La Pinacoteca Nazionale di Bologna ha dedicato una mostra ad Antonio Canova, credo la prima di questo anno, bicentenario della sua morte.
L’esposizione, negli ambienti del piano interrato della Pinacoteca, molto belli e ben allestiti, è terminata il 20 febbraio; mi sono concesso la visita il 6, per evitare inconvenienti e domeniche lavorative.

L’arrivo nella città felsinea non è dei migliori, la domenica mattina, con quasi tutto chiuso, i portici di alcune vie di Bologna non sono il massimo della piacevolezza, specie per uno che arriva senza avere fatto colazione. Accade, però, che mi imbatta in un locale che proprio non mi aspettavo, il Ristò Pallotti, attorno al quale c’è una confusione che mi spiego soltanto grazie all’attrattiva del luogo, nonostante le sue infelici dimensioni (stretto e lungo); entro e mi concedo una deliziosa brioche alla crema, di quelle che predispongono ad una radiosa giornata.

Rinfrancato nel corpo e nello spirito, riprendo la marcia verso la Pinacoteca Nazionale e l’agognato Canova.
Devo premettere che mi aspettavo qualcosa di più sebbene la mostra mi sia comunque piaciuta.
Perché un’esposizione di questo genere? per indagare e forse celebrare i rapporti tra il celeberrimo scultore e la città di Bologna e sottolineare l’impegno dello stesso nel recupero di tantissime opere che il gran delinquente francese, Napoleone, aveva sottratto allo Stato della Chiesa nella sua sciagurata calata in Italia del 1796.


Effettivamente il primo richiamo è all’esposizione di arte antica che si tenne a Bologna nel 1816, nella chiesa dello Spirito Santo, prima di questo genere ed organizzata per mostrare ai cittadini bolognesi le opere d’arte recuperate, per l’appunto da Antonio Canova, ed è questa la quarta ed ultima sezione della mostra.

Le sezioni che la precedono sono dedicate alle opere che Canova predilesse durante la sua visita alla città nel 1779, al rapporto tra Canova e l’Accademia di Belle Arti di Bologna e alle opere rientrate in città grazie all’opera dello scultore.

Le opere di Canova, regalate all’Accademia di Belle Arti sono gessi, è risaputo che le opere che donava erano soltanto gessi e non opere in marmo, sono molto belle, in particolare la Maddalena penitente che è uno splendido esempio di opera neoclassica.

Le emozioni sono mostrate, così come avveniva per le opere del mio adorato Gian Lorenzo Bernini, ma con una compostezza e sobrietà che distinguono dalle fastose esasperazioni del barocco.

Piacevole il busto Autoritratto dell’autore ma ben più interessante è quello di Papa Benedetto XIII, che funge da modello per la di lui tomba in San Pietro, in Vaticano.

Il Pontefice vi viene ritratto senza tiara e in raccolta preghiera; la maggior parte delle tombe dei Pontefici, in San Pietro, li ritrae in atto benedicente, gesto tipico dell’attività pontificale, qui, al contrario, è rappresentato un uomo che si rende conto di essere giunto al momento supremo del trapasso, quando incontrerà quel Signore che ha rappresentato in terra. Ottima l’idea di esibire accanto a questo volto, lo splendido ritratto dello stesso Pontefice, opera di Anton Raphael Mengs, seduto su una ricca poltrona con indosso gli abiti insegna della suprema dignità ecclesiastica.

C’è poi una splendida testa di donna, presumibilmente Calliope, con evidentissimi i punti di “repere” che sono utilizzati per riprodurre in marmo l’effigiata fanciulla.

Non meno suggestiva è l’immagine, sempre a busto, dell’Annunciata (Testa della Vergine Maria); anche in questo caso, come sarà nella poetica neoclassica, figura splendida da cui emerge l’aspirazione ad una perfezione formale che, in artisti meno dotati, potrebbe correre il rischio di un’astratta freddezza.

Fanno da degno contorno alcune opere, tra le quali l’Apparizione di Cristo risorto alla Madre, di un autore amatissimo da Canova, il mitico Guercino ma anche, ad esempio, la Madonna del Parmigianino e la Madonna in gloria di Pietro Vannucci, detto il Perugino.

Un discorso a parte merita il busto dell’arcidelinquente di cui ho fatto cenno sopra: Napoleone Bonaparte; splendido, vestito come un antico romano.

Sembra sia un progetto iconografico che opera come giustificazione e celebrazione dell’eternità di un potere che trova legittimazione e si incarna solo in certi personaggi storici come, appunto, il tappetto corso. Lo sguardo volitivo e arrogante, di chi si gira leggermente di lato perché sembra che non ci sia un interlocutore degno di lui, è accentuato dal cerchio della clamide, con la corposa fibbia, che circonda la figura e ne accentua la potenza espressiva grazie alle ondulazioni del tessuto.

Da ignorante in materia azzarderei l’ipotesi di un Canova quasi romantico: c’è un impeto in quest’opera che sembra trattenuto nella sobrietà ed equilibrio delle forme ma, nel contempo pronto ad esplodere, a manifestarsi nella fiera volontà che vuole esprimersi senza contrizioni.

Altri documenti ed opere rendono piacevole il percorso, l’esposizione è gradevole ma è solo l’antipasto del pezzo forte, che è la prossima tappa, la Pinacoteca.

Questo è un luogo straordinario, ma ne parlerò in altro momento.

Bologna, 6 febbraio 2022 memoria di San Matteo Correa Magallanes