L’occasione per visitare questa esposizione mi è stata offerta dalla trasferta a Ferrara per alcune lezioni di un corso di formazione; ne avevo sentito parlare in precedenza dagli amici Gabriele e Silvia ed il loro giudizio positivo era un sigillo sul valore della mostra e così eccomi all’ingresso, scalpitante.

Il poco tempo limita la visita alla sola esposizione e non ai locali del Castello Estense ma mi accontento ben volentieri.

Iniziamo con alcuni pezzi molto belli di legno, osso e corno intarsiati; ne ho visti di vario tipo in giro per musei, anche di avorio, e tutti mi sono sempre piaciuti probabilmente per quella grandissima abilità di rendere una superficie di piccole dimensioni grande come un universo, di riempire anzi saturare una superficie utilizzando le mani, cosa che io non sono mai riuscito a fare.

L’abilità manuale, purtroppo, non mi appartiene, così come ogni attività legata alla fisicità, tanto che il mio osteopata mi dice di non riuscire a manipolarmi come vorrebbe perchè sono troppo rigido.

Guardo, quindi, con invidioso stupore questi cofanetti tanto elaborati e preziosi e penso a quale soddisfazione (spero anche economica) abbiano provato quegli artigiani che le hanno portate a termine, poter esclamare “ecco, è finita” e staccarsene per donarla o venderla, sapendo di poterne produrre altre, in una ripetizione non coatta ed anzi virtuosa.

Subito dopo arriva “lui”, lo straordinario san Domenico di Niccolò dell’Arca, magister figurarum de terra come imparo dal catalogo.

Opera fantastica, in terracotta, che rappresenta il santo in atteggiamento assorto mentre impugna con forza un giglio bianco, immagino simbolo di purezza, quasi fosse arrabbiato; non inferiore, quanto a bellezza è l’aquila del medesimo artista, molto evocativa della forza del volatile che da sempre è legato al potere.

Seguono due bei capitelli che rappresentano le Sibille, Delfica e Cumana, di Domenico Gagini; ricordo le Sibille del pavimento del Duomo di Siena, un tema evidentemente di moda, nel Quattrocento, probabilmente dovuto alla volontà di recuperare una certa classicità misterica e inserirla nel cristianesimo, operazione non favorevole, sicuramente, al pensiero di Cristo.

Salto varie opere per arrivare a un curioso san Sebastiano attribuito a Francesco Marmitta, pittore parmigiano di cui ignoravo l’esistenza, ma la mia ignoranza è risaputa; dal catalogo ho scoperto che la posa con un braccio alzato ed uno dietro la schiena è caratteristico dell’arte fiamminga e diffuso soltanto nell’Italia settentrionale, ho scoperto anche che la figura, ecco perchè mi incuriosiva, è particolare in quanto rappresenta un ragazzo quasi impubere che sembra non preoccuparsi minimamente di quel che gli sta accadendo.

Per restare legato a san Sebastiano, passo ad un’opera del famosissimo (sto scherzando) Bernardino da Tossignano che ha prodotto un “La Santa Croce fra Elena e Costantino e i santi Francesco d’Assisi e Sebastiano: i personaggi hanno tratti duri che mi ricordano qualcosa del futurismo; so che è una bestialità il solo pensarlo eppure mi viene in mente anche Tamara de Lempicka; il pittore romagnolo mi perdonerà tanta impertinenza.

Molto bello il Cristo Risorto di Giovanni Agostino da Lodi come anche L’Ascensione di Benvenuto Tisi detto il Garofalo.

I ritratti di Lorenzo Lotto sono magnifici e niente male nemmeno quello che ritrae il cardinale Ludovico Maiorano di Bartolomeo Passerotti, d’altronde la mia passione cardinalizia è notoria.

Un altro san Sebastiano, stavolta di Carlo Bononi, mi piace meno degli altri ma non se ne offenda il santo protettore che spero di abbandonare quanto prima per affidarmi all’eligendo protettore degli archivisti.

Interessante Il Negromante di Pietro Paolini: una figura che riprende nella postura il Fanciullo morso da un ramarro dell’amatissimo Caravaggio; stavolta però non ci sono animali striscianti ma gli artigli di un mostro che spaventano lo stregone, che se ne ritrae.

Curiosa opera perchè il negromante dovrebbe avere consuetudine con le forze oscure mentre ne sembra spaventato, anzi atterrito, quasi che quelle stesse forze che egli ha evocato gli siano sfuggite dalle mani, palese dimostrazione che non l’occulto non bisogna scherzare, mai e in nessun caso.

Ora un po’ di donne discinte: dalla Cleopatra di Artemisia Gentileschi che senza uccidere qualcuno non riesce a stare, all’analogo soggetto di Giusto Fiammingo ad una prorompente Maria Maddalena portata in cielo  dagli angeli di  Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, che se tutte le penitenti si riducono così, tutte le donne in penitenza. A parte le battute, una Maddalena davvero splendida e sensuale.

