La bella giornata domenicale a Bologna non si è conclusa con la visita alla fantastica Pinacoteca Nazionale, il che è abbastanza ovvio; uscito da lì ho iniziato a girovagare in realtà cercando di raggiungere la chiesa di Santa Caterina di Strada Maggiore dove è stato parroco l’amico di università san don Lino Goriup (come don Lino Bin, evidentemente il nome porta bene per la strada verso la santità): sono fermamente convinto che don Lino goda della pace dei santi e che interceda per noi.
Bene dicevo, andando in cerca di quella chiesa, che ho poi trovato chiusa con mio massimo scorno e delusione, sono transitato in un luogo del cuore, la via Zamboni dell’università.
Ho scoperto una via Zamboni che non conoscevo e ne ho approfittato, innanzitutto concedendomi una visita al Museo di Palazzo Poggi di cui ignoravo bellamente l’esistenza.
Normalmente non sono attratto dalle scienze e anche questa visita mi ha confermato che la mia inclinazione è altrove, tuttavia è stata una visita interessante che consiglio a chi è curioso.

Cosa c’è esposto? una serie di collezioni derivanti dall’Istituto delle Scienze, fondato nel 1711 da Luigi Ferdinando Marsili, scienziato, militare, botanico e geologo dalla vita avventurosa: arruolatosi come militare venne catturato, fatto schiavo e ceduto ad un pascià turco, riscattato, torna nei ranghi militari come ingegnere fino a diventare colonnello per essere poi degradato con ignominia ed infine riabilitato; sicuramente una vita poco sedentaria.

Le sue collezioni vennero donate all’Istituto delle Scienze cui si sommarono le raccolte di Ulisse Aldrovandi (perlomeno quelle sopravvissute alle spogliazioni dell’arcidelinquente Napoleone): si possono, quindi, vedere animali, conchiglie e altre “curiosità” del mondo della natura.

Le cose che ho maggiormente apprezzato, manco a dirlo, sono stati i vari busti ed il ritratto a mosaico di Benedetto XIV ma sicuramente curiosi sono anche i modelli in legno di fortificazioni, come pure modelli in bronzo di cannoni e di mortai, carte geografiche, manoscritti e disegni oltre a dieci rarissimi modelli di varie imbarcazioni, galeoni, vascelli da guerra realizzati dal Cinquecento al XVIII secolo.

Molto curioso e inquietante, mio parere personale ovviamente, è il museo ostetrico Giovan Antonio Galli, voluto da Benedetto XIV, una consistente raccolta di modelli di legno, creta e cera che rappresentano tutte le fasi della gravidanza e del parto: in pieno Settecento questo medico intendeva superare il divario tra il sapere teorico dei medici e quello pratico delle levatrici, un’idea sicuramente all’avanguardia ma che mi ha lasciato leggermente turbato.

C’è anche una piccola sezione dedicata ad opere d’arte di provenienza giapponese che mi sono piaciute molto (perlomeno alcune) soprattutto per la minuziosa rappresentazione di fiori e animali.

Insomma fateci un salto, se vi capita di passare per via Zamboni 33.

Il percorso è poi continuato con una pausa in un oratorio splendido, conosciuto come la Cappella Sistina di Bologna, l’Oratorio di Santa Cecilia e Valeriano; di origine più antica della chiesa di San Giacomo Maggiore cui è addossata, l’oratorio venne fatto affrescare da Giovanni II Bentivoglio, signore della città dal tragico destino, che commissionò il lavoro ai maggiori artisti del bolognese, Francesco Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini (ma l’opera sarà poi conclusa da artisti minori).

In dieci riquadri, separati da lesene dipinte a grottesche, vengono raccontate la vita ed il martirio di santa Cecilia, di san Valeriano suo sposo e di san Tiburzio suo cognato, ai tempi di Papa sant’Urbano (tra il 222 ed il 230); curiosamente non vi è alcun riferimento alla musica, nei dieci riquadri, nonostante la santa sia la protettrice dei musicisti, come abbiamo visto nel capolavoro di Raffaello conservato nella Pinacoteca Nazionale.
Trovandomi a contatto con la basilica di san Giacomo Maggiore potevo esimermi dal visitarla? Certo che non potevo ed infatti eccomi all’interno dove scopro, con mia enorme delusione e scorno, che è vietato fotografare; ho obbedito alla prescrizione ma a malincuore poiché avrei apprezzato molto portarmi a casa le foto delle splendide opere che la basilica custodisce e quelle della Cappella Bentivoglio, bellissimo esempio di cappella gentilizia rinascimentale, per tacere delle arche sepolcrali che sono notoriamente una mia passione.

Pazienza; subito una nuova chiesa si propone alla mia attenzione, quella dei santi Bartolomeo e Gaetano che dovrò tornare a visitare perché temo di essermi perso qualcosa.

Sicuramente non la cupola, con la gloria di san Gaetano, come le acquasantiere, molto carine ed un bel Compianto su Cristo morto di cui non ho trovato notizie ma che ho molto apprezzato.

Eccomi ad un’altra chiesa, apprezzo molto le città con numerose chiese, la Basilica di Santa Maria dei Servi: anche in questo caso le opere d’arte custodite all’interno meritano un’attenta visita.

Io ho gradito molto i resti delle pitture di Vitale da Bologna (pochi frammenti purtroppo), la splendida Maestà di Cimabue e la Madonna col Bambino tra i santi Lorenzo ed Eustochio di Vincenzo Onofri in terracotta dorata e colorata.

Ma da notare anche un Polittico di Lippo Dalmasio e la terza cappella a sinistra ove si trova il monumento funebre di Ludovico Gozzadini, grande giureconsulto, appartenente ad una delle famiglie più influenti della Bologna del XVI secolo. Lo studioso è rappresentato riccamente vestito, seduto sulla propria tomba, con un libro tra le mani, affiancato dalla Gloria e dalla Virtù (e, come spesso succede, non dalla modestia).

Or dunque questa è l’ultima chiesa perché, come anticipato all’inizio, quella che volevo visitare per pregare in memoria dell’amico Lino, l’ho trovata chiusa e ingombrata di tubi innocenti quindi in restauro.

Tornerò a Bologna perché mi mancano ancora alcuni luoghi da visitare, spero di aver maggiore fortuna.

Bologna, 6 febbraio 20200 memoria di san Paolo Miki e compagni martiri