A Piacenza Sibille e Santa Franca

In viaggio verso Piacenza
Per vincere una battaglia contro il solito demone che mi accompagna, ho deciso di fare un salto in quel di Piacenza, a visitare una mostra di cui ho scoperto l’esistenza online, un’esposizione dedicata alle Sibille.
Deciso fin quasi all’ultimo di andare in treno, ho cambiato idea in favore dell’auto, in modo da poter essere più libero negli spostamenti.
In autostrada, a pochi km dal casello vedo un camion de vigili del fuoco, ovviamente si trovava nella corsia opposta alla mia, dove era in corso qualche intervento di assistenza a seguito di incidente stradale, almeno così ho pensato, evitando di porvi troppa attenzione, ben consapevole che le distrazioni dovute agli incidenti stradali sono causa frequente di ulteriori incidenti.
A Palazzo Farnese
Arrivo senza problemi davanti all’ingresso del Palazzo Farnese, sede dei Musei Civici, dove ero già stato 5 anni addietro, parcheggio senza difficoltà ed eccomi alla cassa; qui un cortese giovanotto mi chiede se ho diritto a qualche riduzione: ci sarebbe quella per i militari ma non so se osare, beh ci provo e chiedo, con una certa esitazione, se la mia professione sia equiparabile a quella dei difensori in armi della patria.
La risposta positiva ha comportato una riduzione di 3 euro, col che quasi mi sono indennizzato la spesa del pedaggio autostradale.
L’accesso alla sala, al IV piano, non è tra i più agevoli, il che mi ha fatto pensare che questa mostra non costituisca la punta di diamante delle iniziative museali, in ogni caso le possibilità sono la salita in ascensore (ma dovendo attendere un incaricato) oppure salire dalle scale di emergenza, alle quali mi ha accompagnato una cortese addetta della biglietteria.
L’antro di accesso e le Sibille
Prima di accedere all’esposizione è necessario passare per un antro oscuro (ma per chi non se la sente c’è una signora con torcia a disposizione): credo che abbia un significato legato all’esperienza di privazione sensoriale, che precede l’incontro con l’opera d’arte ed il tema delle sibille; d’altronde da che mondo è mondo si è mai vista una Sibilla o comunque un indovino operare alla piena luce del sole?
Dal buio si riemerge in un salone, in semioscurità, con rumori di sottofondo che dovrebbero non so cosa ma, almeno su di me, non ci riescono; qui in cerchio sono esposte le Sibille di tal Christian Zucconi, artista piacentino mentre sullo sfondo svetta quella, straordinaria del Domenichino.
La Sibilla di Domenichino
Un prestito della Galleria Borghese, dove quest’opera è custodita fin da quando venne acquistata da Scipione Borghese (Scipione Caffarelli-Borghese), nel 1617, fantastico cardinale, collezionista e mecenate cui dobbiamo quella meraviglia che è Villa Borghese a Roma (e non solo quella).
Una Sibilla un po’ strana, in effetti non avrei mai saputo riconoscerla dagli attributi musicali, il cartiglio con le note e il manico della viola; più legati all’iconologia della Sibilla sono, invece, le piante dello sfondo, la vite, che rimanda a Bacco, dio del vino e dell’ebbrezza, ma che ricorda anche Cristo e l’alloro che richiama Apollo.
Fantastica Sibilla, Domenichino è stato davvero bravo.
Le Sibille
La Sibilla è una figura interessante poiché nell’ebrezza mistica le è dato il dono di vedere il futuro ma questa conoscenza è resa inefficace dal vento che disperde le foglie su cui è scritto quel che dovrà avvenire.
Il tema della Sibilla è presente nell’iconografia cristiana, basta pensare al pavimento del Duomo di Siena o alla Cappella Sistina ma anche a Piacenza sono numerosi i richiami; d’altro canto, il loro ruolo di profetesse è stato a tal punto riconosciuto da essere entrato in un inno sacro come il Dies irae: “Dies irae, dies illa,
Solvet saeclum in favilla,
Teste David cum Sibylla”.
