Caro Federico,

è ormai un mese, non credo serva aggiungere altro.

Un mese in cui quasi ogni sera pensavo di chiamarti o aspettavo la tua chiamata, un mese in cui ho ripensato a vari episodi vissuti assieme o condivisi.

Quando, salutando un’amica, facesti amicizia col posteriore di un autobus, amicizia intima visto che gli lasciasti attaccato qualche incisivo; molto più recentemente, invece, ricordo lo scherzo che volevano organizzare con te alcuni tuoi colleghi, coinvolgendo anche me, ai danni di chi non posso rivelarlo.

Le cene, le chiacchierate, anche con Paolo; se ci ripenso niente era eccezionale o straordinario ma tutto sempre piacevole, anche quelle volte in cui arrivavi cotto e condito dal lavoro e ci si limitava a due parole ed un saluto (davanti sempre a qualcosa di buono, ovviamente).

In questo mese mi sono aspettato un segno da te, sai che al fondo sono egoista e pure egocentrico ma mi aspettavo da te un qualcosa di speciale.

La mia idea nasce da un episodio, molto noto, accaduto a Don Bosco (come sai frequento la parrocchia salesiana di san Benedetto, ambiente, quello dei salesiani, che ben hai conosciuto anche tu, viste le frequentazioni scolastiche dei figli): correva l’anno 1839, agli inizi di aprile moriva Luigi Comollo, caro amico del futuro Don Bosco; ora devi sapere che Luigi e Giovanni (bosco) si erano scambiati una promessa, forse per gioco, in base alla quale chi fosse morto per primo avrebbe rassicurato l’altro sulla raggiunta salvezza eterna.

Ebbene, la notte successiva ai funerali (quella tra 3 e 4 aprile) successe proprio quanto i due si erano promessi, ma ecco le parole di Don Bosco: «io – raccontò Giovanni – riposavo con venti alunni del corso teologico… Ero a letto ma non dormivo. Sullo scoccare della mezzanotte, si ode un cupo rumore in fondo al corridoio, rumore che si rendeva più sensibile, più cupo, più acuto a misura che si avvicinava. Pareva quello di un carrettone tirato da molti cavalli, di un treno di ferrovia, quasi dello sparo di un cannone… I seminaristi di quel dormitorio si svegliano, ma nessuno parla. Io ero impietrito dal timore. Il rumore si avanza, e sempre più spaventoso; e presso il dormitorio si apre da sé violentemente la porta. Continua più veemente il fragore senza che si veda cosa alcuna, eccetto una languida luce, ma di colore vario, che pareva regolatrice di quel suono. A un certo momento si fa improvviso silenzio: splende più viva quella luce; si ode distintamente risuonare la voce del Comollo (ma più esile di quando era vivo) che, per tre volte consecutive, dice: Bosco! Bosco! Bosco! io sono salvo!
In quel momento il dormitorio divenne ancor più luminoso, il cessato rumore si fece riudire di gran lunga più violento, quasi tuono che sprofondasse la casa, ma tosto cessò, e ogni luce disparve. I compagni, balzati dal letto, fuggirono senza saper dove… Tutti avevano udito il rumore. Parecchi intesero la voce, senza capirne il senso… Io ho sofferto assai e fu tale il mio spavento che in quell’istante avrei preferito morire. Fu la prima volta che, a mio ricordo, abbia avuto paura. Di qui incominciò una malattia che mi portò all’orlo della tomba, e mi lasciò così malandato di salute che non ho potuto più riacquistarla, se non molti anni dopo». [G. B. Lemoyne, Vita di S. Giovanni Bosco, vol. 1, Torino 1953, pp. 192-194].

In realtà Don Bosco, successivamente, sconsigliò di rendere impegni di quel genere: «Io ignoravo tutte le conseguenze di una simile promessa, scriverà più tardi don Bosco, e confesso che fu una grande follia; così io consiglio vivamente gli altri di astenersene. Ma noi allora non trovammo nulla di riprensibile in questa promessa ed eravamo ben decisi a mantenerla. La rinnovammo più volte, in particolare durante l’ultima malattia di Comollo. Le ultime parole di Comollo e il suo sguardo mi assicurarono dell’adempimento del nostro patto».

Torniamo a noi: pensando a quel che ti scrivo mi viene da pensare che sono davvero egoista e non è bene nutrire pensieri di questo tipo per cui lasciamo stare questa aspettativa assurda.

Alcuni giorni fa, però, in sogno mi sei comparso, in poco più che un’immagine; non saprei dire esattamente in che notte è avvenuto il sogno, è almeno una decina di giorni, ma bando alle ciance, eccolo: “mi trovo al cinema, in sala, ma non durante la proiezione per cui c’è buio ma non troppo, sono seduto quasi a fianco di uno dei corridoi d’uscita. Tu provieni dal senso opposto, non ricordo se quando mi sei vicino mi butti uno sguardo, né se sei solo o in compagnia dei tuoi famigliari, ricordo soltanto che te ne vai tranquillamente verso l’uscita.

L’ho pensato come una sorta di commiato, sbagliando: i sogni sono sempre una soluzione soddisfacente a qualcosa che è rimasto sospeso in un tempo che può variare dal giorno prima a chissà quando.

Dovrò ripensarci per vedere quale guadagno abbia tratto da questo momento.

Nel frattempo la tua faccia sorridente continua a farmi compagnia sul cellulare ed il tuo ricordo mi accompagna con dolcezza.

Un caro abbraccio, Federico

Parma, 12 dicembre 2019 memoria della Beata Maria Vergine di Guadalupe e del Beato Pio (Pius Ludwik) Bartosik Sacerdote e martire