Per il 22 gennaio avevo in previsione una visita a Milano con l’amica Silvia Sangiorgi, saltata per via della convocazione a Modena, davanti al giudice di pace penale, giusto per sentirmi dire che ero libero, cioè non sarei servito come testimone perché l’avvocato difensore acconsentiva ad acquisire la mia relazione.

Non perdo tempo a parlare dello spreco di risorse che la giustizia italiana, per com’è strutturata, comporta; è sotto gli occhi di chiunque frequenti un’aula di tribunale o anche, semplicemente, quella dei giudici di pace (una delle più nefande invenzioni di questi anni).

Senza lamentarmi ne ho approfittato per rivisitare la chiesa, anzi l’abbazia di san Pietro che si trova esattamente a fianco dell’ufficio del giudice di pace e che custodisce i capolavori di Antonio Begarelli da me assai apprezzato.

Ho rivisto con grande piacere le opere di Antonio Begarelli che, mi spiegava un cortese signore presente nel negozio attiguo, è considerato dagli americani come il Michelangelo della terracotta.

Molto belle le tele di Francesco Bianchi Ferrari (Madonna col Bambino in trono e i santi Girolamo e Sebastiano) e di Ercole Setti (sant’Orsola e le vergini compagne), di Francesco dell’Abate (Annunciazione). Da ricordare anche il Crocifisso in stucco policromo di scultore emiliano del XVI secolo ed un bellissimo coro ligneo di Gian Francesco Testi, per non parlare dell’organo, ma è inutile cincischiare, il re della chiesa è Antonio Begarelli.

Ricordo con commozione quando andavo in giro per Modena a vedere le sue opere, sempre bellissime. Qui si trova il suo monumento funebre (tale dal 1885): il Padre tra due angeli, la madonna col Bambino in una gloria di angeli ed in basso 4 santi di rilievo: san Pietro, san Paolo, san Geminiano e san Benedetto.

Opera bellissima ma non la sola poiché l’abbazia custodisce anche un Compianto e le sei statue della navata centrale (san Pietro, san Benedetto, santa Giustina, Madonna col Bambino, san Francesco d’Assisi e san Bonaventura). Tutte opere in terracotta, materiale teoricamente umile, a portata di mano di chiunque, a portata di mano e … di pensiero, quello che hanno saputo applicarvi dei maestri come Antonio Begarelli, preceduto da Guido Mazzoni e, a Bologna, Niccolò dell’Arca. Una delle tante, infinite testimonianze della metafisica del frutto (come credo condividerebbe Giacomo Contri) versus metafisica dell’ente.

Sono poi passato poi dal comando di Modena, da cui mancavo da aprile dello scorso anno, sono 10 mesi e dove ho avuto modo di incontrare tanti colleghi che non sentivo da tempo ed è stato un autentico piacere.

Mi sono concesso il pranzo col commissario Piselli, persona che stimo, come tutti sanno.

Pranzo veloce, come da tradizione, parlando dei più disparati argomenti, dai nostri futuri, alla triste situazione italica: gli strappo una promessa cui tengo particolarmente: gli farò avere un libro che leggerà dandogli la precedenza su quelli che ha in cantiere.

Sto pensando all’ultimo libro, curato da Maria Gabriella Pediconi, edito da Sic, “Una logica chiamata uomo” che potrebbe, come spero, offrirgli dello straordinario materiale di riflessione.

Io lo sto trovando e scoprendo quanto il narcisismo sia onnipresente e parassitario; nulla ne resta escluso poiché l’istituzione chiamata uomo crea un ordinamento giuridico, ovvero una civiltà, ponendo delle alternative, nel bene e nel male.

Ci tornerò