Avevo raccontato la mia avventura ospedaliera in quel di Borgo Val di Taro, dell’intervento chirurgico cui mi sono sottoposto il 7 di luglio.

Da quella data è iniziata una serie di difficoltà e problemi che stanno mettendo a dura prova le mie scarse capacità di resistenza.

Non vi svelerò dove ma una delle vene sottoposte all’intervento si è trombizzata, il che ha provocato un certo dolore, a dir poco antipatico; sono stato indirizzato alla casa della salute di Fornovo dove un cortese dottore (che in realtà si aspettava una donna, evidentemente non devo avere fatto grande impressione sul mio chirurgo se, appunto, ha scritto al collega che si sarebbe presentata una donna) mi ha forato la vena e l’ha premuta tra due dita, manovra rivelatasi efficace ma, al momento, poco entusiasmante.

Il problema, tuttavia non era quello, ma la mia povera vescica come avrei scoperto di lì a breve; sì perché gli antidolorifici attutivano la percezione dei problemi ma non potevano risolverli ed intanto si arrivava in quel di agosto, mese da me sempre poco amato perché tutto si blocca ed anche i rapporti umani paiono sfilacciarsi sotto il peso delle ferie di massa.

Anche il mio urologo di fiducia era in ferie, tutto sembrava complottare contro una rapida soluzione ed intanto trascinavo le mie notti da incubo, trascorse pressoché insonni, da quel fatidico 7 luglio: non sono riuscito a dormire più di un’ora e mezzo continuativamente.

Tornato il mio urologo, mi visita il 5 agosto e mi prescrive immediatamente e senza possibilità di discussioni l’inserimento di un catetere.

Apro un inciso: il mio medico di famiglia mi aveva prescritto con urgenza breve una ecografia addominale – da effettuare in teoria entro 8 giorni: ho chiamato per prenotare, se non ricordo male, il 27luglio e mi è stata fissata per il 31 agosto; la sanità emiliano romagnola sarà anche di eccellenza ma se paghi e vai da un privato è meglio (anche se non si può dire).

Ma non divaghiamo né polemizziamo: il 4 agosto mi inseriscono il catetere: la previsione è dei tenerlo fino al 9 e così accade, sennonché mi tornano velocemente dolori e problemi di prima (tra cui le notti insonni tra letto e bagno) e devo bermi l’amaro calice di un nuovo inserimento anche per via di una certa febbricola, molto spossante anche se non ha mai superato i 38°.

Non che avessi particolari progetti per ferragosto ma la febbre, il catetere e l’antibiotico distruggono quel poco di vita sociale che ancora restava (cioè il posto di lavoro); l’antibiotico sembra fare effetto, sembra … perché la febbre mi ritorna e con essa disturbi gastrointestinali: la mattina di ferragosto è dedicata alla guardia medica che rileva una gastroenterite.

Altro antibiotico e passa la paura.

Ma non è finita qui: c’è in previsione l’intervento (risolutivo, ma non ci credo più) perché, come mi dice il dottore, “avanti così non si può andare”; immaginate quando, siamo al 22 agosto, ricevo una chiamata, il numero è del mio specialista per cui penso subito e soltanto ad una cosa: “mi dirà il giorno dell’intervento”.

Ovvio che no: la notizia è ben diversa; a causa di un disguido sono sì in lista d’attesa per l’intervento ma non per la visita anestesiologica, il che comporta il rinvio al mese di ottobre.

Occorre precisare che fino ad allora è necessario portare l’odioso ammennicolo?

La notizia mi pietrifica, un autentico fulmine a ciel sereno, e mi intristisce non poco ma alternative non ce ne sono e quindi, nonostante gli incitamenti di alcuni amici (“sei grande e grosso, fatti valere, telefona e fai la voce grossa” oppure “insisti, fai pressione, rompigli le scatole, devono trovati una soluzione”), mi rassegno sperando che la serie di eventi infausti sia terminata.

Pia illusione perché il mattino del 24, al lavoro, mi ritrovo con una strana sensazione, che mi rimanda ad un episodio della giovinezza (mi sono sentito un po’ Proust, anche se privo di madeleine): inizio inspiegabilmente ad avere freddo e a tremare, saltando, letteralmente, sulla sedia.

Avendo al seguito una bustina di antidolorifico (ormai non me ne separo più) mi impressiono quando prendo in mano il bicchierino per berlo: la mano trema quasi al punto da farmi versare il contenuto del bicchiere.

Mi era successo di tremare così tanti anni fa, avrò avuto tra i 12 e i 14 anni, non ricordo con precisione: una notte, all’improvviso ho iniziato a tremare tanto da saltare sul letto; ad ogni tentativo di porre fine a quelle vibrazioni che squassavano impietose il mio esile corpo di giovane in età puberale (mi chiamavano Biafra ai tempi, perché mi si potevano contare le costole a vista) mi capitava di sentire una fitta a sinistra, nell’addome.

Al mattino venne chiamato il medico di famiglia di allora, il dottor Giuliano Ferrari di cara memoria (tanto bravo quanto fascistone e altrettanto dedito ai suoi pazienti, anche i meno abbienti e di sicura fede politica opposta alla sua com’era la mia famiglia), che arrivò subito (ci pensate oggi a una cosa così?) a casa.

Fu il “segno di Blumberg” a svelargli l’arcano (chissà i complottisti a che stanno rimuginando ma, in effetti, tale manovra è roba da iniziati – iniziati all’are medica), il verdetto chiaro da subito: appendicite grave.

Ricordo che venne chiamata l’ambulanza, il passaggio in barella in ospedale e l’ingresso nella sala operatoria.

Fu il primo intervento chirurgico della mia vita, tralasciando la tonsillectomia che allora era praticamente una prassi come il vaccino contro il vaiolo.

Identica sensazione, dicevo: saltare come un capretto.

Segue, poi la febbre che, nel pomeriggio, arriverà a 39.4° e delle improvvise crisi di bruciore addominale che adesso so cosa augurare a chi mi farà arrabbiare.

L’esito è presto detto: cistite!

Terzo antibiotico.

In tutto questo meriterebbe un capitolo a parte mia mamma, ma meglio lasciar correre.

Questa è la mia estate e così si prospetta il prossimo autunno: è vero che tutto concorre al bene e che ci sono molte persone messe peggio di me ma, insomma, sono un po’ stanco, tutto qui.

Parma, 26 agosto, memoria di sant’Alessandro martire