof, progettato da Hans Grässel in cui la contemplazione della natura  mirava a sostituire il pensiero della morte.

Questo cimitero costituì il precedente per i parchi delle rimembranze costruiti durante e dopo la Grande Guerra come i parchi degli eroi tedeschi (gli Heldenhaine) o i jardins funèbres francesi, in cui ogni albero ricordava un caduto.

Il Parco della Rimembranza, a Roma, è una foresta con ogni albero dedicato a un caduto per l’unità d’Italia; i in tutti questi casi appena descritti si mette in evidenza il valore rigenerante della natura, le tombe individuali sono subordinate all’insieme e prevale una dimensione panteistica.

Durante gran parte del secolo XIX non esistettero cimiteri dedicati ai caduti, i cui corpi venivano ignorati, sepolti in fosse comuni; la memoria degli eventi bellici era affidata a monumenti impersonali o alle parole e versi dei volontari che vi avevano partecipato.

Il primo cimitero di guerra nacque in Germania, a seguito della guerra franco prussiana e quasi casualmente; negli Stati uniti, invece, esisteva già un certo numero di cimiteri militari; nel 1862 il Congresso aveva stabilito che i combattenti della guerra civile caduti in difesa della Repubblica dovessero riposare in eterno in un’area “sicuramente recintata di un cimitero nazionale”.

La prima guerra mondiale diede forma organica, anche in Europa, ai cimiteri di guerra; il 29/12/1915 la Francia per prima stabilì che ogni soldato caduto avesse diritto ad un luogo di riposo perpetuo; le altre nazioni adottarono velocemente analoghe disposizioni anche a seguito dell’enorme pressione dei famigliari dei caduti.

La trasformazione in luoghi di riposo degli eroi della nazione, tuttavia, non sarebbe potuta accadere senza  l’entusiasmo dei volontari, il loro Mito della guerra ed il nuovo status del soldato che trasformarono i cimiteri di guerra in luoghi del Mito.

Oltre ai cimiteri militari altri luoghi di memoria erano presenti a partire dalle guerre rivoluzionarie e dalle campagne napoleoniche: i monumenti ai caduti sulle piazze o nei cimiteri civili, spesso rappresentati da obelischi e colonne spezzate, che richiamavano il gusto per l’antichità; in Germania, invece, si videro grandi massi rocciosi o monumenti di stile gotico.

Se i monumenti non erano una novità, nuovo invece fu il modo di rappresentazione: dalla figura singola del re o generale o comunque condottiero, magari a cavallo, si passò a figure simboleggianti l’intera nazione ed il sacrificio di tutti i suoi caduti.

Normalmente, salvo il progetto napoleonico della chiesa della Madeleine, i nomi dei caduti non erano riprodotti nei monumenti (mentre, in Germania, lo erano, spesso  in targhe all’interno delle chiese e suddivisi in ordine gerarchico); questa situazione cominciò, episodicamente, a cambiare, dopo la guerra franco prussiana del 1866.

I monumenti ebbero vari stili; in particolare in Germania, ebbe un certo successo il gotico che richiamava alla memoria l’impero tedesco medioevale ed era, quindi espressione simbolica dell’unità nazionale; tuttavia anche qui prevalsero i temi classici, già utilizzati, in precedenza, per celebrare sovrani, generali e qualche poeta: obelischi, trofei e colonne, con anche iscrizioni di rimando all’eroismo classicheggiante.

Assenti, in un primo tempo, le figure di giovani eroi (sempre d’impronta classica): la virilità non era rappresentata figurativamente ma mediante iscrizioni che associavano al nome del caduto  gli aggettivi adeguati (valoroso, coraggioso…): le figure giovanili eroiche presero piede dopo la Grande Guerra, quando iniziarono a simboleggiare la potenza della virilità giovanile posta al servizio della nazione.

Il monumento concretizzò gli ideali cantati dai poeti delle guerre di liberazione.

Le iscrizioni sui monumenti mostravano la tensione tra il sovrano e l’ideale della patria che aveva ispirato le guerre di liberazione: in Germania questa tensione continuò anche dopo l’unificazione, col rischio che la comunità del Volk, la patria, potesse incanalare energie pericolose a discapito del potere sovrano.

I numerosissimi monumenti ai caduti sorti in Germania dopo la guerra franco prussiana erano tutti impostati sul culto guglielmino e sul Reich, i morti richiamavano il culto dell’imperatore e dei suoi generali e non il Volk e il suo sacrificio: mancava la democratizzazione dei monumenti ed i morti erano elencati in rigoroso ordine gerarchico in cui i soldati semplici venivano ricordati più come collettività anonima che come singoli.

Cambia, anche in questo caso, con la Grande Guerra: i soldati, come appartenenti al Volk, fanno parte della grande comunità d’armi e quindi hanno diritto al nome, così come, nei cimiteri, ogni loro tomba, seppur individuale, costituisce la parte di un organismo unitario.

Nella configurazione di questi cimiteri assume rilievo anche il cristianesimo: le croci sono addobbo tipico, come comune è una grande croce centrale; ma il cristianesimo gioca un ruolo anche nella nascita del Mito dell’Esperienza di Guerra col tema della morte e risurrezione di Cristo e non solo.

In Prussia, chiesa di stato, protestante: i caduti in guerra vennero ricordati con una speciale cerimonia (così come venivano benedetti quando andavano in battaglia), ma già nel Settecento, esisteva una celebrazione dei defunti che rammentava i grandi uomini e le glorie del passato; simile atteggiamento ebbero i francesi rivoluzionari che stabilirono una festa commemorativa degli antenati della Rivoluzione nell’ambito della nuova religione civica: queste consuetudini agevolarono l’ingresso del culto dei caduti per la patria tra i patrimoni della nazione.

L’atteggiamento della chiesa come descritto, sanciva sia l’unione tra trono e altare sia il nesso tra culto dei caduti e religione cristiana; la morte in guerra, che venisse celebrata con le forme della Rivoluzione francese o con i riti cristiani, avveniva in nome della nazione.

Questo terreno culturale e l’opera svolta dai volontari preparò quello che sarebbe divenuto l’evento fondamentale per la configurazione del Mito, la Grande Guerra.