Giornata particolare a Pavia

Mi sveglio di prima mattina ed il tempo è orribile, nuvole e pioggia ma una pioggia un po’ cupa, non quella purificatrice dei temporali estivi; mi mette tristezza.

A Pavia

Ma la decisione, dopo tanti ripensamenti, è presa: sarà Pavia la meta di questa escursione.
Pavia, famosa per la Certosa, che avevo intravisto di corsa anni fa tornando da non ricordo nemmeno dove, per essere la sede dell’università dove studia il Giacomo, un ragazzo di quelli che sarei onorato di avere come figlio e buon ultimo da lì arriva il vasetto di miele aromatizzato che ho ricevuto come regale da una persona speciale, tal Patatino.

Il viaggio è senza problemi, trovo altrettanto senza problemi un parcheggio vicino al centro, gratuito la domenica come ben evidenziato anche dalla segnaletica (che trovo tanto chiara quanto formalmente discutibile); si notano i segni di una recente burrasca, percepibile chiaramente anche dall’aria tersa, priva di umidità.

Mi incammino subito verso il centro con l’intenzione di visitare tutto quel che mi sia possibile.

La cattedrale

Inizio con la cattedrale, famosa per la cupola imponente, di cui mi colpisce molto il pulpito, con le statuarie figure in legno scolpito opera dello scultore pavese Siro Zanella (di cui ignoravo l’esistenza) nella seconda metà del Seicento.

La cattedrale custodisce anche tre sacre spine, ovviamente della corona del N.S. Gesù Cristo, in un impianto barocco quindi inevitabilmente sovrabbondante e molto scenografico (come piace a me).

Proprio la cattedrale mi offre l’opportunità di fruire della messa domenicale; non volendo correre il rischio di non trovarne una in altri orari mi sistemo in una delle panche riservate al sacro rito.

Un bel pezzo di sacerdote ha celebrato una santa messa quasi del tutto cantata (anche se spesso col microfono troppo vicino), insomma come Dio comanda, senza fronzoli ma con una piacevole e sobria solennità, bravo!

Un’urna di vetro custodisce, infine le spoglie di san Siro, protettore della città e protovescovo: curiosa la storia collegata a questo personaggio che, secondo la tradizione, sarebbe da identificare col ragazzo (senza nome presente nell’episodio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, quell’episodio in cui si dice che c’è un ragazzo con cinque pani d’orzo e due pesci, cibo insufficiente per sfamare la moltitudine dei presenti, previsione pessimista smentita dall’intervento miracoloso di Gesù.

Correlato a questo c’è il vanto di avere avuto il vescovo ben prima della città di Milano di cui Pavia non è stata suffraganea fino al 1803, avendo goduto del privilegio di essere Sedi Apostolicae immediate subiecta.

Privilegio derivante da un evento correlato allo sisma tricapitolino: fu un sinodo nel palazzo reale di Pavia che pose fine alla separazione tra la chiesa di Roma e tante chiese in un’area compresa tra  Italia del Nord , Dalmazia, Illirico e Africa Settentrionale.

Tutto originato dal rifiuto di riconoscere le decisioni del Concilio di Costantinopoli II del 553: questioni che risvegliano i miei amati studi di storia medioevale di giovane studente universitario.

Il museo diocesano

Dopo il duomo c’è il museo relativo, un piccolo museo diocesano, con ingresso gratuito, aperto grazie a dei volontari molto gentili.

Luogo piccolo ma suggestivo e interessante: si entra nella cripta, o meglio negli ambienti ipogei dell’antica cattedrale di Santa Maria del Popolo e si scoprono alcune opere deliziosa.

Una Madonna della misericordia molto bella, opera di Lorenzo Fasolo (uno dei tanti pittori a me sconosciuti), del XVI secolo, che copre col proprio manto gli appartenenti alla confraternita dei disciplini, vestiti ed incappucciati.

C’è anche un bellissimo riccio di pastorale che risale al XII secolo, in avorio: curiosa la scena rappresentata, il serpente che rappresenta l’antico nemico e l’agnello vincitore; poi altri oggetti d’uso liturgico che meritano la visita.

La basilica di san Pietro in ciel d’oro

Ecco poi una delle mete più ambite: la basilica di san Pietro in ciel d’oro, famosa per le spoglie del santo vescovo di Ippona, tornato sotto la luce dei riflettori (in realtà famoso lo è sempre stato) dopo l’elezione al soglio pontificio di S.S. Papa Leone XIV felicemente regnante.

