Non si tratta di incontro ravvicinato con qualche spettro di italiano nobile per gesta od intelletto ma di un ben più semplice primo abboccamento con Italo, il nuovo treno che fa concorrenza a trenitalia: mi condurrà a Firenze con buon risparmio di denaro, con ottimo servizio (poltrone comode) e personale che saluta con grande cortesia, ne sono stato assai contento, era ora che ci fosse un po’ di, spero, sana concorrenza.

Arrivo dunque a Firenze di prima mattina, un salto all’ufficio informazioni: gentili e competenti, bene così si fa e via verso… San Marco, no perché è chiuso – sono anni che desidero visitarlo e non ci sono mai riuscito, la maledizione continua…

Altra meta ambita: le cappelle medicee, stavolta non fallisco l’obiettivo ed ho anche la fortuna di non trovare confusione: ambienti enormi (anche se in restauro sigh sigh) con tombe spropositate, bello, affascinante, coinvolgente; da lì passo alla sagrestia nuova dove Michelangelo mi aspetta per conquistarmi con le sue opere.

Speravo di poter visitare questi capolavori in compagnia della mia amica Angelica, me l’aveva promesso, poi me ne sono andato da Rimini e la cosa è finita lì, peccato, ma il ricordo di questa adorabile ragazza mi accompagna per tutta la giornata: fino a che non si è sposata Angelica è stata per me una carissima amica, una ninfa Egeria, uno stuzzicante sprone a vedere con curiosità le opere che l’uomo ha saputo produrre.

La ricordo con nostalgia sapendo che non è venuto meno manco un briciolo dell’affetto che ci lega anche se non ci vediamo mai; non temo di dire che, assieme al mio mitico San Roberto da Forlì, Angelica è uno dei più chiari e fulgidi esempi di ciò che lo spirito cristiano sa produrre, ma procediamo oltre…

Dopo le Cappelle medicee provo con San Lorenzo che è chiuso causa funzione religiosa: non disturberò certo la Messa per soddisfare la mia curiosità artistica così sposto l’interesse al Duomo, chiuso pur esso fino al pomeriggio, e al Battistero.

Il Battistero di San Giovanni, ricordato da  Dante (e da me che ricordo Dante), mi stordisce con quel profluvio di mosaici dorati all’interno e le porte (quella del paradiso sopra tutte) all’esterno. I mosaici della cupola, in particolare la resurrezione dei morti calamita il mio spirito fotografico e la cervicale.

Le mie mani frenetiche premono il tasto di scatto della macchina fotografica, cercando di fissare nella memoria quel turbinio di luci e colori che tanto mi attraggono.

Ne esco solo per rituffarmi in un altro ricettacolo di meraviglie: il museo dell’opera del duomo con, tra le altre cose, la Pietà Bandini di Michelangelo, poi opere di Andrea Pisano, Luca della Robbia, Donatello, Lot Torelli.

Non sono sazio, anzi, e quale migliore altra meta del Museo del Bargello? anche qui sculture a non finire, da Michelangelo – con un Bacco che ignoravo esistesse – a Verrocchio, Donatello, Cellini, Ammannati, Bandinelli, uno splendido Oceano di Giambologna, un colossale cannone di Cosimo Cenni (cannone di San Paolo), l’ Incoronazione di Ferdinando d’Aragona da parte del cardinale Latino Orsini nel 1459 e sei musici di Benedetto da Maiano.

Da stordirsi, un museo assolutamente da vedere, come quasi ogni cosa che si trova in questa magnifica città che, nonostante il caldo torrido e la puzza che spesso accompagna il mio peregrinare, mi pare bellissima, nonostante non possa reggere il confronto con Roma.

Già, Roma, ogni volta mi sorge l’idea di confrontare le due città, una sorta di dualismo da amor sacro e amor profano: mi accorgo che è un errore e che è giunta l’ora che superi questa ritrosia verso la città toscana.

