In questi giorni sono stato oggetto di due considerazioni; la prima, da una collega, che mi ha detto di avere pensato che il disagio che ho manifestato al mio arrivo a Parma fosse funzionale ad un trasferimento ai ruoli “civili” dell’amministrazione, cioè una manovra preordinata, premeditata per ottenere il trasferimento ad altro incarico.

Mi ha fatto piacere che me lo abbia detto, mi ha stupito un po’ che mi ritenesse una persona così “doppia”.

Seconda considerazione di cui sono stato oggetto: “lei critica tutto e tutti, non pensi che questa cosa abbia fatto piacere”, unita a questa ci sarebbe una certa tale vicinanza ai centri di potere.

Critica di tutto e tutti: mi ha colpito questa frase perchè ha fatto emergere un pensiero che da tempo mi accompagna, senza che abbia ancora trovato un’adeguata soluzione.

Questo pensiero riguarda la mia anima antisociale, isolazionista; due istanze lottano per avere il predominio, quella sociale, che potrei chiamare anche cittadina poiché ha a che fare con l’idea della costituzione della civitas, e quella antisociale, o del pollaio, che mi invita all’isolamento, alla chiusura, che mi fa sentire sempre straniero, in ogni luogo.

Ricordo che da bambino desideravo ardentemente e avidamente, anzi aggiungerei, giusto per non essere tirchio, un altro avverbio, insaziabilmente, la compagnia di compagni di giochi, coi quali mi piaceva stare anche in orari ritenuti socialmente improbabili (ad esempio nelle canicolari pause pranzo estive); nel contempo passavo numerosi momenti in cui rifuggivo da tutto e tutti e, in cantina, senza far rumore alcuno, leggevo i miei amati giornalini, come si chiamavano allora (divoravo tutto, da Topolino a Zagor, Tex, dal Comandante Mark – mitico – ai pochi fumetti che riuscivo ad intercettare dei supereroi tipo Fantastici Quattro o Capitan America) o i libri di Salgari, sognando ad occhi aperti le avventure di Sandokan il pirata della Magnesia (lo so che è della Malesia ma mi viene sempre questo sciocco giochetto di parole).

Un altro ricordo: mio padre aveva costruito un carrettino con ruote (utilizzando cuscinetti a sfera) sul quale mi trainava per la strada, allora come oggi pochissimo trafficata, davanti alla sua abitazione di allora; una mattina incontrammo anche una maestra (?) alla quale venni presentato come futuro alunno, che avrebbe frequentato la scuola che si trovava a due passi da casa (adesso è un asilo). 

L’esperienza del carrettino la ricordo vagamente ma come piacevole, forse provavo quella sensazione di mancamento del respiro che accade quando la velocità è eccessiva (non lo era ovviamente ma probabilmente era piacevole lo sballonzolamento continuo); al contrario l’incontro con la maestra non è qualcosa che rammento con piacere, non per colpa dell’insegnante ma perchè questo avrebbe implicato l’andare a vivere con mio padre, lasciare mia madre cosa che non avrei fatto per nessun motivo al mondo.

Ci fu un episodio in cui, era sera, dovevo tornare con mio padre: mi rifiutati con una decisione irremovibile, riuscii a chiudermi in bagno e minacciai il suicidio, dicendo che mi sarei buttato dalla finestra (vista l’altezza rischiavo qualche graffio o, al massimo, una piccola rottura); questa scena è presente ai miei occhi come carica di una tensione fortissima, un brano da teatro shakespeariano.

L’ebbi vinta, non senza danni collaterali.

Quella sera i miei genitori pensarono di rimettersi assieme per il bene dei figli: l’idea durò pochi minuti, fortunatamente; fu quella l’ultima volta che vidi mio padre per molti anni ed arrivai a 26 anni circa per accettare l’idea di riaprire un rapporto che non fosse di totale rinnegamento, tanto che avevo meditato più volte di cambiare cognome.

Fui contattato una volta, per telefono, quando mi offrì in regalo il motorino, oggetto del desiderio di qualsiasi adolescente del tempo, ma rifiutai sdegnosamente, considerandolo un atto di mercimonio dei sentimenti.

Ho rifiutato per decenni l’idea di una eredità paterna (a babbo vivo); oggi, che ho rapporti sereni, comunque prendo atto di non essere riuscito a far decollare un tale rapporto, troppo diversi sono gli interessi, le sensibilità, gli ambiti di frequentazione.

Ricordo il compleanno dello scorso anno (o di quello ancor prima) quando ospiti a pranzo del mio augusto genitore c’erano soltanto donne, amiche della moglie, e lui al centro come una sorta di compiaciuto pascià, una riunione per me inconcepibile ed infatti non mi comportai come avrei dovuto, da persona educata e cordiale, ma fui scostante e antipatico come non faccio fatica ad essere.

