Anche quest’anno è arrivato Natale, una solennità che non mi è mai piaciuta, chiedo venia.
Non mi piace per via del buio, capisco gli antichi che erano spaventati dall’oscurità incipiente e festeggiavano il ritorno della luce,
non mi piace per via della confusione, dei negozi pieni di gente,
non mi piace per l’ipocrisia che regna sovrana, nel festeggiare un compleanno avendo completamente dimenticato il festeggiato (citazione riutilizzata di una frase di S.E.R. mons. Giacomo Biffi, cardinale arcivescovo di Bologna).
Bene, detto questo, a Natale nasce Gesù, un bambino omaggiato dai pastori, i reietti del tempo, ai margini della società e dai Magi che lo onorano con oro, incenso e mirra.
Per gli auguri natalizi traggo solitamente ispirazione dai post che ha dedicato all’argomento Giacomo Contri;
quest’anno ne richiamo uno dedicato all’inquisizione, senza strumentario di annesse torture ma come pacifico giudizio di alcune storture.
L’inquisizione applicata ad una nota canzone natalizia “Tu scendi dalle stelle…”, opera di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della chiesa.
Ecco il testo della canzone:
Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.
O Bambino mio divino,
io ti vedo qui tremar;
o Dio beato!
Ahi quanto ti costò l’avermi amato!
Ahi quanto ti costò l’avermi amato!
A te, che sei del mondo il Creatore,
mancâro panni e foco, o mio Signore,
mancâro panni e foco, o mio Signore.
Caro eletto pargoletto,
quanto questa povertà
più m’innamora,
giacché ti fece amor povero ancora,
giacché ti fece amor povero ancora.
Tu lasci il bel gioir del divin seno,
per venir a penar su questo fieno,
per venir a penar su questo fieno.
Dolce amore del mio core,
dove amor ti trasportò?
O Gesù mio,
perché tanto patir? Per amor mio!
perché tanto patir? Per amor mio!
Ma se fu tuo voler il tuo patire,
perché vuoi pianger poi, perché vagire?
perché vuoi pianger poi, perché vagire?
Sposo mio, amato Dio,
mio Gesù, t’intendo sì!
Ah, mio Signore,
tu piangi non per duol, ma per amore,
tu piangi non per duol, ma per amore.
Tu piangi per vederti da me ingrato
dopo sì grande amor, sì poco amato,
dopo sì grande amor, sì poco amato!
O diletto del mio petto,
se già un tempo fu così,
or te sol bramo:
caro non pianger più, ch’io t’amo e t’amo,
caro non pianger più, ch’io t’amo e t’amo.
Tu dormi, Ninno mio, ma intanto il core
non dorme, no, ma veglia a tutte l’ore,
non dorme, no, ma veglia a tutte l’ore.
Deh, mio bello e puro Agnello,
a che pensi? dimmi tu.
O amore immenso,
“Un dì morir per te” – rispondi – “io penso”,
“Un dì morir per te” – rispondi – “io penso”.
Dunque a morire per me, tu pensi, o Dio
ed altro, fuor di te, amar poss’io?
ed altro, fuor di te, amar poss’io?[variante: Ed altr’oggetto amar come poss’ io?]
O Maria, speranza mia,
s’io poc’amo il tuo Gesù,
non ti sdegnare
amalo tu per me, s’io nol so amare!
amalo tu per me, s’io nol so amare!
Giacomo Contri inquisisce così:
che c’entrano le stelle? quegli insulsi ammassi incendiari di gas polveri rocce, che stanno in “Cielo” solo per un banale relativistico illusorio punto di vista percettivo:
un altro celebre canto natalizio peggiora le cose, “Astro del ciel”, eresia somma.
Più avanti si dice “Ahi, quanto ti costò / l’avermi amato”, e inquisisco:
ma come gli viene in mente di vincolare amore e costo, perdita, impoverimento?;
e infine “quanto questa povertà / più m’innamora / giacché ti fece amor, / povero ancora!”, con l’inquisizione:
ma quel Tale del Natale (“Gesù”) non considerava l’umanità come un profitto personale?, una conquista, una ricchezza, tanto da tenersela stretta per tutti i tempi (“Ascensione”, così dicono i testi).
E risiamo così ai giorni nostri, con il loro immenso equi-voco di amore e miseri-cordia, l’altrettanto immenso errore sulla povertà:
che non è mancanza di soldi ma mancanza di soci (con i quali soltanto si fanno anche i soldi).
In mancanza di soci alcuni fanno as-sociazioni per delinquere, ragionando che è sempre meglio che essere poveri! (antica questione del Diritto, penso a Kelsen).
Il pensiero di Giacomo Contri è un aiuto a inquisire, i tanti avvenimenti di ogni giorno, uno scibboleth, che permette di separare amici e nemici, il grano dalla pula e via giudicando, con profitto.
A ogni amico il mio augurio di lavorare per invitare i propri simili (ne ho parlato lo scorso anno) a divenire soci: Gesù, col suo pensiero, è un bottino da sfruttare appieno, perché non venga invano.
Parma, 25 dicembre 2025, solennità del Natale di N.S. Gesù Cristo
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