Debbo alla visita alla Cascata del Varone un valore assai importante per la mia vita psichica.

Ad esso ho associato il ricordo di un evento, sbagliando la contestualizzazione.

Ma prima la cascata: la visita a distanza di tanti anni è stata una sorta di recupero e pacificazione con la figura di mio padre, colui che, sin da bambino, mi portava in giro a visitare luoghi più o meno ameni; ne è testimonianza, nello stesso giorno, la visita al Vittoriale degli italiani con tanto di foto che mi rappresenta a fianco della scritta Memento audere semper che, al mio fianco, sembra più un’irrisione che un programma di vita.

Ma mio padre era il viaggiatore: Belgio, Algeria, Tunisia, Sicilia, con tanto di piatto di ceramica decorato che chissà che fine ha fatto (discarica?).

In questo sono suo erede sebbene non abbia mai più condiviso con lui alcun viaggio né, credo, lo potrei, troppo distanti gli interessi.

Ricordo quando mi mostrò le foto del suo viaggio a Mosca (tempo prima, in realtà, mi aveva detto che avremmo viaggiato assieme a Mosca e San Pietroburgo, ma tant’è): la stragrande maggioranza (direi bulgara, che in questo caso ci sta, geograficamente) i queste erano dedicate ad amene scenette famigliari con gli ospiti seminudi (tengono il riscaldamento a temperature africane) oppure alla visita, con tanto di caffè italiano, ad un enorme centro commerciale; del resto, le briciole.

Ne sono ancora scandalizzato, ripensandoci, ma mi rendo conto che sono io uno spocchioso snob che non ha alcun diritto di criticare le scelte altrui ed in effetti non le critico ma me ne vado in giro da solo, che è meglio.

A questa gita m’è venuto da associare il giorno della cresima, ed una foto, inginocchiato, sui gradini di un altare, con le mani giunte, una posa da mistico giovinetto, stile san Domenico Savio.

Di questo episodio ricordavo, in particolare, una sorta di coccarda al braccio ma temo di avere sbagliato qualcosa perchè non ho ritrovato la foto ma la coccarda sì, soltanto che andava collocata ai tempi della comunione, qualche anno prima.

Quel che ho chiamato coccarda è, in realtà, un “bracciale” come portavano, l’associazione è banale, gli ebrei (ma forse anche le SS, con funzioni diverse) cioè una “macchia” un segno distintivo evidente e di cui non essere fieri.

Quale infamante lettera scarlatta portavo con me, dunque? La risposta non si è fatta attendere: da bambino chi viveva in una situazione famigliare irregolare? A scuola c’erano tre bambini che avevano una situazione pesante quando non drammatica: Stefano C., Gaetano T. e …

Il primo viveva con madre separata e chiacchierata, il secondo aveva genitori non separati ma a dir poco problematici: la madre, un donnone imponente, accanita fumatrice, forse anche etilista, urlava e minacciava come una pazza, oltre ad avere la mano pesante e non metaforicamente, sia col figlio sia con l’esile, debole e sottomesso coniuge. Il figlio manifestava comportamenti che oggi avrebbero messo in allarme i servizi sociali e il tribunale per i minori ma che a quei tempi … tra le stranezze il tizio usava mangiare erbe di campo e sputarle addosso agli amici oppure mangiare deiezioni avicole, ovverossia cacche di gallina.

Ordunque questi due compagni condividevano col terzo, che ero io, la situazione famigliare irregolare.

Da quella “feccia” io dovevo distinguermi, liberarmi di quello stigma.

Il controlavoro che ho trovato più consonante alle mie inclinazioni è stato quello di diventare il modello di tutte le virtù: sono diventato il ragazzino perfetto, quello che ogni mamma avrebbe desiderato di avere, educato, posato, studioso.

Aggiungerei che un tale lavoro di contrococcarda non ha fatto, però, altro che evidenziare la sottostante coccarda, il disagio che intendevo celare restava al centro dell’attenzione anche se, a seconda dei casi, trasformato in altri e contingenti disagi.

Quel che mi veniva particolarmente agevole era leggere, un’attività che non mi costava fatica, dava le briglie sciolte alla mia fantasia, mi permetteva di vivere in mondi paralleli dove regnava l’ardimento (Sandokan e i pirati della Magnesia) e dove mi trovavo fianco a fianco coi protagonisti di incredibili avventure.

Divoravo qualunque cosa, da Topolino a Tex Willer, dal mitico Comandante Mark con l’inseparabile fantastico Gufo Triste, all’amatissimo Zagor, dai libri di Emilio Salgari ai volumi dell’enciclopedia. 

La lettura, cui si sovrappose lo studio, mi diede occasione di emergere, di distinguermi in quell’angolo di mondo che era la strada in cui abito ancor oggi e la scuola, minuscola, che si trovava a poca distanza.

Con l’istruzione potevo essere diverso dagli altri, superiore, ho trasformato un piacere in un’arma contundente, anzi come amo dire io in un’arma contro un dente.

La lettura ha nutrito il narcisismo, il senso di distinzione, l’isolamento; ho attuato una strategia come quella del popolo d’Israele (non si offendano gli ebrei per questo paragone): il piccolo gregge accerchiato da forze ostili o ritenute tali non può far altro che difendersi con le unghie e i denti, evidenziando ogni possibile diversità, facendone un punto d’onore.

Non a caso in Israele vige lo ius sanguinis e non è nemmeno ipotizzabile lo ius soli, ma questo è altro argomento.

In questo terreno di coltura hanno germinato tutta una serie di bacilli che ancora oggi… non ultimo un certo moralismo.

Penso ad un lavoro di correzione anzi di co-rezione, da cum-regere.

Oggi, ad esempio, la lettura è atto attivo e passivo di godimento del lavoro di un altro, valorizzato per trarne profitto personale: nella lettura mi lascio fare, prendendo ciò che è buono per me e lavorandoci, un’esperienza di ricchezza condivisa a partire da un’offerta ricevuta.

Ancora un caso di eredità e dove c’è eredità il narcisismo viene meno perchè è proprio questo il suo peggior oppositore.

L’avere cambiato il titolo a questo blog, che un tempo si chiamava panciutello, ne è un sintomo, positivo.

Panciutello, per quanto potesse essere bonariamente accattivante, era una captatio benevolentiae che prescindeva dal giudizio di convenienza, una forma di bonomia che puntava ad una simpatia empatica in virtù di un attributo fisico.

Ho scoperto che l’empatia è una forma moderna del cavallo di Troia, ma di questo in altra occasione.

La strada per la san(t)ità è percorribile, anzi ponibile, pensabile e a portata di mano.

Parma, 3 luglio 2017 festa di san Tommaso apostolo