Dopo il Bargello vado verso Santa Maria del Carmine, sempre a piedi ovviamente, accompagnato da una canicola che uccide ma non mi fermerò nemmeno a mangiare: compro un panino e lo divoro camminando.

A Santa Maria del Carmine trovo la famosissima Cappella Brancacci che da sola merita il viaggio; torno sui miei passi e provo a visitare la mostra dedicata al gotico internazionale in corso agli Uffizi: coda di un’ora e mezza oppure acquisto di un biglietto con supplemento di 4 euro per prenotare l’orario: ci rinuncio, tornerò magari a settembre.

Vado allora a Santa Croce non senza prima smarrire la piantina della città: il mio universalmente riconosciuto senso dell’orientamento mi porta in piazza San Giovanni dove ricordo di avere visto un ufficio informazioni turistiche, ci arrivo alle 14.10 circa per scoprire che chiudeva alle 14.00 (ma si può?), mi rassegno e ne compro una che scoprirò essere orrenda, comunque riesco ad arrivare dove volevo, prima però passo per Santa Maria del Fiore, la Cattedrale di Firenze, tanto straordinaria all’esterno quanto relativamente spoglia nell’interno visitabile solo in minima parte.

Trovo buffo che all’ingresso ci sia personale che sovrintende alla decenza dell’abbigliamento dei visitatori e, nel caso abbia dei rilievi, l’alternativa è l’acquisto di un “kimono” per 1,50 € che oltre a essere del tutto inutile attira, se possibile maggiormente l’attenzione: non mi sembra un buon caso di compromesso.

Santa Croce è un’altra di quelle chiese che rimandano agli studi liceali: Ugo Foscolo, dei Sepolcri, è una delle opere che ancora ricordo sebbene adesso non trovi nessun interesse nel pensiero del poeta.

Mi guardo dunque le tombe dei grandi d’Italia, Galilei, Michelangelo, Alfieri, Rossini, Dante, Carlo Marsuppini e le cappelle tra le quali spicca la cappella Bardi (la cappella Peruzzi mi sa che era inaccessibile) decorata dal grande Giotto con la vita di San Francesco; uscito da Santa Croce mi dirigo alla Santissima Annunziata e per finire a San Marco (vedrò la sola chiesa visto che il museo è chiuso).

Ormai si avvicina l’ora di tornare così in Piazza San Giovanni trovo due operatrici della polizia municipale e chiedo loro quanto dista e che strada fare per arrivare alla stazione di Rifredi: una mi dice 20 minuti, la seconda sostiene che ne servono ben di più e mi consigliano il bus; mi dirigo dunque a Santa Maria Novella dove prendo l’autobus n. 2.

Sull’autobus, pieno di gente, mi trovo un extracomunitario, dei paesi dell’est, che si lamenta del caldo e della mancanza di aria condizionata, sostenendo che quella dell’autista funziona; in tutta risposta l’autista ferma il bus e chiama telefonicamente il suo responsabile riferendogli che la gente si lamenta del caldo, non crede che il condizionamento sia fuori uso e dicendo che se qualcuno si sente male lui non vuole responsabilità.

Ci si chiede come mai sto paese vada male: col clima torrido che c’è in sti giorni mi domando come possa pensare un autista dell’autobus che possa essere responsabilità sua se qualcuno si lamenta che fa caldo e che per questo fermi il veicolo (così il caldo aumenta visto che l’aria dai finestrini non entra più) e chieda disposizioni al suo responsabile che, per telefono, chissà che idea potrà mai farsi…

Arrivo dunque a Rifredi, prendo il treno, con trenitalia stavolta e mi ritrovo nel consueto stile: intercity affollato, caldo, materiale vecchio, la parte mobile (sale e scende) ove poggiare il capo  è così mobile che si stacca e mi rimane sul collo; per 15 euro magari non devo nemmeno lamentarmi…

no images were found