Probabilmente non la più famosa tra queste, la Sibilla Tiburtina, profetizzò ad Ottaviano Augusto la venuta del Salvatore, questi ebbe una visione di Maria con Gesù in grembo ed una voce dire “Ecce ara primogeniti Dei”: in quel luogo l’imperatore fece erigere un altare, ara coeli, ed attualmente vi sorge quella straordinaria basilica che è santa Maria in Aracoeli.
Personaggi importanti, dunque, le Sibille.
Le Sibille di Christian Zucconi
Quelle di Christian Zucconi, realizzate in travertino rosso persiano e ferro, non mi hanno convinto per nulla.
Non che non mi siano piaciute, queste opere, alcune le trovo davvero molto belle, ma ho faticato ad inserirle nella questione delle Sibille, insomma il tema Sibilla relativamente a queste opere, mi è parso alquanto sibillino.
Figure umane, almeno così si intuisce, ma mostruose, dilacerate, con fessurazioni che evidenziano duplicazioni di volti o parti del corpo, come se volessero esprimere proprio l’enigmaticità delle profezie di cui sono protagoniste.
Opere sicuramente interessanti e bella la proposta espositiva, evocativa e suggestiva, Zucconi un artista sicuramente da seguire ma questa produzione mi sembra non avere che un labilissimo legame con la Sibilla di Domenichino: una donna raffinata, colta, amante delle arti, cui fanno da contraltare una serie di personaggi scompaginati, quasi in via di dissoluzione.
Testimonianza di un tema costante nella storia dell’umanità e sua declinazione nel contemporaneo.
Mi aspettavo un maggior numero di opere ma ritengo sia comunque valsa la pena visitare questa esposizione.
Il monastero di san Raimondo
Il secondo obiettivo era il monastero di san Raimondo, luogo di preghiera in pieno centro storico: qui le monache benedettine conducono vita in clausura: ora non è che mi è presa la passione senile per le monache di clausura, piuttosto questo luogo, che a parte alcune statue, proprio non mi piace gran che, è però prezioso per il mio cuore perché custodisce le spoglie mortali della santa eponima della mia cara madre.
Santa Franca
Badessa cistercense che ebbe il culto approvato oralmente (così si tramanda) dal beato Gregorio X, pontefice piacentino, figura importante e significativa per la storia della chiesa, non foss’altro perché venne eletto dopo i famosi 1006 giorni di sede vacante, in conseguenza dei quali iniziò a prendere forma il conclave come adesso lo conosciamo.
Mi sono dunque soffermato a pregare innanzi a questa tomba, ricordando ed affidando all’intercessione della santa monaca l’anima di mia mamma.

https://youtu.be/febrfGgVEEQ
Piazza Cavalli
Tornando sui miei passi, mi sono intrattenuto nella famosa Piazza Cavalli, un luogo molto bello, una piazza decisamente piacevole oltre che scenografica, grazie alle due statue equestri opera di Francesco Mochi tra il 1612 e il 1628.
Una raffigura Alessandro Farnese, l’altra Ranuccio, rispettivamente padre e figlio e terzo e quarto duca di Parma e Piacenza.
Alessandro e Ranuccio Farnese
Alessandro è stato un grandissimo condottiero, protagonista di tantissimi eventi di importanza epocale; giusto per citarne uno, la battaglia di Lepanto; pur essendo duca di Parma, poco vi risiedette e probabilmente poco volentieri perché la vita del ducato era sonnacchiosa rispetto al turbinio di avvenimenti che caratterizzava la vita politica e militare del resto d’Europa.
Il figlio Ranuccio, cresciuto col padre lontano e orfano di madre (persa all’età di 8 anni), fu un mecenate, cui si devono la costruzione della Cittadella, del Palazzo della Pilotta e del Teatro Farnese ma anche l’esecuzione di una serie di nobili forse per scongiurare una rivolta, forse per incamerare possedimenti di interesse, quali il feudo di Colorno.
