Della Gemäldegalerie di Berlino ho detto poco sebbene sia stato il luogo di massimo stordimento perché ne sono uscito davvero inebriato: le raccolte che sapientemente hanno saputo costituire nel tempo testimoniano il gran gusto che regnava a corte e l’intelligenza nelle acquisizioni.

L’amore o comunque l’interesse per l’Italia è certificato dalla presenza di Beato Angelico, Caravaggio, Giotto, Gentile da Fabriano, Botticelli, Masaccio, Antonio del Pollaiuolo, Bernardino Orsi da Collecchio, Tiziano, Correggio e mi fermo qui facendo torto a tanti altri.

Non può mancare l’area nordica, tedesca e fiamminga che non sfigura certo di fronte agli italiani, calando assi di briscola come Rembrandt, Lucas Cranach il vecchio, Albrecht Altdorfer, Albrecht Dürer, Petrus Christus, Pieter Brugel il vecchio, Jan Vermeer.

Ho vagato per ore in quelle stanze cercando di memorizzare, guardando le tele una ad una, non volendo trascurarne alcuna salvo quelle di alcuni periodi che proprio non amo, come il Settecento.

Ci trovo le nature morte di fiori, stupefacenti per la preziosità delle composizioni; le rappresentazioni di scene di vita quotidiana, gli enigmi di Vermeer, gli autoritratti di Rembrandt, insomma non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Io ho trovato entusiasmanti il trittico del giudizio universale e  la piscina dell’eterna giovinezza di Lucas Cranach, i proverbi fiamminghi di Pieter Bruegel il vecchio, il bicchiere di vino e la ragazza con la collana di perle di Vermeer, un altro trittico del giudizio universale di Beato Angelico, quindi l’ovvio amor vincitore di Caravaggio, un autoritratto di Rembrandt…

Come per le ciliegie (alcune rappresentate in un paio di quadri) una tela tira l’altra. I giudizi universali, un po’ come le danze macabre sembrano rimettere le cose a posto: la morte arriva per tutti e nessuno può sfuggire al compenso o alla punizione, con particolare attenzione a quest’ultima che sembra sempre essere la più interessante (chi si ricorda il paradiso di Dante? al contrario non c’è italiano normodotato che non conservi qualche traccia dell’infermo del sommo poeta). A parte la punta di sadismo (e di vendetta) che ciascuno conserva nell’intelletto è anche abbastanza scontato che l’inferno sia più nitido del paradiso: vista la nostra secolare anzi millenaria consuetudine ad elaborare soltanto in negativo (con specializzazioni particolari nei vari sistemi di tortura e uccisione dei simili) non c’è da aspettarsi molto di meglio.

C’è anche da dire che del paradiso non sappiamo nulla, tanto che le rappresentazioni sono, di solito, abbastanza stucchevoli: cori celesti, schiere di santi attorno ad un centro ma nessuna attività, nessuna idea, nessun moto.

 A dire il vero la liturgia di oggi, siamo al 26 ottobre, santi Luciano e Marciano (al rogo in Bitinia, Decio imperatore, per ordine del proconsole Sabino), la liturgia della domenica prevede la prima lettura tratta dall’Esodo e precisamente Es 22,20-26:

“Così dice il Signore:
«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.
Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso»”.

Ordunque qui il Signore è molto chiaro: nel porre il divieto di maltrattare stranieri orfani e vedove prevede la sanzione non nell’aldilà (mica gli dice andrete all’inferno) ma è lui stesso, quasi a suggerire che non ci si deve impegnare troppo nelle vendette, a farsene carico e qui in terra con sanzione quasi da legge del taglione (che ci scappa pure un rimone pazzesco).

Ma torniamo alla Gemäldegalerie e alle mie preferenze: gli straordinari proverbi fiamminghi sono stati un’altra opera che mi ha incantato, sia per l’originalità del soggetto, sia per l’esecuzione con figure di piccole dimensioni che, da sempre, mi piacciono in maniera particolare (l’amico Rorschach disse qualcosa in proposito, decenni or sono, circa la mia predilezione per i dettagli).

Questo dipinto sembra una descrizione dello stato dell’arte dei proverbi, della conoscenza, insomma, ritenuta di serie B ma che non è sempre tale poiché non esiste una cultura di serie A: particolarmente simpatico il tizio che si addenta una colonna, che in italiano è un baciapile.

Altrettanto curiosa la piscina dell’eterna giovinezza dove vecchiacce laide e ributtanti ritrovano il fiore della bellezza, segno evidente di come l’uomo non sappia confrontarsi con l’invecchiamento, in tempi in cui la chirurgia estetica era di là da venire (a ben guardare certi canotti, pardon labbroni di oggi, rimpiango l’ingenuità della piscinetta).

Inutile parlare di Caravaggio, da sempre, uno dei miei pittori preferiti o di Vermeer che nel bicchiere di vino è straordinario.

Chiudo con un cenno all’autoritratto di Rembrandt che ha un’intensità nello sguardo da invitare l’interlocutore a … parlargli, anzi parafrasando la leggenda di Michelangelo col Mosè, pare davvero che il pittore si rivolga allo spettatore sussurrandogli: “perchè non mi parli?”

Ho notato, tra l’altro, una bella serie di ritratti, sparsi in giro per le sale, sia virili che muliebri, di grande bellezza ed interesse: si va da meglio stilizzato, neoplatonico direi a quello talmente realistico da renderci il giovanotto riprodotto carico di una bella dose di antipatia oltre che di significativa bruttezza.

Ne ho tratto due brevi video creati, come sempre, dalle foto che scattato.

http://youtu.be/oPm0g7v6NHY

http://youtu.be/jQf0xAsJgQ0