La cortesia di Gabriele e Silvia ci ha reso ospiti, io e la vecchia Daniela detta Dadà, ieri sera, a cena.

Buona serata, come sempre quando ho occasione di profittare della presenza di Gabriele (adesso in versione Robocop).

Mi segnalava come particolarmente interessante un articolo sul destino, di Sara Giammattei, pubblicato sul sito di Studium Cartello

(http://www.studiumcartello.it/Public/EditorUpload/Documents/LFU_SEMINARI/130316LFU_SG2.pdf), nell’ambito delle letture freudiane che si tengono a Urbino a cura di Maria Gabriella Pediconi (il cui lavoro su Freud è gustosamente encomiabile). Quando abitavo a Rimini ero un assiduo delle letture, ora vari motivi me ne fanno restare assente, inutile lamentarsene.

Leggendo dunque l’articolo, mi è tornata alla memoria una canzone, di un certo successo anni fa, correva l’anno 1977, intitolata Samarcanda di Roberto Vecchioni (secondo wikipedia: su storia del Talmud e da una favola orientale, ripresa a sua volta da John Henry O’Hara in “Appuntamento a Samarra”).

Il cantautore non ha inventato nulla, ha diffuso però, con quel testo un’idea già da tempo in circolazione sotto tante vesti diverse: il destino, nella sua forma tetra che mi ricorda il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis a Palermo.

Ecco il testo di Vecchioni:

“Ridere, ridere, ridere ancora,
Ora la guerra paura non fa,
brucian le divise dentro il fuoco la sera,
brucia nella gola vino a sazietà,
musica di tamburelli fino all’aurora,
il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò.

“Salvami, salvami, grande sovrano,
fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino,
e mi guardava con malignità”
“Dategli, dategli un animale,
figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare,
dategli la bestia più veloce che c’è

“corri cavallo, corri ti prego
fino a Samarcanda io ti guiderò,
non ti fermare, vola ti prego
corri come il vento che mi salverò
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh

Fiumi poi campi, poi l’alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c’era tra la folla quella nera signora
stanco di fuggire la sua testa chinò:
“Eri fra la gente nella capitale,
so che mi guardavi con malignità,
son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua!”

“Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.

Non è poi così lontana Samarcanda,
corri cavallo, corri di là…
ho cantato insieme a te tutta la notte
corri come il vento che ci arriverà
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh”.

Torno a quell’esperienza straordinaria che è stata la visita al duomo di Siena: da Ermete Trismegisto alle varie Sibille, il pensiero cristiano non ha avuto antidoti al virus del destino, oscuro, arcano, da ricercare con le pratiche iniziatiche dei sapienti, unici depositari di una verità sempre altrove rispetto all’uomo.

Gesù invitava a guardare al cielo, agli uccelli, agli animali, al mondo agricolo, al mondo degli affari, insomma le sue parabole erano alla portata di tutti, non c’era necessità di un sapere superiore, diverso da quello acquisibile da ogni uomo. Un sapere vittima di opposizione prima che di ignoranza.

Resta che il destino si avvera, come nella canzone.

Mi viene alla mente il famoso adagio: chi è causa del suo mal … vada dall’analista.