“Nella vita non c’è nulla di più dispendioso della malattia e della stupidità.”

Lo spunto mi è venuto, occasione del tutto imprevista, dal baccano che si è fatto attorno ad un episodio di una banalità sconcertante: un vigilante (ne ignoro il sesso) avrebbe redarguito una gentile signora che stava allattando il proprio pargoletto in un locale dell’università di Parma.

L’occhiuto sorvegliante avrebbe invitato la signora ad allontanarsi per non creare turbamento alla sensibilità degli studenti universitari (quindi tutti almeno maggiorenni e – si diceva una volta – vaccinati, ma anche questa certezza si sta sgretolando).

Apriti cielo, anzi spalancatevi cieli dei cieli: l’università di Parma è corsa subito a scusarsi, a promettere “doverosi accertamenti circa il deplorevole episodio”, a ribadire e confermare “la propria grande attenzione nei confronti dei diritti umani e sociali” e ad assicurare spazi adeguati alle neo mamme che abbiano necessità di allattare (ma serviva questo episodio per pensarci?).

Tv, giornali, social, nessuno si è astenuto dal commentare l’increscioso episodio di cui, personalmente, me ne importa men che il proverbiale fico secco.

Ho citato questo episodio perché mi pare emblematico di una diffusa mentalità.

Cambiamo per momento ambito: Freud ha trattato spesso del beneficio secondario che permette la sussistenza della malattia psichica perché individua nel “disequilibrio” della guarigione un attentato all’equilibrio al ribasso della malattia.

Questo brano mi sembra particolarmente significativo, ed in particolare l’esempio del lavoratore storpio.

“Signori, se in qualità di medici avrete a che fare con nevrotici, abbandonerete presto la speranza che coloro che gemono e piangono più forte sulla loro malattia vengano più volenterosamente incontro all’aiuto loro prestato e offrano le minori resistenze. Avviene piuttosto il contrario. D’altronde vi sarà facile capire che tutto ciò che contribuisce al tornaconto della malattia rafforza la resistenza della rimozione e aumenta la difficoltà terapeutica. Alla parte di tornaconto della malattia che nasce, per così dire, col sintomo, dobbiamo però aggiungerne un’altra, che sorge più tardi. Quando un’organizzazione psichica come la malattia perdura per parecchio tempo, finisce per comportarsi come un essere indipendente; manifesta una sorta di pulsione di autoconservazione, una specie di modus vivendi si stabilisce tra essa e le altre componenti della vita psichica, perfino quelle che le sono fondamentalmente ostili, e difficilmente le mancano le occasioni per tornare a dimostrarsi utile e sfruttabile, per acquisire, direi quasi, una funzione secondaria, che ne rafforza nuovamente la stabilità. Invece di un esempio tratto dalla patologia, prendiamo un caso crudamente illustrativo traendolo dalla vita quotidiana. Un bravo lavoratore che si guadagna la vita viene storpiato da un infortunio sul lavoro; con il lavoro è finita, per il poveretto, che però col tempo riceve una piccola pensione di invalidità e impara a sfruttare come mendicante la sua mutilazione. La sua nuova esistenza, per quanto peggiorata, si basa ora proprio su ciò che lo ha privato dell’esistenza precedente. Se voi poteste togliergli la deformazione, lo rendereste nell’immediato privo di mezzi di sussistenza e sorgerebbe il problema se sia ancora capace di riprendere il lavoro di prima. Ciò che nel caso della nevrosi corrisponde a un simile sfruttamento secondario della malattia possiamo contrapporlo al tornaconto primario, dandogli il nome di tornaconto secondario della malattia” (Introduzione Alla Psicoanalisi – Volume Secondo – prima serie di lezioni – parte  terza – Teoria Generale Delle Nevrosi –  Lezione 24 – Il Nervosismo Comune).

Quale legame tiene assieme il lavoratore storpio dell’esempio freudiano e l’allontanamento della madre intenta ad allattare il poppante?

La drammatizzazione da un lato ed il beneficio secondario dall’altro.

