Tema correlato al mio lavoro ma credo di non incorrere in incompatibilità o inopportunità, parlando di green pass a proposito di una notizia pubblicata oggi dai giornali.

Il ministero dell’interno, Luciana Lamorgese non ha mai goduto della mia stima e simpatia né del contrario: un ministro senza infamia e senza lode.

Subentrata a Matteo Salvini col compito di chiudere una parentesi  di eccessi sul tema dei migranti (così almeno ce l’ha venduta la sinistra governativa), il ministro ha avuto un compito (temo fallito per quel che riguarda il tema migranti) non facile né invidiabile ma, passato il momento della ribalta, ha tenuto quel comportamento sottotraccia che tanto apprezzo nel governo Draghi (poche chiacchiere e lavorare), del che le rendo merito.

Almeno fino ad oggi, quando, il nostro ministro, si è lanciato in una dichiarazione che mi ha lasciato a dir poco stupefatto, ma facciamo un passo indietro:

dal 6 agosto scorso per tutta una lunga serie di attività tra le quali pranzare al chiuso nei ristoranti, entrare nei parchi tematici, visitare mostre e musei e tanto tanto altro, è richiesto il famigerato green pass.

Grazie ad una specifica app, scaricabile gratuitamente, è possibile verificare la validità di questo certificato verde: una schermata verde informa che “la Certificazione è valida per l’Italia e l’Europa”; i dati forniti sono nome, cognome e data di nascita, mentre non viene indicato il motivo per cui la schermata è verde, quindi non è dato sapere se uno sia vaccinato con due dosi, abbia fatto un tampone o sia guarito, con rispetto della preziosissima privacy.

Dunque chi deve controllare il green pass? Il governo ci spiega che, tra gli altri, ne hanno facoltà “il personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi iscritto nell’elenco di cui all’articolo 3, comma 8, della legge 15 luglio 2009, n. 94. I soggetti titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi per l’accesso ai quali è prescritto il possesso di certificazione verde COVID-19, nonché i loro delegati. Il proprietario o il legittimo detentore di luoghi o locali presso i quali si svolgono eventi e attività per partecipare ai quali è prescritto il possesso di certificazione verde COVID-19, nonché i loro delegati.” (fonte https://www.dgc.gov.it/web/app.html).

All’ingresso di un ristorante, quindi, per cenare o pranzare seduti al tavolo nelle sale interne, devo esibire al personale la certificazione: l’addetto alla reception o il cameriere o figure analoghe mi verificherà con la app e scoprirà che mi chiamo Tizio Ciccino e sono nato il 31 giugno 2000.

O meglio vedrà sul cellulare questi dati (che non può e non deve conservare in alcun modo) e, fiducioso come deve essere ogni buon cittadino, non avrà motivi di dubitare che la persona che esibisce il certificato sia proprio quella; perché mai dovrebbe non fidarsi di Tizio Ciccino? L’Italia è uno stimato paese famoso per la specchiata moralità dei suoi cittadini per cui è del tutto inutile chiedere un documento di identità per verificare che chi esibisce sia effettivamente Tizio Ciccino.

Per farla breve: le dichiarazioni del ministro rendono del tutto inutile il green pass che diventa l’ennesima complicazione burocratica di cui proprio non si vedeva la necessità.

A prescindere da discorsi di alta politica, o lo si considera uno strumento importante per la lotta alla diffusione di un pericoloso virus e quindi si mettono in campo gli strumenti giuridici adeguati oppure lo si tolga dai piedi perché esibire un certificato che non vale nulla diventa solo un inutile aggravio di costi.

L’esempio banale è quello citato prima: mi spiegate il senso di far assumere ad un ristoratore un addetto, che verifichi il possesso del green pass dei clienti, quando io posso esibirgli un qualunque green pass perché quel che serve, come per il biglietto del cinema, non è che io certifichi di essere immune al virus, ma che abbia un codice a barre (che potrebbe essere anche di mia nonna in carriola) che dia schermata verde.

Le parole del ministro sono chiarissime: verifica del green pass sì, verifica della coincidenza tra chi esibisce e dati del certificato (ottenibile grazie alla visione di un documento) no; logica conseguenza: mi basta esibire un qualsiasi green pass, a prescindere da chi ne sia l’intestatario.

Le lamentele dei gestori sono di una strumentalità talmente ridicola da farmi pensare che sia in malafede: l’esibizione di un documento ai privati non è cosa nuova né mai contestata: dall’accesso ad un albergo, all’acquisto di alcolici (in caso di dubbi sull’età), dall’ingresso in un aereo all’affitto di un monopattino.

Non chiedo come di solito accade in casi simili che il ministro si dimetta, ma mi aspetto che il governo rifletta sul senso di un certificato che lo stesso governo ritiene inutile.

Parma, 9 agosto 2021, memoria di santa Teresa Benedetta della Croce