Dunque, dicevo, nessuna eredità paterna, se non l’assenza – sempre lontano per lavoro – e le critiche distruttive di mia madre (è un egoista, pensa solo a sé stesso, non ha voglia di lavorare) con la gratificazione di sentirmi apostrofare, nei momenti di rabbia, con un non proprio piacevole “sei tutto tuo padre” che era una sorta di bomba atomica che mi condannava senza appello ad un’identità col male assoluto da cui era impossibile redimersi.

Ma sto divagando.

Poco tempo fa sono stato invitato ad un pranzo, tra colleghi; all’inizio ho aderito salvo poi ritrarmi in disparte e rinunciare, non è stata l’ultima volta, ne sono certo.

Da alcuni mesi frequento raramente gli amici e non ho più pensato ad organizzare nessun viaggio all’estero com’era consuetudine fino a non molto tempo fa: li avverto come segnali di difficoltà, di chiusura.

La volontà di lasciare il corpo della polizia municipale (ho adottato il motto: archivio o morte) non appena si aprirà uno spiraglio possibile è un altro segnale, un pensiero di ritiro, di isolamento che è al contempo una sanzione frutto di un giudizio sulla realtà in cui mi trovo ed una fuga, secondo il consueto ordine di pensiero che non c’è possibilità di redenzione per cui è meglio andarsene altrove (purtroppo non c’è altrove che tenga e qui sta il dramma), ritornare in cantina a leggere i fumetti.

Questi discorsi sono già noti, ripercorsi gli stessi itinerari già più volte sperimentati e dunque che resta?

Penso e ripenso ad un’alternativa di civiltà cui è possibile accedere cambiando discorso, lasciando cadere quanto è risaputo perché possa accadere qualcosa di nuovo, ma ancora mi ritrovo nell’alternativa di Adelchi

“loco a gentile,
Ad innocente opra non v’è: non resta
Che far torto, o patirlo. Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno
Coltivata col sangue; e omai la terra
Altra messe non dà. Reggere iniqui
Dolce non è”

(Adelchi/Atto quinto/Scena VIII)

“Oggi più che mai conviene ripartire dalle parole. Le parole hanno forza, le parole sono potenti. Le parole sono tutto” scrive Luigi Ballerini, medico e psicoanalista che ho sentito in vari simposi e del cui lavoro intellettuale ho grande stima.

Le parole sono un’arma potentissima; la prima parola scritta che ricordo è il famigerato “cucchiaio”, così apostrofato poiché l’avevo scritto procedendo dall’alto verso il basso, in diagonale occupando una pagina intera, un similgeroglifico praticamente illeggibile ma che aveva suscitato l’ilarità dei famigliari, in prima elementare.

Ricordo anche che all’annuncio della nascita di mio fratello avevo manifestato, verbalmente, propositi non proprio lusinghieri: “lo butto giù dalla finestra” (ci risiamo con le finestre).

Ho sempre amato le materie letterarie ma in particolare, ebbi un anno come supplente un’insegnante giovane giovane, di Roma, Tiziana Leteo.

Ha lasciato il segno, mi ha trasmesso un interesse per la letteratura che non è mai cessato; in particolare con lei ho avuto modo di leggere quel brano del famoso “A ritroso” di Joris-Karl Huysmans che tanto spesso mi ricompare alla memoria; non ho mai avuto voglia di leggere l’intero romanzo e tuttavia è uno di quei brani che non ho mai dimenticato; penso a che breve lo acquisterò e finalmente lo leggerò tutto, sebbene ne conosca il tragico epilogo.

Davvero le parole sono fondamentali, quelle che ho incontrato in gioventù non sono state particolarmente favorevoli e di questa eredità non mi sono ancora liberato.

Ma sono certo che esista la possibilità di cambiare discorso, a questo sto lavorando sebbene mi trovi ogni tanto in condizioni tali per cui mi viene da desiderare che tutto abbia fine e velocemente.

In questo periodo il pollaio, il provincialismo, l’anima antisociale stanno prevalendo, ma ricordando la promessa “non praevalebunt” non mi arrendo, di certo non pensavo che la bonifica dello Zuiderzee fosse così lunga e complicata ma, in effetti, non ci hanno messo qualche giorno a prosciugare un’area così vasta ed a renderla produttiva ed abitabile.

Produttivo ed abitabile sono lemmi di un discorso diverso.

Devo riflettere su due questioni che ho in sospeso da tempo: come si spiega, nella vita di ciascun individuo – mi interessa la mia – la legge per cui l’ontogenesi ricapitola la filogenesi e l’idea di Caino che diventa fondatore di città, ma sono altre storie.

Parma, 16 giugno memoria del Beato Antonio Costanzo Auriel sacerdote e del Beato Tommaso Reding monaco certosino martiri