Gian Lorenzo Bernini è risaputo essere uno dei miei artisti preferiti; cavaliere dell’Ordine di Cristo, di lui tanto è stato scritto e detto da spaventare chiunque si accinga a scriverne ed io è notorio che non sono un cuor di leone.

Quindi parlerò di lui ma a modo mio.

La mostra tenutasi presso la Galleria Borghese era bellissima, ma non avrebbe potuto essere diversamente: una qualsiasi opera del maestro, e in un posto simile, sarebbe sufficiente a motivare un viaggio.

Visita avvenuta a gennaio 2018, approfittando del ponte di sant’Ilario in modo da avere come compagna di viaggio la mia nipotina Laura e, incredibile a dirsi, mia madre, che riuscire a farla muovere da casa … è impresa titanica.

La suddivisione in sezioni inizia con quella dedicata ai putti, che hanno riscosso successo ma che sono stati poi rinnegati da Gian Lorenzo, che cercherà di non ricordarli nella biografia scritta dal figlio.

Non aveva di che vergognarsene, ma evidentemente qualcosa lo disturbava; Gian Lorenzo cercava di retrodatare la sua produzione ad età così precoci da suscitare lo stupore degli ammiratori e confermare così il suo genio incomparabile, in quest’ottica potrebbe essere che i putti abbiano rappresentato una produzione troppo semplice e quindi da tralasciare in favore di opere decisamente molto più impegnative.

Chissà.

Una seconda sezione è dedicata ai marmi borghesiani, quelli destinati ad abbellire il Casino del suo committente, il Cardinal Nipote Scipione Borghese, Tra tutti spicca il famosissimo Enea Anchise ed Ascanio, un’opera manco a dirlo eccelsa che  viene accostata con il dipinto, di medesimo soggetto, di Federico Barocci, com’era nella disposizione originale della villa. Senza nulla voler togliere a Barocci, non c’è paragone possibile.

Ho trovato una curiosa interpretazione secondo la quale il Cardinal Nipote si identificherebbe con Enea che sostiene il vecchio padre, il pontefice, che infatti reca le divinità tutelari tra le mani, ovvero la chiesa; in effetti in latino “scipio” significa “bastone di appoggio”, come dice il catalogo della mostra, stabilendo così anche un richiamo diretto al nome del cardinale committente.

La chiesa di Bernini vuole porsi come unica casa possibile per la salvezza delle anime, corpo mistico trionfante, sede della regalità per riflesso di quella divina. Quando contemplo le chiese barocche, quelle romane in particolare, ho sempre l’impressione di essere una minuscola pulce, persa nell’oceano: credo che questa fosse proprio l’idea che il papato intendeva proporre.

L’uomo smarrito, perduto nell’universo, può trovare salvezza soltanto nella sottomissione alla Santa Madre Chiesa; non saprei dire se nei secoli precedenti vi sia stata una politica di questo genere, credo che sia piuttosto nata a seguito della Riforma.

La chiesa inizia a puntare sull’educazione e diventa maestra e, nello stesso tempo, mostra la sua ricchezza ed il potere che devono schiacciare i ribelli protestanti.

Aristotele viene messo da parte, gli antichi abbandonati, in favore di una contemporaneità che sembra voler rinnegare i padri.

L’uomo del Seicento deve essere stupito, colpito nei sentimenti in modo da essere coinvolto ed assorbito; movimento, energia, drammatizzazione: chi meglio di Bernini ha saputo interpretare queste istanze?

Quasi nessuno ha saputo usare il marmo in maniera tale da lasciare stupiti, senza fiato davanti alle sue creazioni.

Apollo e Dafne, ad esempio, sono un capolavoro di questo gioco di emozioni perché Bernini riesce a rappresentare il dinamismo del desiderio di Apollo che è ormai giunto addosso alla sua preda, quello di Dafne che è tesa nella fuga, angosciata perché ormai nelle mani dell’assalitore ma contemporaneamente sollevata dall’inizio della metamorfosi che la sottrarrà alla violenza.

Apollo a meno di un passo dalla conquista rimane con un palmo di naso, anzi con un ramo di alloro (ottimo per gli arrosti): in una statua è raccontata una storia e fissato non soltanto un attimo, ma l’antefatto e le drammatiche conseguenze.

Non ogni opera del mitico Bernini ha tale intensità ma tutte sono connotate da una forza espressiva che travolge, coinvolge, incanta.

Penso ancora al David, ripreso nella stessa modalità dell’Apollo e Dafne, cioè in una posa che condensa un film: la tensione dell’eroe rivela la sfida drammatica della vita ma quasi ne anticipa l’esito e ne racconta lo svolgimento di distensione e torsione dei vari muscoli per arrivare alla massima esplosione della forza.

Il ratto di Proserpina è un altro capolavoro che lascia ammutoliti tanta è l’intensità e la resa dei dettagli: lo sguardo compiaciuto e lubrico di Plutone che già affonda le mani nelle tenere carni della vittima, pregustando una preda del cui piacere si disinteressa totalmente perchè la donna non è partner ma oggetto da possedere.

La povera Proserpina che non ha scampo, né la fortuna di trasformarsi in qualcosa che la renda inaccessibile alla violenza: il suo gesto è un estremo tentativo di sfuggire ad una presa che non le lascia scampo. 

Chiude l’opera uno splendido Cerbero che già da solo sarebbe un capolavoro.

Il paragone con oggi è troppo ardito e scorretto, ma non mi sembra troppo diversa la politica attuale, anzi la tirannia, questa sì autentico populismo, quella delle emozioni.

La sovrabbondanza di informazioni, l’esasperazione dei messaggi dei social, la trappola dell’empatia non hanno forse l’identico effetto di stupire e stordire?

Tornando alla mostra, c’era una stupenda sezione dedicata ai busti, uno più bello dell’altro.

Pensando ai ritratti esposti alla mostra che ho visto recentemente a Ferrara (Stati d’animo – da Previati a Boccioni) ne emerge un paragone ancora una volta impossibile – marmo contro tela – soprattutto per la differenza tra quelli di Bernini, tutti rivolti all’esterno e quelli degli autori ottocenteschi che sembrano ritrarsi, deboli fantasmi di fronte alla realtà. Sono volti che rimandano ad una personalità che riflette per poi agire, decidere, operare nel mondo: non c’è Amleto tra i clienti di Bernini.

Paragone assurdo per paragone assurdo mi viene l’idea che certe opere di Bernini siano la versione di pietra di poesie del mio amato Giuseppe Ungaretti:

“Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso”.

Non è sostenibile questo paragone ma questa poesia mi è venuta in mente pensando alle sculture, pensando che ogni scultura, seppur di velocissima intuizione, non può che essere nata da un lavoro interiore di coltivazione di quel che Bernini ha ricevuto dal padre, fatto proprio e rielaborato con gli esiti che abbiamo sotto gli occhi; si potrebbe definire un caso riuscito (almeno in parte) di eredità.

Chiudo con un’opera bellissima come tutte le altre, il Salvator Mundi che si trova dove lo vidi la prima volta, a Roma, nella Basilica di san Sebastiano fuori le mura.

La prima volta fu in occasione di una Messa di suffragio dei colleghi caduti e già allora ne rimasi affascinato; scoprii che è l’ultima opera dell’amatissimo Bernini, quasi una testimonianza di quale è stato il faro che ha illuminato tutta la vita del nostro.

Parma, 14 giugno 2018 memoria di Sant’ Eliseo profeta