Cito da Wikipedia la classificazione scientifica di un albero delle cui drupe oggi mi sono nutrito per la prima volta in questa stagione; la classificazione, atto intellettuale non privo di importanti riflessi poiché c’è classificazione e classificazione, è la seguente: Dominio: Eukaryota; Regno: Plantae; Divisione: Magnoliophyta;  Classe: Magnoliopsida; Ordine: Rosales; Famiglia: Rosaceae; Genere: Prunus Sottogenere: Cerasus.

Questa definizione è corrispondente a quella che un anatomopatologo potrebbe dare dell’uomo morto, del cadavere, l’uomo infatti è così classificato:  Dominio Eukaryota Regno Animalia Phylum Chordata Subphylum Vertebrata Classe Mammalia Sottoclasse Eutheria Ordine Primates Sottordine Haplorrhini Superfamiglia Hominoidea Famiglia Hominidae Genere Homo Specie Homo sapiens Sottospecie Homo sapiens sapiens.

In entrambi i casi definizione astratta sottratta a qualunque possibile lavoro su di essa: l’uomo prima, poi la ciliegia (come la perla evangelica) possono essere solo se escono da quell’ordine.

 Di queste drupe, straordinarie, oggi ho assaporato il gusto; parlo, com’è ovvio, delle ciliegie che a prescindere dalla scienza sono ciliegie solo in virtù di un atto umano che le ha trasformate da tassonomia a squisita prelibatezza.

Trattasi di economia anche in questo caso: non era affatto scontato che l’uomo decidesse di compiere quel gesto intellettuale che è stato il gustarla con tutto quel che ne è venuto dopo: importazione, coltivazione, ibridazione.

Non sono un poeta, le mie abilità decantatorie sono limitate ma un’ode almeno meriterebbe questo frutto il cui colore richiama l’intensità di un sole che sta vincendo sulle tenebre della stagione fredda, promessa dello splendore dell’estate non ancora soffocato dall’afa.

I fiori stessi dell’albero sono occasione di allegria, felice combinazione di eleganza e sobrietà visto che non sono così appariscenti come il frutto lascerebbe immaginare ma, insieme, delicati ed ornamentali.

I frutti mi appagano, gli occhi, al vederli mi sento sorgere un moto di buon umore, ed il gusto: non smetterei mai di mangiarne; è vero il detto che l’una tira l’altra anche se è un adagio infelice.

Il rischio che si corre, infatti, è quello del piacere solipsistico, individuale, mentre il cibo è sempre un prodotto di un pensiero sociale, nasce da un rapporto.

Il detto lascia immaginare un pensiero compulsivo, irresistibile, una sorta di irrefrenabile passione alimentare.

Mi ci ritrovo, almeno in parte: nel mio mangiare quantità industriali di ciliegie c’è sicuramente qualche tratto patologico, anche se non me ne curo affatto: non sono un Torquemada della salute psichica; mi accorgo, però, di provare un grande piacere nel divorare questi frutti, con un’urgenza che non me li fa apprezzare appieno.

Le adoro anche conservate sotto spirito, faccio colazione con la marmellata di ciliegie e mi sono esaltato nel vedere una straordinaria foto di David Lachapelle che ritrae Elton John che cavalca un pianoforte leopardato, circondato da felini e ciliegie rosso sangue: non mi piace Elton John e rinuncerei volentieri al pianoforte e ai felini ma confesso che una stanza di casa dipinta così…

In questi giorni ho terminato la lettura di un libro intitolato “Medioevo”, non è un fresco di stampa; a me è arrivato come regalo di Don Piero di un po’ di tempo fa: l’autrice è un’altra ciliegia, ovvero Chiara Frugoni, notissima storica medioevale i cui libri sono irresistibili proprio come l’adorato frutto.

Anche questo, scritto in collaborazione con Alessandro Barbero, è un atto d’amore verso un’epoca bistrattata eppure tanto feconda; una veloce cavalcata lungo i secoli ritenuti ingiustamente bui, dei quali gli autori offrono una stimolante rappresentazione che invita ad ulteriori letture: un libro da mangiare.

Non mi è piaciuto affatto, invece, un altro libro, acquistato tempo fa, intitolato “Simboli miti e folklore in arte romanica”, che speravo mi fornisse una buona documentazione di ciò che è narrato con le immagini, nel Duomo di Modena.

L’ho trovato assolutamente deludente, tutto centrato su presunti riferimenti alchimistici che decisamente snaturano la funzione di chiesa madre della fede cristiana; non voglio negare che sussistano anche simbologie non cristiane, tuttavia l’insistenza solo su queste mi è parsa fuori luogo; ne ho tratto un’impressione sgradevole, di forzatura.