Il Cavallo Pallavicini al PalabancaEventi
Ho scoperto, del tutto casualmente, che era in corso un’esposizione collegata ai due famosi cavalli del Mochi: in ricordo del quattrocentesimo della loro collocazione in piazza, la Banca di Piacenza ha organizzato una rassegna nel palazzo PalabancaEventi (di cui ignoravo l’esistenza fino a quel momento) con un pezzo forte di straordinaria bellezza, il cosiddetto Cavallo Pallavicini, modello in bronzo che Francesco Mochi realizzò per convincere il duca a commissionargli la realizzazione delle statue equestri.
Un’opera davvero splendida; in aggiunta ci sono anche un Cristo in croce (nudo) sempre dello stesso scultore, con alcune opere pittoriche e fotografie che raccontano alcuni eventi importanti dei due capolavori.
Una nota curiosa: l’ingresso è gratuito ma una cortese addetta chiede nome e cognome e se si sia clienti della banca; nome e cognome che vengono riportati su un registro, immagino per certificare il numero di visitatori ma che qualche dubbio sulla gestione della privacy me lo ha fatto sorgere, considerando che, a memoria d’uomo, non ricordo di essere mai stato richiesto di nome e cognome per poter accedere ad una mostra.
Una cosa, mi ha molto colpito di questo palazzo, la sala dei depositanti (se non ricordo male), cioè il salone dove sono esposte le opere; molto ben restaurato, mi ha ricordato, o meglio evocato delle suggestioni; ho letto poi che il palazzo è stato sede del Consorzio Agrario e successivamente di una banca: mi sono sentito in un ambiente saturo di potere, economico ma non solo.
Come se stessi respirando lavoro nei campi, sudore e denaro, incontri e affari legati alla terra, un’aura di solida borghesia terriera; sono andato a vedere le giunte comunali che hanno amministrato Piacenza dal dopoguerra: tutte con la presenza della DC, la cara vecchia Democrazia Cristiana, seppure insieme al PSDI e saltuariamente al PSI.
Ora governa la sinistra ma passeggiando per quel salone ho respirato un’aura di laboriosa conservazione.
La Casa del Mutilato
Conclusa abbastanza velocemente questa visita, mi sono concesso 4 passi in cerca di una chiesa che ho scoperto essere chiusa per restauri; nel tragitto sono passato nei pressi della Casa del Mutilato, sede della sezione locale dell’ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra).
Un edificio di modeste dimensioni, tutto sommato, ma che trasmette un certo senso di maestosità e richiama alla mente un determinato periodo, quando erano in voga certi valori.
Non è un caso se la costruzione ricorda e rimanda ad un tempio votivo, un luogo dedicato al culto del sacrificio e dell’amore per la patria; ne ha parlato magistralmente lo storico George Mosse.
Il presepe al Genio Pontieri
Nel vagare, sono passato davanti alla Caserma intitolata al Tenente Filippo Nicolai, sede del comando Genio Pontieri: in legno (così si rispetta lo spirito ecologista) fanno bella mostra di sé l’albero di Natale, di forme quasi futuristiche, ed il Presepe, entrambi con la stella cometa che, a scanso di equivoci, reca bene impressa la scritta “Esercito”.
Il ritorno
È ora di tornare, il buio si avvicina, riprendo con qualche esitazione (che vuol dire che ho sbagliato strada) la via del ritorno; il viaggio scivola via tranquillo fino a quando non compare l’indicazione che consiglia di uscire a Fidenza, per chi è diretto a Parma.
Il motivo è presto detto: i postumi dell’incidente dell’andata; nei pressi di Fidenza sarei anche uscito ma la coda enorme che mi si è prospettata davanti mi ha indotto a rischiare e continuare in autostrada: rallentamenti e code nei pressi di Parma, mi hanno rallentato il ritorno ma credo di avere fatto la scelta giusta.
Piacenza, 28 dicembre 2025, memoria dei SantiInnocenti

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