Più cose assieme: ieri, 5 maggio, è tornato, come si dice in clericalese, alla casa del padre, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Benito Cocchi, arcivescovo emerito di Modena e abate di Nonantola, già vescovo di Parma.

Ebbi modo di conoscerlo, ai tempi delle mie più sfrenate manie clericali: una persona cortese che, al mio tentativo di inginocchiarmi e baciargli l’anello, mi sottrasse la mano commentando con un “non si usa più” o qualcosa di simile, il mio gesto. Il che lo fece connotare come un vescovo di sinistra, difetto ai limiti dell’imperdonabilità.

Essendo buona l’idea di Padre a lui lo affido con un’umile preghiera.

Seconda questione: oggi 6 maggio ricorre il 160° anniversario della nascita di Sigmund Freud.

Leggendo la biografia di Jones emerge il ritratto di un giovane dedicato alla scienza, positivista, com’era di moda ai tempi, ma anche alla filosofia; il suo lavorò, fortunatamente, si indirizzò in ben altra direzione.

La psicoanalisi non è classificabile come scienza, quanto invece come giurisprudenza (anche se Freud non arriverà personalmente a formulare chiaramente un tale esito).

Anni fa, a Rimini, don Pier Alberto Sancisi organizzò un bel convegno dedicato a Mosè, Gesù, Freud (cui aggiungerei Giacomo Contri): il primo ha fondato un popolo il cui rapporto specialissimo col proprio Dio lo ha costituito come il più odiato, perseguitato e straordinario popolo che la storia ricordi.

Il secondo ha fondato a sua volta un popolo con un orizzonte universale, valido per ciascuno e nei confronti di tutti; ha rilanciato la questione del Padre (non più Dio) col quale intratteneva ottimi rapporti ed ha portato a compimento la “metafisica del rapporto”, alternativa alla schiavistica dell’essere di tradizione greca.

Il terzo ha ripreso il pensiero dei primi due e ha rilanciato la questione, laica, del pensiero legittimo, sovrano e concludente.

Buon ultimo Giacomo Contri che sfruttando Freud e Lacan si è posto come lavoratore (un post al giorno toglie lo psicologo di torno) su quanto non era arrivato a esplicitazione o compimento nei primi due e il regime dell’appuntamento fu, con tutta la giuridica conseguente.

Cito dal post del 12 aprile u.s.:

… si può parlare di amore solo distinguendolo dalla misericordia, cosa da poveri:

     e riconoscendolo come passione senza patetico, e anche come interesse.

     L’amore è cosa da ricchi:

     però distinguendo la ricchezza come “la roba” (ricordate Mazzarò?) dalla ricchezza come modo di produzione della roba:

     qui ci sta anche S. Francesco, che tutti confondono con gioiose pezze al sedere.

     La lingua, coniugata con quella che abbiamo in bocca, è (ma raramente) modo di produzione della roba:

     bene o male lo ha detto anche Austin in How to do things with words (Come fare “robe” con parole, 1955), individuando le cose come azioni:

     ho appena scritto “La lingua è modo eccetera”, ma dovevo scrivere “può essere”, cioè potere:

     è un potere che pochissimi prendono, e molti avversano e censurano.

     Freud è un caso di presa del potere:

     poi gli psicoanalisti se ne sono largamente privati.