Debbo alla cortesia  di una gentile collega la foto che fa da immagine a questo post: scattata ieri mattina, non dirò in quali circostanze così da non creare imbarazzi a nessuno.

Il suo contenuto è presto detto: c’è la carcassa di una nutria, a bordo strada, niente di inconsueto da quando questi animali hanno colonizzato le nostre città e campagne.

Dunque una carcassa giaceva a bordo strada, su una strada per la quale erano previsti lavori di “tinteggiatura”: doveva essere rifatta la segnaletica orizzontale e qui viene il bello.

L’addetto alla striscia di margine è letteralmente transitato sulla carcassa, lasciandola al suo posto e disegnando su di essa la striscia di vernice; quando quei resti scompariranno, per una qualsiasi causa, resterà un tratto di margine privo della striscia relativa.

Niente di tragico, non sono pochi decimetri di vernice a cambiare il mondo ma mi colpisce l’indifferenza e la trascuratezza di chi, piuttosto che fermarsi un attimo e, come gesto minimo, scansare con una pedata la carcassa, ha preferito ignorare l’ostacolo e lavorare così malamente.

Un gesto di tale incuria rivela mancanza di rispetto verso l’ente pubblico che paga il lavoro; una collega mi ripete spesso di avere sentito pronunciare da una persona la seguente frase: “chi ruba allo stato (ma andava bene anche il comune o qualunque altro ente pubblico) non ruba a nessuno”.

In fondo l’italiano è convinto della verità di un tale adagio e critica e si scandalizza più per invidia che per ansia moralizzatrice.

Un altro esempio banale che mi viene da uno di tanti comuni che ho avuto modo di frequentare: il custode del municipio prende servizio alle 7.00, quando apre il portone d’ingresso, che resta a presidiare fino verso le 8.00-8.30, quando arrivano i primi impiegati; in quel lasso di tempo l’uomo o gira sotto i portici o gioca con lo smartphone.

Ebbene, in quel comune c’erano alcune piante in vaso, a fianco dell’ingresso, che sono tutte morte per carenza d’acqua, disseccate dalla calura estiva; il custode le vedeva ed ignorava ogni santa mattina e si guardava bene dall’annaffiarle (con sforzo ridicolmente minimo) perchè tale attività non rientrava nelle sue competenze.

Questi fatterelli provocano scandalo perchè nessun bravo cittadino è disposto ad accettare sì vergognose manchevolezze, ma ovviamente purché la cosa riguardi altri, sennò tutto cambia.

Le amicizie o i titoli vantati, durante i controlli, sono ormai uso talmente comune da rientrare nella normalità.

I miei sono esempi banalissimi, quotidiani; leggendo l’intervista del Corriere del 30 ottobre al dottor Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma, emerge un quadro ben più inquietante legato alla corruzione, che sarebbe, a suo dire sistemica: non fatico a crederlo.

L’Italia è un paese intrinsecamente marcio, anarchico e disonesto, dove prevale sempre la logica degli amici degli amici.

Senza risalire a tutti gli scritti sulla corruzione e alle leggi che si occupavano “de repetundis” dei padri latini, basta accontentarsi delle origini dell’unità italica tanto decantata: lo scandalo della Banca Romana sta lì a ricordarci che sin dalla nascita lo stato italiano era connotato da scandali politico finanziari legati alla corruzione.

A dimostrazione che la differenza micro macro non esiste, mi viene in mente una questione avvenuta in un comune, anche in questo caso nulla a che vedere coi tanti che ho frequentato: ordunque in questo paese l’assessore con delega a lavori pubblici, viabilità, sport, patrimonio ha uno studio professionale come geometra, guarda caso nel territorio del medesimo comune.

Non si tratta, in questo caso, di corruzione, ma di malcostume (che è sempre al limite ma ben oltre l’opportuno) e di palese conflitto di interessi che né il sindaco, né il consiglio, minoranza compresa ha mai eccepito, perchè, evidentemente è talmente naturale che così fan tutti e quindi chi ci bada?

Italia, paese senza speranza.