Il solstizio d’estate, come ogni anno, è occasione per fare un viaggetto; la tradizione lo prevedeva all’estero ma varie difficoltà lo hanno impedito, negli ultimi anni, al punto che mi sono accontentato di un’escursione praticamente fuori porta.

Su questa gitarella incombevano le previsioni del tempo, avverse come non immaginavo.

Parto, comunque, di buon’ora, vestito di maglietta e pantaloni corti, ma armato di ombrello portatile e immancabile macchina fotografica; l’arrivo a Milano Lambrate è traumatico: un vero e proprio fortunale stava sfogando la sua furia sulla stazione ferroviaria e dintorni tanto che le scale di uno dei binari sembravano le cascate del Niagara ed il sottopassaggio aveva dei tratti in cui le scarpe si inzuppavano inevitabilmente (ovviamente dove sono transitato io).

Intirizzito mi sono messo a vagare per la stazione, in cerca del treno delle 10.16, peccato che quello era l’orario d’arrivo previsto e non quello di partenza, prima disattenzione e nemmeno troppo grave, della giornata; il caso ha voluto che tutti i treni fossero in ritardo il che ha risolto il mio problema.

Partito per Monza, fiducioso che Giove Pluvio avesse esaurito le sue riserve acquee, com’è sempre stato per i temporali estivi, scrosci intensi ma brevi, la disillusione è stata cocente, anzi meglio, inzuppante.

A pioveva, una pioggerella non intensa ma sufficiente a disturbare, sebbene non abbastanza da turbare il mio spirito di indefesso turista, colmo di entusiasmo; il primo obiettivo è l’ufficio di informazioni turistiche con alternativa del Duomo, qualora ci fossi incappato prima.

Mentre mi avvicino al centro cittadino mi trovo, sulla destra una chiesa, ovvio che non potevo esimermi dal visitarla ed eccomi, in men che non si dica, dentro alla chiesa di Santa Maddalena, un luogo di culto non particolarmente significativo, almeno a prima impressione.

Uscito dalla chiesa, sempre diretto verso il centro, incontro un’altra chiesa, dentro la quale mi introduco senza indugi: Santa Maria in Strada, una chiesa bella all’esterno, in stile gotico, sebbene restaurata a fine Ottocento, che ha l’interno quasi completamente occupato da ponteggi dovuti a restauri che ne oscurano la visione.

Mentre esco, mi trovo davanti al primo fortunale monzese: l’acqua scroscia senza riserve, con grandine frammista, tanto da indurre il sagrestano a chiudere il luogo di culto, cacciandomi dal comodo rifugio: non c’è più l’accoglienza di una volta!

Il nubifragio accompagna il mio avvicinamento al Duomo che, manco a dirlo, ha la facciata in restauro, ma il mio obiettivo è all’interno verso il quale mi dirigo non foss’altro che per sfuggire all’acqua.

Entrato, infine, in Duomo, mi armo della mia inseparabile macchina fotografica, giusto il tempo per scoprire che ho dimenticato a casa la batteria che avevo messo in carica tempo fa: considerato il luogo ed il fastidio che provo nel sentir bestemmiare, mi sono risparmiato la sfilza di imprecazioni (mai bestemmie) che mi sgorgavano dal cuore, ma ho fatto fatica e non poco.

Le foto, le ho scattate col cellulare e non mi sono risparmiato, ma la rabbia … beh lasciamo perdere.

Il Duomo di Monza è uno di quei luoghi ricchissimi di storia che risale a Teodorico, che vi fonda un palatium magnum per arrivare alla regina Teodolinda che edifica una cappella annessa al palatium, da cui poi sorgerà la chiesa.

Teodolinda è figura straordinaria di donna al potere che, vedova di Autari e sposa di Agilulfo, portò avanti la conversione dei longobardi al cattolicesimo; i longobardi erano, infatti, ariani.

Queste informazioni, molto banali, hanno avuto notevole importanza per la storia italiana poiché la successione di Teodolinda costituì un precedente cui si rifece Filippo Maria Visconti per legittimare la figlia Bianca Maria poi sposa di Francesco Sforza e madre, tra gli altri di vari duchi Galeazzo Maria Sforza e Ludovico il Moro.

Di questo ha fatto cenno la cortese guida che ci ha accompagnato nella visita della cappella di Teodolinda: una gentile e vagamente ironica signora dai capelli biondi, davvero molto cortese e competente.

Sfortunatamente vigeva un rigorosissimo divieto di scattare fotografie, cui ho ottemperato senza discutere sia perché non è mia abitudine farlo sia perché le motivazioni addotte erano, diciamo così, plausibili.

La cappella di Teodolinda è uno spettacolo che da solo merita il viaggio: la famiglia Zavattari, che l’ha affrescata tra il 1440 e il 1446, ha creato una vera e propria meraviglia; l’opera narra la storia di Teodolinda secondo quanto ci racconta Paolo Diacono nella Historia Langobardorum (che mi richiamava alla memoria gli studi giovanili, all’università, di storia medioevale) interpolata da una leggenda raccontata dal cronista monzese Bonincontro Morigia.

