Sui giornali di questi giorni una delle tante notizie mi ha interessato: la presunta diluizione dei dati riguardanti la diffusione della pandemia in Sicilia.

Com’è sempre opportuno e doveroso, sarà la magistratura ad accertare le responsabilità, non mi interesso nello specifico ma ne approfitto per una considerazione di carattere generale, richiamando anche il bel contributo di Sabino Cassese sul Corriere.

Il professor Cassese, in un inciso, cita l’episodio siciliano per dire che “un funzionario meno dipendente dai partiti avrebbe potuto spiegare a un assessore regionale che «spalmare» su più giorni i morti falsa le valutazioni tecniche, orienta in modo errato le decisioni politiche e danneggia la salute pubblica”.

A tal proposito aveva già capito tutto il buon Esopo, nella famosa favola del lupo ed il cane che riporto:

Cani perpasto macie confectus lupus
forte occurrit; dein, salutati invicem
ut restiterunt, “Unde sic, quaeso, nites?
Aut quo cibo fecisti tantum corporis?
Ego, qui sum longe fortior, pereo fame.”
Canis simpliciter: “Eadem est condicio tibi,
praestare domino si par officium potes”.
“Quod?” inquit ille. “Custos ut sis liminis,
a furibus tuearis et noctu domum.
Adfertur ultro panis; de mensa sua
dat ossa dominus; frusta iactat familia,
et quod fastidit quisque pulmentarium.
Sic sine labore venter impletur meus”.
“Ego vero sum paratus: nunc patior nives
imbresque in silvis asperam vitam trahens.
Quanto est facilius mihi sub tecto vivere,
et otiosum largo satiari cibo!”
“Veni ergo mecum”. Dum procedunt, aspicit
lupus a catena collum detritum cani.
“Unde hoc, amice?”. “Nil est”. “Dic, sodes, tamen”.
“Quia videor acer, alligant me interdiu,
luce ut quiescam, et uigilem nox cum venerit:
crepusculo solutus qua visum est vagor”.
“Age, abire si quo est animus, est licentia?”
“Non plane est” inquit. “Fruere quae laudas, canis;
regnare nolo, liber ut non sim mihi”.

Non traduco ma il senso è chiaro: il cane alla catena è bello pasciuto, il lupo, libero, è magro ed emaciato, schiavitù versus libertà.

In tempi ormai preistorici, correva l’anno 1993, il Dlgs 29 aveva introdotto l’idea, poi rielaborata con vari atti normativi, che la politica indica gli obiettivi (svolge il ruolo di indirizzo politico, per essere sintetici) ed i tecnici, cioè i dirigenti, gestiscono le risorse (economiche, umane, ecc …) per realizzare quei fini.

Sul raggiungimento degli obiettivi il dirigente dovrebbe essere giudicato e sulla realizzazione del programma dovrebbe esserlo il politico, nel segreto dell’urna.

Mi domando se esista qualcuno, in Italia, che creda a questa panzana.

I politici, di ogni colore, ordine e grado, hanno necessità di consenso per continuare a svolgere il loro lavoro, cioè per essere rieletti; hanno, di conseguenza e com’è abbastanza ovvio, bisogno di persone che, quando va bene, collaborino con loro, quando sono meno lungimiranti, eseguano senza discutere quanto viene loro ordinato.

Non conosco il caso siciliano, lo ripeto, ma mi domando: perché mai un apparato tecnico, un dirigente ed alcuni funzionari, avrebbe dovuto spalmare dei dati, cioè non fornire a chi di dovere le informazioni di cui era in possesso e che dovevano essere messe a disposizione di chi aveva necessità di informazioni corrette per adottare provvedimenti di tutela della salute pubblica?

Ipotizzo, ma è solo una mia supposizione, totalmente staccata dal fatto concreto: forse perché il dirigente e con lui tutta una pletora di determinati funzionari, avevano bisogno di soddisfare il politico di turno.

Sarò limitato, ma non riesco ad immaginare altra soluzione, chi ha idee alternative si faccia avanti.

Si viene, cioè a creare un pericoloso rapporto in base al quale le due parti devono sostenersi a vicenda perché ciascuna ne abbia i benefici cui ambisce, il tutto a discapito della corretta gestione della cosa pubblica.

Non accade sempre così, sia chiaro, ma il rischio c’è ed è enorme: sul breve e medio periodo la fedeltà paga comunque più della competenza.

E questo sistema, a cascata, coinvolge spesso e volentieri anche le cosiddette posizioni organizzative, altra figura ben pasciuta se obbedisce al politico di turno.

Ho conosciuto molti personaggi di questo genere.

Non ho soluzioni da proporre, per quanto riguarda certa pubblica amministrazione il mio pessimismo cosmico di bibliotecario in divisa non mi permette di vedere uno spiraglio, che tuttavia è ben possibile che esista ma che sfugga alla mia miope visuale.

Sarebbe necessario meditare una rifondazione della pubblica amministrazione ma non credo sia un’operazione praticabile, così come non lo è la riforma della giustizia.

Parma, 6 aprile 2021 memoria di San Pietro da Verona martire, dei beati Michele Rua sacerdote e Pierina Morosini martire