Il figliol prodigo, opera di Enrico Butti per il mausoleo Galbiati, drammatico ma, secondo me, non fedele all’episodio biblico.

Poi il monumento ad Arrigo Boito, che non è niente di che, per passare ad una bella donna nuda, seduta e triste.

Drammatico “L’ultimo bacio” dell’artista Emilio Quadrelli per la famiglia Volontè Vezzoli, al contrario tristissimo il bacio di commiato di una giovane alla defunta sdraiata.

La tomba Sommaruga Faini è un altro dei capolavori (opera di Giannino Castiglioni) che si impongono all’attenzione: in questo caso la doppia fila di donne che circondano il feretro, velate e a capo chino, mi suggeriscono l’idea di un corteo medioevale, altamente suggestivo in questo apparente infinito processionare delle oranti.

Ma subito si propone all’attenzione un bell’uomo (poco vestito) una donna accanto al letto, spaventata, che non so perchè mi fa venire in mente Ofelia, per passare quindi ad una delle tombe più antiche (risale al 1869), quella di Giovanni Maccia, opera dello scultore Luigi Crippa e che mi ricorda le tombe del Canova.

Poi vari volti di uomini e donne che appartengono ad un passato che sembra remotissimo, di cui non sappiamo nulla: la loro memoria è affidata ad un’effigie scolpita nel marmo ed a poche scarne parole che vogliono brevemente tratteggiarne più che la vita, gli ideali che i defunti propongono come da ricordare. Non a caso esiste il detto popolare “falso come una lapide” perchè quel che si trova scritto sul marmo e che si pensa e vuole come imperituro è un ideale, spesso ben distante dalla realtà.

                                                                                                                                                 Milano, 17 agosto, 2014

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