Lo Spirito Santo, sotto forma della proverbiale colomba, sarebbe apparso alla regina Teodolinda chiedendole di erigere una basilica in onore di San Giovanni Battista, cosa che, puntualmente avvenne.

Due le particolarità di questi affreschi: la rappresentazione del popolo longobardo con abbigliamento tipico dell’epoca degli Sforza e la narrazione di una storia profana all’interno di un luogo sacro; quest’ultima spiegabile coi motivi politici detti in precedenza, ovvero legittimare con un precedente storico la successione femminile della figlia del committente, Filippo Maria Visconti.

Oltre agli affreschi, la cappella custodisce le spoglie, o meglio le ceneri, di Teodolinda, all’interno di un sarcofago dove furono riposte nel 1308 e, la famosissima Corona Ferrea che tutti gli studenti italioti hanno incontrato almeno una volta nel loro cursus studiorum.

Il gioiello, che è di fatto anche una reliquia, è una corona, di piccolo diametro, a causa del furto di due placche (una delle quali probabilmente conteneva il sacro chiodo della Croce di Cristo), utilizzata per le incoronazioni a re d’Italia, uno dei passaggi previsti per l’incoronazione ad imperatore (in epoca di Sacro Romano Impero) che aveva inizio ad Aquisgrana, con la corona d’argento di re di Germania e si concludeva con la corona imperiale, ovviamente d’oro, a Roma, conferita dal Papa.

Sovrani che sono stati incoronati con la Corona Ferra sono stati Carlo Magno, Federico Barbarossa, Carlo V, quel brutto ceffo di Napoleone e Ferdinando I d’Austria; curiosamente – in realtà neanche tanto – nessun re Savoia ne è stato insignito, sebbene sia stata utilizzata in occasione dei funerali di Vittorio Emanuele II e Umberto I.

Una lastra marmorea della scuola di Matteo da Campione, a fianco della cappella di Teodolinda, rappresenta la cerimonia.

Ho scoperto, infine, che Monza non è sede episcopale e che l’arciprete di Monza ha il privilegio di indossare le insegne episcopali e di essere scortato, durante le celebrazioni solenni, dal corpo degli alabardieri, unico corpo armato ancora esistente, a parte le guardie svizzere al servizio del Sovrano Pontefice.

Dopo la visita alla cappella di Teodolinda mi sono gustato il bel museo annesso alla cattedrale (biglietto di 14 euro che comprende cappella e museo) che custodisce opere splendide di oreficeria religiosa tra i quali da segnalare la Croce di Adaloaldo, la Legatura dell’Evangeliario di Teodolinda, la Croce di Agilulfo, la Corona di Teodolinda e la splendida Chioccia con sette pulcini, un’opera in lamina d’argento che rappresenta una scena tipicamente gallinaceo famigliare.

C’è da vedere, tra i doni di Berengario del Friuli, re d’Italia e imperatore, la Croce del Regno, reliquiario che veniva utilizzato per le incoronazioni del Rex Italiae assieme alla Corona Ferrea (uso che poi si è perduto), il reliquiario del dente di san Giovanni e due splendidi dittici in avorio, quello detto di Stilicone (che rappresenta la famiglia del generale di origine vandala) e quello della Musa e del Poeta.

Altri oggetti, paramenti, arredi, oggetti liturgici, dipinti e sculture rendono la visita al museo un momento davvero piacevole mentre all’esterno … l’acqua scendeva ininterrottamente, fino ad arrivare all’interno del museo stesso dove qualche bacinella raccoglieva le infiltrazioni.

Terminata la visita mi sono portato, sotto acqua inframezzata a grandine, in piazza Trento e Trieste, ho recuperato una piantina della città (giusto un minuto prima della chiusura dell’ufficio turistico), scoperto dove si trovava e il museo e diretto a quel luogo da cui speravo accoglienza: quale sconforto mi ha preso quando sono arrivato davanti al cancello chiuso (dalle 13.00 alle 15.00)!

La prospettiva di attendere due ore sotto una coltre di nubi che scaricavano acqua senza stancarsi un momento non mi entusiasmava, facendo sfoggio del mio famoso cipiglio decisionista ho rotto gli indugi: addio Monza sprofondante nell’acque, ti abbandono per la più accogliente Milano dove i musei non fanno la pausa pranzo.

Mi sono concesso, come pranzo, una confezione di cioccolatini Lindt, acquistati durante il tragitto verso la stazione e via verso Milano dove speravo di trovare il sole ed il Museo Poldi Pezzoli, ma questa è storia del pomeriggio, tutta un’altra storia.

Monza, 22 giugno 2019 memoria di san Paolino di Nola e dei santi Tommaso Moro e Giovanni Fisher, martiri