Ci arrivo proprio poco prima che inizi la santa messa così, per non disturbare, mi sono seduto in un angolo e ho bissato la celebrazione di poco prima; durante la cerimonia sono stato anche vittima di un attacco di broncospasmo (credo) che mi capita molto saltuariamente (e per fortuna) di subire.

La bellezza dell’arca dove riposa sant’Agostino colpisce il cuore, un po’ come per tutte le opere simili a questa (per fare un paio di esempi, quelle di san Domenico a Bologna e san Pietro martire a Milano.

Opera di Giovanni di Balduccio che è lo scultore anche dell’arca straordinaria di san Pietro Martire, nella Cappella Portinari in sant’Eustorgio a Milano: capolavori, c’è poco altro da aggiungere.

Ma in questa basilica riposa anche un altro santo importante e famoso per gli studiosi di storia del cristianesimo, il filosofo Severino Boezio, patrizio romano, senatore, una figura fondamentale per la cultura medioevale.

Prima uomo stimato e di fiducia di Teodorico, poi sua vittima e martire, dal che si potrebbe ricavare l’insegnamento che è meglio tenersi alla larga dai potenti perché la fortuna può cambiare verso in men che non si dica.

Non manca nemmeno un sovrano, il famoso Liutprando, uno dei sovrani longobardi più importanti, autore, tra le tante cose, della donazione di Sutri, tappa importante (per fama) nel percorso di genesi dello Stato della Chiesa.

Decido di salutare un monaco che sta uscendo dalla chiesa, gli chiedo se sia contento del nuovo Papa (domanda banale, lo ammetto), mi risponde con una forte pacca contro una spalla, un sorriso smagliante a 128 denti e mi invita a pregare, perché, dice, “fare il Papa è difficile”.

Dopo avere deciso di saltare il pranzo, come spesso mi accade durante le gite in solitaria, mi reco presso un’altra chiesa splendida, san Michele maggiore, la chiesa delle incoronazioni.

La basilica di san Michele maggiore

Un luogo di grande suggestione, peccato dover pagare per l’illuminazione (ma capisco): dai mosaici pavimentali ai capitelli, dal presepe del 1473 al celeberrimo «Crocifisso di Teodote», una visita immancabile per chi si trovi in città.

Ancora due tappe mancano prima del ritorno ma, nel mentre, un passaggio nei locali dell’Università mi ricorda che oltre ad essere un altro luogo suggestivo, ci studia una persona a me molto cara, un giovanotto che il prossimo anno diventerà un ottimo medico.

I Musei Civici

Eccomi, dunque, ai Musei Civici: entrando mi è tornato in mente che ci ero già stato tanto tempo fa, in occasione di una mostra dedicata ai longobardi (se non ricordo male): altro luogo che merita una lunga visita (che non posso concedermi perché la Certosa mi attende impaziente).

Per una imprevista evenienza entro gratis, sorpresa piacevole, molto apprezzata.

Una parte del museo è dedicata all’archeologia, con ritrovamenti del territorio e contributi di collezionisti (i pezzi egizi non sono sicuramente stati scavati nel pavese), c’è qualche pregevole erma ma da segnalare la lastra tombale del già citato Severino Boezio poi tanti oggetti, ceramiche, vetri, bronzetti, gioielli, testimonianze della ricchezza della cultura longobarda.

Una serie di splendidi capitelli ci anticipa, dal medioevo direttamente per noi, una sala di mosaici molto belli: ci sono la lotta tra la fede e la discordia, le rappresentazioni del lupo e del corvo e la ruota dei mesi oltre alle storie del martirio di sant’Eustachio.

Notevole anche la lastra tombale di Ardengo Folperti, maestro delle entrate di Filippo Maria Visconti, ovvero, se non cadi in disgrazia e incassi tanti denari puoi anche permetterti una lastra tombale degna di nota: sfortunatamente l’oblio della storia conserva memoria solo della lastra e del suo autore, Jacopino da Tradate, non di quella del committente.

Passando oltre, e siamo al Rinascimento, c’è l’abside della chiesa di Sant’Agata al Monte, demolita agli inizi del XX secolo, davvero molto bello.

La sezione dedicata all’Ottocento e quella al Risorgimento completano la mia visita che deve per forza rinunciare alla parte della gipsoteca.

Una bella visita “accompagnata” da alcuni addetti alle sale.

La Certosa

In chiusura l’obiettivo principe, la Certosa, con annessa quasi inevitabile figura del piffero, seppur in solitaria: ho inserito nel navigatore l’agognata meta “Certosa di Pavia”; ignoravo totalmente che esistesse anche un comune col medesimo nome del monumento, complimenti a chi ha avuto l’idea!

