Dalla vacanza a Budapest ho in testa la questione della prostituzione; come ho già raccontato, nella capitale ungherese sono stato avvicinato da due signorine che tutto avevano men che l’aspetto delle prostitute cui siamo abituati in Italia, almeno per strada; avvicinato e invitato a fare l’amore (sigh) con loro (o forse con una sola, non è chiaro) alla modica cifra di 100 euro.

Altre occasioni ho avuto modo di vedere (ad esempio la richiesta di un accendino), tutte finalizzate ad invitare i maschi dentro a localini dove ragazze più o meno piacenti, esibiscono le loro grazie per prezzi non esattamente modici.

Insomma su strada ci sono donne che svolgono la funzione di paraninfa, mezzana o ruffiana che dir si voglia, cioè procacciano clienti per le spogliarelliste all’interno dei locali (con una di queste ho intrattenuto in breve dialogo terminato non esattamente con complimenti). Taccio sulla presunta solidarietà femminile e sulle sciocchezze di chi dice che le donne sarebbero diverse dagli uomini, non è questo che mi interessa.

Mi è rimasto in mente il senso di tristezza che, secondo me, accompagna queste attività.

La prostituta, però, non è solo tristezza (inevitabile, temo).

Mi risulta, com’è noto, che sia un mestiere di una certa antichità; due sono le prostitute nella genealogia di Gesù (Tamar, nuora del patriarca Giuda e Raab di Gerico).

Ma veniamo all’attualità; lasciate da parte le donne schiave, buttate sui marciapiedi da squallidi individui, le prostitute traggono dal loro corpo un profitto, non diversamente da quel che fa l’operaio, come sosteneva Marx: “Tutto ciò che è tuo devi renderlo venale, cioè utile. Ma se io chiedo agli economisti: «Forse che non ubbidisco alle leggi economiche, se traggo profitto prostituendo e offrendo in vendita il mio corpo alla voluttà altrui (gli operai delle fabbriche in Francia chiamano la prostituzione delle loro mogli e delle loro figlie l’ora di lavoro straordinaria, il che è letteralmente vero); oppure non agisco forse economicamente vendendo un mio amico ai marocchini (la vendita diretta degli uomini, come il commercio dei coscritti, ecc., si verifica in tutti i paesi civili) ?» allora gli economisti mi rispondono: «Certamente tu non vai contro alle mie leggi; però, sta un po’ attento a quel che dicono la signora morale e la signora religione. La mia morale e la mia religione fondate sull’economia politica non hanno nulla da opporti, ma…» Ma a chi mai io debbo più credere ? Alla economia politica o alla morale? La morale dell’economia è il guadagno, il lavoro, il risparmio, la sobrietà; ma l’economia politica mi promette di soddisfare i miei bisogni. L’economia della morale è la ricchezza in fatto di buona coscienza, di virtù, ecc.; ma come posso essere virtuoso se non sono, e come posso avere una buona coscienza, se non so nulla? Nella natura stessa dell’estraniazione è fondato il fatto che ogni sfera mi presenti un criterio di misura diverso ed opposto, uno la morale, un altro l’economia politica; e infatti ognuna di queste due sfere rappresenta un modo determinato di estraniazione umana e [XVII] fissa un ambito particolare di attività essenziale-estraniata; ognuna si riferisce in forma estraniata all’estraniazione dell’altra.”(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844  XVI-XVI)

Dunque la prostituta, come l’operaio e come molte mogli, scambia il proprio corpo con denaro o altre utilità: la prostituta non lo fa per amore né per lascivia.

Per quanto compromissorio, nella prostituta è conservato il principio di guadagno ed in questo è virtuosa.