Debbo a due fortunate coincidenze la possibilità di starmene a casa per due sabati consecutivi, in questo mese di giugno, così ho potuto ricontattare il mio spacciatore di ciliegie della Val d’Illasi (la mia conclamata ignoranza geografica è tale che non ho ancora un’idea di dove si trovi sto paradiso di ciliegie) e prenotarne o comunque acquistarne un pochetto, per soddisfare la mia sfrenata passione per questo frutto che, assieme al gorgonzola, è una prova dell’esistenza di Dio Padre.

Sia sabato 16 che oggi, 23, mi sono recato a Guastalla ad acquistare prima 20 poi 18 kg dell’adorata drupa.

Inutile ripetere che è un’esperienza mistica il mangiare questi deliziosi frutti che ricollego ad un paio di ricordi che vedono protagoniste, però, le amarene e non le ciliegie.

Uno dei ricordi, ne ho già parlato non molto tempo fa, risale alle vacanze estive in quel di Cesenatico o Pinarella di Cervia, non saprei; in quell’occasione mia zia ci faceva fare merenda con una baguette e marmellata di amarene oppure burro e zucchero: un ricordo di grandissimo piacere.

A questo devo aggiungere un altro ricordo, che non ha a che fare con le ciliegie: in questo camping, le vacanze erano sempre in tenda, una volta incontrammo una bambina, credo fosse francese, che  soffriva di qualche malattia per me strana; la poverina aveva i globi oculari molto pronunciati, in medicina esoftalmo, per cui era stata soprannominata la bambina con gli occhi di rana; a quei tempi c’era poca sensibilità nei confronti di chi era diverso.

La comparsa inaspettata di questa bambina tra una tenda e l’altra aveva spaventato mio fratello ed è per questo che ricordo l’episodio.

Seppi più avanti che questo tipo di problema è caratteristico del morbo di Basedow di cui potrebbe essere morta la mia temutissima ed amatissima insegnante di matematica delle scuole medie.

Il secondo ricordo legato alle amarene riguarda mio zio Gianni, fratello di mia madre che, saltuariamente, andavo a trovare a casa sua in quel di Coenzo assieme ai miei zii; questo zio allevava maiali ed aveva, com’è ovvio, casa in campagna con tanto di animali da cortile e alberi da frutto.

Tra questi le amarene, che per la loro altezza si prestavano ad essere saccheggiate dalla mia voracità, poi c’era pure un immenso fico di più complicato alleggerimento ma non meno amato.

Di queste gite ricordo anche la raccolta delle uova, che mi è capitato qualche volta di fare: non saprei dire perché tanto piacevole è questa immagine della ricerca e raccolta delle uova che, ai tempi, si bevevano forando il guscio sulle due estremità o si mangiavano facendo lo zabaione con zucchero e Marsala (normalmente senza Marsala ma con caffellatte).

Questo zio morì prematuramente, decenni or sono, per cause mai chiarite (uscita di strada del veicolo? malore?) e questo comportò la totale cessazione delle nostre visite poiché i rapporti con mia cugina e la defunta moglie non sono mai stati gran che, come per quasi tutti i parenti di quel ramo famigliare, ma questa è storia troppo lunga e accidentata.

Delle ciliegie non conservo altri ricordi ma è verissimo il detto che una tira l’altra; nel mio caso, guardandole, mi ritrovo nell’imbarazzo del famosissimo asino di Buridano ma, a differenza di quello, non sapendo scegliere quale preferire, le preferisco tutte e poco alla volta le faccio scomparire, così non ho più scrupoli sulla preferenza e relativa discriminazione di quelle che restano.

Una preferenza inspiegabile, come quella per il gorgonzola, in questo caso riesco a controllarla meglio non foss’altro che per via della dieta e del colesterolo; le ciliegie sembrano avere su di me l’effetto che la madeleine ha avuto sul ben più noto Marcel Proust, un’occasione per squarciare la cortina di ferro dei miei ricordi di gioventù, pochi e spesso dolorosi. Per motivi di carità non sarò verboso come il sopra menzionato.