Bello il San Francesco in meditazione di Pietro Della Vecchia e bellissimo il Ritratto del legale Francesco Righetti di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, che immortala un leguleio sicuramente colto e non meno pasciuto e compiaciuto.

Un’altra Maddalena, di tutt’altro tenore, quella in contemplazione del Crocifisso di Matteo  Loves, molto bella mentre mi piace meno esteticamente ma è di impatto  il Gioele e Sisara di  Giuseppe Caletti detto Cremonese, opera da cui si potrebbe ricavare un importante insegnamento: ad avere un chiodo fisso per le donne si corre qualche rischio.

Molto bello sebbene sia un soggetto discutibile, il Matrimonio mistico di santa Caterina di Giacinto Gimignani, perchè sono contrario alle nozze mistiche ma non mi dilungo.

L’allegoria della pittura di Simone Cantarini  e l’Allegoria del tempo di Guido Cagnacci sono altri due pezzi di grande rilievo; quello di Cagnacci mi ricorda sempre i trascorsi di responsabile, diciamo operativo, di alcune mostre del Meeting, in quel di Rimini, quando avevo abbandonato l’angosciante esperienza con la Coin ed ero in cerca di valide alternative professionali.

Magnifico ancora il san Girolamo di Jusepe de Ribera anche se devo ammettere che trovo più interessante quello di Albrecht Dürer che ho visto a Milano; il soggetto è diverso poiché il pittore e incisore tedesco raffigura il santo nel suo studio intento alla lettura, soggetto molto più interessane delle macerazioni mistiche di Ribera.

Santa Caterina da Siena con Gesù Bambino di Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato è altra opera splendida, col volto di santa Caterina, ma anche quello di Gesù, di grande dolcezza, com’è tipico del Sassoferrato forse un po’ fissato in questa tipologia di donna.

Un’altra opera che non potevo ignorare è il ritratto del cardinale Giulio Spinola di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, bellissimo ritratto, alla maniera berniniana, col cardinale che sorride sullo sfondo di un broccato con curve sinuose; dello stesso autore il Ritratto del cardinale Giovan Francesco Ginetti, molto più sobri ma non meno elegante.

Questi ritratti cardinalizi, oltre ad essere una delle mie passioni nascoste, mi fanno rimpiangere la sana ricchezza della Chiesa, sono da sempre contrario ad una Chiesa povera, ma anche considerare come lo Stato della Chiesa, col potere temporale, ha spesso visto compromesso lo spirito autentico del cristianesimo; lo dico senza critica né invidia essendo il sostenitore del ritorno ad uno Stato della Chiesa che occupi almeno tutto il Lazio attuale.

Ricordo il famoso episodio universitario che mi vide protagonista: interrogato su Bonifacio VIII, all’esame di Storia della chiesa medioevale dei movimenti ereticali, esposi le idee del grande pontefice dicendo che il suo programma politico e religioso era la famosissima “plenitudo potestatis in spiritualibus et, ratione peccati, etiam in temporalibus”.

Affermazione assolutamente corretta, ed è strano che ancora la ricordi in termini così nitidi, ma che commentai con uno spontaneo: “purtroppo il suo programma fallì”; il professore, dopo un attimo di incredula perplessità mi ribatté: “purtroppo?”, non ricordo come procedette l’esame che si concluse con un 30 e lode.

Molto bella, ancora, l’opera di Enrico Merengo (Heinrich Meyring), Busto muliebre, la scultura è da me amata quasi più della pittura ed infatti non reso indifferente alla Immacolata col Bambino di Giuseppe Maria Mazza e al Riposo  nella fuga in Egitto e angeli di un anonimo bolognese.

Molto bello, ancora, Giuseppe che interpreta i sogni del coppiere e del panettiere di Paolo Pagani, che sembra più uno studio sul nudo maschile che un’opera a contenuto religioso.

Saltando tante altre cose ecco un altro immancabile ritratto di cardinale e precisamente il Ritratto del cardinale Niccolò Serra di Pietro Labruzzi in cui il porporato viene ritratto in posa austera e solenne come si conviene ad un principe della chiesa e legato pontificio a Ferrara dove morì prematuramente.

Notoriamente non apprezzo il Settecento ma le sculture di Giovanni Antonio Cybei mi convincono che anche in questo secolo qualcosa di buono è stato prodotto; stesso periodo e stesso apprezzamento per una bella Allegoria della Fortezza (?) di Petronio Tadolini ed un bellissimo, ancora una volta, san Sebastiano morente di Cesare Tiazzi.