“L’isteria è drammatizzazione, con l’implicita Teoria che non esiste che dramma” (Giacomo Contri).

Drammatizzare significa far di tutto un dramma, cioè porre un orizzonte di contemplazione delle macerie senza che possa sfiorare nemmeno l’idea che dalle macerie si possono ottenere materiali da costruzione, cioè contemplazione della Maceria.

Il beneficio secondario è il misero guadagno da pensioncina che garantisce la certezza di una vita grama ma senza rischi, senza il rischio di poter pensare ad altro.

Il tutto condito dallo strapotere dei mass media che agevolano il proliferare della stupidità: i social diffondono episodi e messaggi “drammatici”, li banalizzano e li legittimano, provocando al contempo analgesia ed assuefazione.

La lite da pollaio, che è la consuetudine quotidiana, trasportata nel web, condita di emozioni. Tutto viene esasperato, trasformato in spettacolo al cospetto del mondo, per rendere manifesto e contemporaneamente nascondere che “non è vero niente”, come insegna da anni Giacomo Contri.

Nel dramma si cerca una stampella che permetta al pensiero di operare, si pone una causa dove non ve n’è alcun bisogno; le lotte per i diritti ne sono un classico esempio, non l’unico.

Lo psicoanalista, dice ancora Giacomo Contri, è un guastatragedie perché rende possibile l’uscita dal pollaio, aiuta a por fine alle tragedie, è agorafilico, cioè universale, cattolico.

Amico del pensiero, non cerca le cause della malattia ma aiuta a ridare cittadinanza a ciò che era stato esiliato, trattato come esule in casa propria; vince la resistenza non facendo resistenza ma occupandosi d’altro: non sradica la zizzania ma coltiva il grano, con unione di lavoro e profitto.

L’episodio che ho citato all’inizio è un banale esempio di quanta produzione inutile vi sia stata su una cosa da nulla: ciascuno può documentare nella propria vita (ne avrei, di esempi, per un ponderosissimo trattato) quale e quanta zizzania abbia coltivato, ma questo lavoro di identificazione serve soltanto a lasciare alle spalle la zavorra per lavorare sul buon grano, senza il quale si torna a pollaio e zizzania e drammi infiniti.

Lo psicoanalista è dunque un uomo di pace, almeno può esserlo, non essendo nemmeno lui esente da nulla, tanto che l’analisi è interminabile.

Una nota a margine: mi è successo di lavorare la sera della vittoria della locale squadra di calcio, vittoria che ha permesso la sua risalita in serie A: una parte della città si è scatenata in caroselli di auto ed un consistente gruppo di tifosi si è radunato in piazza Garibaldi per festeggiare i propri beniamini.

Questi ultimi, arrivati a bordo del pullman d’ordinanza si sono esibiti (credo fossero loro, non ne ho la certezza) sul tetto del mezzo: moderni protagonisti del millenario panem et circenses, gladiatori non diversi dai loro antenati.

Ulteriore obbrobrioso spettacolo era quello dei tifosi; Giacomo Contri ha scritto anche recentemente alcune frasi assolutamente adatte a descrivere lo stato di istupidimento tipico della massa – e i tifosi sono un esempio di massa, non l’unico – «“Massa” è un concetto di umiliazione. Mai fidarsi della massa (che non si fida di nessuno): quando applaude, il rumore assomiglia a un rutto (cadenzato come nella marcia)”».

Il professor Ermanno Bencivenga, autore del volume “La scomparsa del pensiero” ci ha mostrato un altro esempio di massa, quella virtuale, non meno massa perchè poco numerosa (come anche l’innamoramento insegna: per fare massa bastano due persone).

Ho letto da qualche parte che san Giovanni XXIII vietava ai sacerdoti di andare allo stadio, meritava di essere dichiarato santo solo per questo.

La massa è una delle variazioni al tentativo di soluzione della nevrosi, una variabile del dramma di cui ho parlato prima.

Parma, 19 maggio 2018 memoria di San Celestino V Eremita e Papa