La discesa nella bassa mi ha anche permesso di rivedere l’amico e collega Marco G., sempre troppo gentile verso di me e, stamattina, l’altro suo omonimo, Marco d.M., un’altra persona ottima che apprezzo e stimo e che conservo come uno dei migliori (e pochi) buoni ricordi guastallesi. Nell’intervallo tra le due discese ho potuto rivedere anche Stefania ed Emanuele, altri due colleghi che vorrei tanto comprare per Parma (con uno ci ho provato, ma senza risultato, purtroppo).

Oggi sono anche riuscito, sebbene un po’ di corsa, a fare un salto nella Basilica di San Pietro e Paolo a Pieve, attirato da una terracotta dipinta presumibile opera del grande Guido Mazzoni che scoprii durante il periodo di vita modenese.

Prima di parlare di quest’opera devo dire che la chiesetta di Pieve, in stile romanico fu sede di un Sinodo nel 1095, indetto da Urbano II, il Papa della I crociata, e di un Concilio nel 1106 con Pasquale II. 

In questo famosissimo concilio di Guastalla, si discusse dei problemi con l’antipapa Clemente III, in un periodo di gravi scontri per la famosa e famigerata lotta per le investiture.

L’antipapa, Clemente III, fu arcivescovo di Ravenna, ma di origine parmigiana, nella città ducale infatti era nato in un anno oscillante tra il 1025 e il 1029; fu l’oppositore del riformatore dell’epoca, Gregorio VII, che a causa delle persecuzioni imperiali morì in esilio (Dilexi iustitiam, odi iniquitatem propterea morior in exilio).

Lo scontro tra Clemente III, anzi tra l’allora arcivescovo di Ravenna Guiberto Giberti ed il pontefice riformatore Gregorio VII verteva sull’insistenza di quest’ultimo circa la necessità di por fine al concubinato dei preti, di cessare le pratiche simoniache e di dimettere dagli ordini sacri i chierici che continuassero a mantenere le concubine.

L’antipapa morì nell’anno 1100 e fu sepolto nella cattedrale di Civita Castellana; qui iniziò il culto delle sue spoglie per via della trasudazione di un misterioso liquido profumato e dei miracoli conseguenti, non volendo storie Pasquale II provvide con grande senso dell’efficacia e risolse la questione alla radice: le spoglie vennero dissepolte e disperse nel Tevere, con buona pace di tutti.

Ancor oggi, si discute di certi senza esserne venuti a capo … matrimonio dei preti sì matrimonio no pensando che il matrimonio possa essere la soluzione alla pedofilia di certi ecclesiastici, il che è ridicolo, oppure, sento dire, che i preti non possono comprendere i problemi matrimoniali non sperimentandoli, nuovamente ridicolo.

Resta il fatto che la Chiesa non ha risolto il problema del rapporto uomo donna, rispetto al quale quello del matrimonio è fuorviante; le soluzioni tentate si sono rivelate insoddisfacenti, né vedo all’orizzonte margini di miglioramento.

Veniamo alla cosa più interessante, la Madonna di Guido Mazzoni: una terracotta davvero molto bella, con un simpatico Bambino che mostra in bella vista il pisellino, un bel bambinone emiliano, rubizzo e paffuto come anche la sua mamma che più che una Madonna sembra una bella sposa di queste zone.

Nessuno all’interno della chiesetta, manco un visitatore, il che la dice lunga, ancora una volta, sulle incapacità italiche di valorizzare il patrimonio culturale che abbiamo ereditato.

Purtroppo il mio spacciatore di ciliegie non tornerà più, per quest’anno, in quel di Guastalla, ma conservo religiosamente il numero di telefono ed attendo il prossimo anno, ho già memorizzato l’appuntamento.

Parma, 23 giugno 2018 memoria di San Giuseppe Cafasso sacerdote e di San Tommaso Garnet martire in Inghilterra