 Di questo bravissimo artista avevo visto la mostra a lui dedicata, a Cento nel 2011; non tutto mi era piaciuto ma questo san Sebastiano lo inserisco nelle opere che apprezzo; opera difficile da fotografare per via della posizione del santo che viene colto nel momento in cui il corpo, peraltro atletico e seducente, è stremato e sembra cedere sulle gambe ormai incapaci di sostenerlo, a un passo da quello stato di incoscienza che lo fece credere morto ai poco accorti carnefici.

Un’altra scultura molto bella è il Ritratto di Elizabeth Albana Upton prima marchesa di Bristol di Lorenzo Bartolini; un’opera che risale alla seconda decade dell’Ottocento, priva di tanti fronzoli ma di grandissima eleganza, col viso della marchesa molto espressivo e volitivo.

Ancora sculture ottocentesche sono il Ritratto di Lord George Nugent di Raimondo Trentanove e L’impresario Manatti di Vincenzo Vela che ritrae anche la signora Traversa in abiti tipici di quel periodo e che mi ricordano l’arcigna marchesa del film “Piccolo Mondo Antico” di Mario Soldati.

Non è una scultura ma bellissimo comunque il Ritratto dell’ingegner Giuseppe Clerici di Francesco Hayez che mi accompagna verso Gaetano Previati del Cristo Crocefisso e soprattutto della Prima comunione intitolato anche Le comunicande.

Quest’opera mi ha ricordato subito uno dei miei pittori preferiti, Francis Bacon, come conferma anche la scheda del catalogo: l’aria malata, viziata, l’incenso, le figure indefinite, il vescovo che pare quasi mummificato se non angosciato, tutto sembra certificare lo smarrimento della fede cattolica, ridotta alla ripetizione di un rito che sembra avere alcun senso.

Altro dipinto interessante è la Sacra Famiglia di Adolfo Magrini: il volto della Madonna  è troppo duro ma quel che ho apprezzato è un bel san Giuseppe, non il solito vecchione, ma uno che lavora e che ha uno sguardo che si percepisce di persona attenta.

Leonardo Bistolfi ha creato una bella Targa funeraria per André Gladès oggetto di differenti interpretazioni delle due figure protagoniste: un uomo inginocchiato, appoggiato ad una stele/altare ed una donna che si libra come in ascensione, nell’aria.

Non ci vedo l’idea di risurrezione, in questo gesso, l’uomo mi ricorda un antico romano, disperato, appoggiato su una stele che non offre consolazione e che, anzi, separa per sempre ma da cosa? Scelgo cosa al posto di chi perchè la donna che si libra nell’aria non può essere una vera donna, piuttosto il simbolo di qualcosa perduto per sempre.

Arrivo ad un pezzo incantevole, di Renato Bertelli, prodotto dalla Fabbrica Ceramiche Salvini, La marchesa Casati in maschera di Medusa.

Della nobildonna ho scoperto che ha vissuto una vita tumultuosa e che venne ritratta, tra gli altri, da Giovanni Boldini, per cui ricordo di averla ammirata nella mostra forlivese dedicata al maestro; ma a prescindere da questo, il vaso è splendido in quell’eccesso decorativo di gusto Decò.

Un’altra scultura, Busto di Caterina Savelli, di Alceo Dossena, mi fa scoprire la curiosa vita di questo artista dalle capacità tecniche altissime, coinvolto in traffici loschi dai suoi committenti: il busto di Caterina Savelli, alla maniera di Mino da Fiesole, era parte di un monumento funebre quattrocentesco venduto in America per una cifra molto importante e del tutto falso.

C’è un bel ritratto di Achille Funi intitolato Testa alla Fayum; vedendolo avevo pensato a quei ritratti di romani vissuti in Egitto, che avevano fatto propri usi e costumi, tra i quali la mummificazione; il catalogo ha confermato la mia idea.

Ormai giunto alla conclusione, incontro un Ritratto di donna in bianco, opera di Beryl Hight Tumiati molto bello tecnicamente ma inquietante per lo sguardo severo della ritratta.

Arrigo Minerbi crea una splendida Madonna, col volto serio e quasi sofferente davvero splendido mentre chiudo il resoconto dedicando due parole due ad Andrea Parini che col Ritratto della figlia, in maiolica policromata, attrae l’osservatore, incuriosendolo non poco.

Il tempo tiranno mi impone di correre a lezione ma esco da questa esposizione pensando che Vittorio Sgarbi è insopportabile in TV ma ha un gusto notevole; la mostra è una sberla, una delle tante alla mia grassa ignoranza ma anche uno stimolo a saper guardare e cercare perché le produzioni artistiche, di grande fascino, non sono soltanto quelle canonizzate nei libri di storia dell’arte.

Grazie, quindi, a Vittorio ed Elisabetta Sgarbi per avere messo a disposizione questo patrimonio.

Parma, 21 giugno 2018, memoria di san Luigi Gonzaga