Com’è spesso consuetudine, chi abita in una città è l’ultimo a scoprirne i tesori; non sfuggo a questo adagio, a mia vergogna.

Nel caso specifico ho scoperto, con toccata e fuga, l’esistenza della chiesa di san Vitale, in occasione del colloquio propedeutico alla mobilità in quel di Parma.

Il primo tentativo di visita fallì a causa di un funerale in corso, che fosse un segno premonitore?

Il secondo andò meglio così affidai a chi di dovere la protezione del mio trasferimento: la mobilità mi venne concessa, otto mesi e dodici giorni or sono, ed ora lavoro nella città ducale.

In questa occasione scoprii qualcosa di inatteso: una cappella laterale, del transetto sinistro, strabordante di stucchi; è vero, avrei preferito marmi agli stucchi ma, come si usa dire in questa regione, piuttosto di niente è meglio piuttosto.

Un altare meraviglioso, barocco fino al midollo, come piace a me.

Decisi di tornarci, ci ho messo del tempo, ma domenica 19 agosto, dopo avere visitato le mostre in corso all’Ape di Via Farini, non contento del caldo torrido, ho pensato bene di dedicarci un po’ di tempo.

La chiesa è proprio all’imbocco di via della Repubblica, dedicata, come sappiamo a san Vitale la cui statua campeggia sulla facciata assieme a quelle della moglie Valeria e dei figli gemelli Gervasio e Protasio; il loro compagnia i santi Gregorio Magno e Bernardo degli Uberti, tutte statue opera di Pietro Sbravati.

L’originario luogo di culto è molto più antico ma di questo nulla resta; l’attuale costruzione, sede della Compagnia del Suffragio, risale al 1651, è a croce latina con unica navata e 10 cappelle laterali.

Sotto l’altare maggiore è conservata l’urna con i resti di san Vitale che fu ucciso a Ravenna, sepolto vivo; stessa sorte, il martirio, condivisero, in tempi diversi, i componenti della sua famiglia, prima la moglie Valeria poi i fratelli Gervasio e Protasio, questi ultimi famosi a Milano per via dello scontro tra Ambrogio e gli ariani, mentre il padre si “accaparrava” la straordinaria basilica di Ravenna che mi commuove ogni volta che la visito (come mi accade per tutte le costruzioni con mosaici bizantini).

Dunque san Vitale, anche a Parma: della chiesa, com’è scontato ripeterlo, mi è piaciuto tantissimo questo altare laterale che proprio uno non si aspetta di trovare.

Un profluvio di stucchi, opera dei fratelli Leonardo e Domenico Reti, tra il 1666 ed il 1669, commissionato da Carlo Beccaria,  tesoriere generale del duca e priore della confraternita del Suffragio, che intendeva così costruirsi la tomba.

Al centro si venera la Madonna di Costantinopoli, rappresentata in quadro sostenuto da due anziani monaci  poiché, narra la leggenda, che la raffigurazione sarebbe giunta in Occidente trasportata di nascosto da due monaci, all’interno di una cassa.

Ma non è il quadro di Maria, mi perdonerà il poco rispetto, ad attirare l’attenzione, quanto il complesso scenografico di statue di santi e puttini; in questo altare si notano le figure dei santi fondatori dell’Ordine della Santissima Trinità, san Giovanni de Matha e san Felice di Valois; questo ordine, conosciuto come Trinitari, aveva la misisone di liberare gli schiavi ed infatti schiavi in catene sono ai piedi dei fondatori.

A fare da contorno ci sono le statue dei santi della famiglia Beccaria, i beati Tesauro, vallombrosiano, e Francesco,
francescano, Lanfranco teologo, e Lanfranco vescovo di Pavia, sovrastati dalle statue allegoriche di fede, speranza, carità e giustizia, oltre allo Spirito Santo che è bene che non manchi mai.

Nella cimasa ci sono due uomini, che paiono due defunti, di falce muniti, che reggono un cartiglio con una frase presa dal libro dei Re “Opus grande ego facio” e sotto in un altro cartiglio “ut liberentur dilecti tui”.

La chiesa ha anche un abside interessante, decorato dall’abate parmigiano Giuseppe Peroni (ovviamente a me sconosciuto), pittore settecentesco che rappresenta la Gloria di San Vitale ed il Trionfo della Religione.

Molto interessanti anche le stazioni della Via Crucis , opera ottocentesca in terracotta policroma, di un altro parmigiano, Giuseppe Carra.

Numerose, infine, le opere presenti, frutto di tanti artisti più o meno noti agli addetti ai lavori, non a me, di origine parmigiana tra i quali mi hanno colpito San Francesco di Paola e re Luigi XI di  Gaetano Callani e San Carlo Borromeo che distribuisce l’elemosina ai poveri di Mauro Oddi, allievo di Pietro da Cortona.

C’è un organo Serassi ed altre opere, fino agli anni Trenta del Novecento, ma inutile annoiare con elenchi troppo dettagliati.

Spero che anche questa chiesa, come tanti altri luoghi di Parma, riceva la meritata attenzione, resto, però, dubbioso.

 

Parma, 12 settembre 2018 memoria del Santissimo Nome di Maria e del  Beato Pietro Sulpizio Cristoforo Faverge religioso e martire