Il navigatore ha fatto il suo dovere e mi ha condotto in una piazza, segnalandomela come la meta cui ambivo, ovviamente del tutto sbagliata; da lì mi sono messo alla ricerca della Certosa che ho trovato dopo qualche ulteriore minuto di guida.

Il caldo fattosi torrido avrebbe voluto che trovassi un posto dove parcheggiare ben vicino alla chiesa, sfortunatamente così non è stato per cui mi sono incamminato sotto il sole cocente fino all’ingresso dove una gentile signorina mi ha chiesto se fossi italiano.

Italiano, in effetti, lo sono e questo comportava il beneficio di poter usufruire della visita guidata appena iniziata: mi sono scapicollato con le poche forze rimanenti fino al luogo dove un’arzilla generalessa di corpo d’armata intratteneva una folta comitiva di italiani (in realtà non solo quelli).

La guida, con cipiglio deciso dell’ex professoressa e studiato tono di voce (stentorea), ha raccontato in brevi cenni la storia di questo luogo straordinario, ora abitato da soli sei monaci cistercensi, non più certosini.

Voluta da Gian Galeazzo Visconti, con la prima pietra posata nel 1396, ha una facciata in marmo che incanta.

Anche l’interno non è affatto male, sia per i dipinti, sia per il bellissimo coro, ovviamente intagliato in modo magistrale, sia per i mausolei e precisamente le statue giacenti di Ludovico il Moro e Beatrice D’Este, scolpite da Cristoforo Solari ed il sepolcro di Gian Galeazzo Visconti, progettato da Gian Cristoforo Romano.

Interessantissima anche la visita alle celle, 24, due stanze, tutte munite di piccolo orto, del pozzo, di una finestrella porta vivande.

Circondano il chiostro grande, delimitando i confini del monastero, o almeno così mi è sembrato, quasi edifici di un opificio ottocentesco.

La spiritualità certosina è “sconvolgente”: tanta è la ricchezza della chiesa, tanto, non da meno, l’austerità delle celle e dell’intera vita dei monaci.

Con la loro opera hanno sicuramente modificato la struttura economica e sociale dell’intera Europa, grazie sia alle opere agricole, alimentari e architettoniche, sia a quelle spirituali, come la preservazione delle opere antiche e la produzione di codici miniati straordinari.

Il ritorno

Una giornata fantastica, di quelle che mi piace ricordare, conclusa con l’acquisto di un paio di bottiglie da regalare, in quello stesso locale dove pochi mesi prima qualcuno aveva acquistato un vasetto di miele e frutta per me.

Il traffico infernale che mi blocca tra l’ingresso in autostrada ed il collegamento col tratto che mi conduce a casa è forse l’unica cosa negativa di una giornata, ormai rare sono diventate giornate di tal fatta, andata proprio come speravo.

Chiudo con una nota: non so spiegarmi il motivo ma non mi piacerebbe vivere a Pavia; seppur munita di splendidi gioielli, quel tono “terroso” che contraddistingue tanti territori lombardi mi disturba: amo il riflesso luminoso dei marmi più che il marrone che qui sembra regnare sovrano, a parte quel gioiello che è la Certosa.

Pavia resta comunque famosa anche per l’epica battaglia  di cui ricorre proprio quest’anno l’anniversario: era il 24 febbraio 1525, 500 anni fa, quando i francesi di Francesco I vennero sconfitti dalle forze ispano-imperiali di Carlo V d’Asburgo.

Oltre a cambiare il modo di combattere, innovato con utilizzo combinato di artiglieria e cavalleria pesante, insieme all’impiego di arcieri armati di archibugi, la vittoria di Carlo V fece perdere ai francesi la città di Milano.

In questa battaglia perse la vita, tra i tanti, Jacques II de Chabannes de La Palice, modernizzato in Lapalisse, quello che ha involontariamente (essendo già defunti) l’aggettivo lapalissiano (se non fosse morto, sarebbe ancora vivo).

Passata alla storia anche la frase scritta da Francesco I alla madre: “tutto è perduto fuor che l’onore e la vita che è salva”.

Una città tutto sommato piccola, Pavia, ma con una storia decisamente importante.

Una nota in chiusura relativa alla Certosa: trafugati i resti mortali del Duce da un gruppo di fascisti, il 12 agosto 1946 vennero ritrovati all’interno dell’abazia, avvolti in due sacchi di tela gommata, chiusi in un baule di legno rinforzato da ferro.

Pavia, 22 giugno 2025 Solennità del Corpo e del Sangue del N.S.G.C. e memoria dei santi Paolino di Nola, Giovanni Fisher e Tommaso Moro

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