In America un’ondata di non ho ben chiaro cosa sta portando alla rimozione di tutta una serie di monumenti dedicati a controverse figure del passato schiavista degli stati del sud.

Ho sentito alla radio che questi monumenti sono stati una scelta politica compiuta e realizzata tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del secolo scorso; essi rappresenterebbero non le classiche figure eminenti di quel periodo ma personaggi che, più che per il loro rilievo storico, testimonierebbero la volontà di quella parte d’America di celebrare la divisione razziale e, immagino, il suprematismo bianco.

Che l’erezione di un monumento sia una scelta politica è talmente ovvio che non serve perderci troppe energie e che gli stessi monumenti siano i muti, pubblici, perenni testimoni di una certa ideologia  è un’altra evidenza.

Chi li finanzia e chi ne decide la costruzione lo fa, normalmente, perchè vuole rendere pubblico, e per quanto possibile eterno, un determinato valore oltre che una certa persona che quel valore ha incarnato.

Evidentemente una parte degli americani del sud di un certo periodo hanno pensato di onorare alcuni loro concittadini, modelli delle virtù americane allora in voga o incrinate (e quindi da confermare).

Quali valori propugnavano? beh il suprematismo bianco, pare di capire, quindi il razzismo e la segregazione razziale

Valori oggi condivisibili? Non credo ci sia da starne a discutere più di tanto, scontata è la risposta: no, anzi come dicevo ai miei nipoti quando erano pargoletti, per rafforzare un diniego: noissimo.

Questi contestatissimi monumenti sono delle opere d’arte? Non ne ho mai visto uno ma immagino che i finanziatori di simili progetti non avrebbero mai scelto un qualche artista d’avanguardia, per cui immagino che siano opere che devono trasmettere concetti non particolarmente profondi, men che meno sofisticati e artisticamente innovativi, il che significa che siano ben lungi dall’essere classificabili come capolavori.

Capisco anche che oggi possano risultare scomodi, addirittura odiosi perchè il processo di emancipazione dal razzismo è considerato un percorso non ancora del tutto compiuto e quindi quelle celebrazioni pietrificate sono una scomoda propaganda pro razzismo che getta sale su di una ferita ancora aperta.

Capisco tutto.

Un simile fervore iconoclasta aveva pervaso anche il nobile spirito della nostra amatissima presidente della camera, Laura Boldrini, che ha più volte sostenuto la necessità di abbattere monumenti risalenti all’epoca fascista o, perlomeno, abraderne le scritte ritenute più insopportabili (il Mussolini Dux dell’obelisco del Foro Italico).

In entrambi i casi si tratta di damnatio memoriae, niente di nuovo visto che è, questa, una pratica ereditata dai padri romani e non solo.

Già gli egizi la utilizzavano, com’è testimoniato dal caso del faraone eretico fondatore del monoteismo, Akhenaton che ascese la trono col nome  di Amenofi IV.

Un altro episodio simile lo si trova nei mosaici di sant’Apollinare Nuovo, in quello scrigno di bellezza che è Ravenna

Anche i tempi moderni hanno visto spesso utilizzato questo sistema di cancellazione di una persona o partito politico.

Ha senso un tale comportamento? evidentemente no.

La storia non si cancella, piaccia o meno.

Se i monumenti risultano politicamente scomodi (quelli comunisti, ad esempio, in varie parti d’Europa) si può sempre copiare il lodevole esempio di Budapest: a una decina di km dalla città c’è il Memento Park, che purtroppo non sono mai riuscito a visitare e me ne rammarico, dove sono raccolte svariate statue rimosse dopo la caduta della dittatura comunista.

Una soluzione intelligente, che preserva comunque la produzione artistica di un certo periodo, trasmettendola ai posteri, senza concessioni ideologiche.

Al contrario, la distruzione è un atto tipico di chi vuol lavarsi le mani e la coscienza o del vincitore che vuole eliminare qualunque presenza dello sconfitto.

Condannare all’oblio è un modo per attribuire ogni responsabilità allo sconfitto, guardare la storia con lenti manichee e compiere un’operazione politicamente e culturalmente a dir poco discutibile.

La scomparsa di ogni simbolo nazista in Germania non l’ha preservata dalla rinascita di giovani attratti da quella tremenda ideologia, così come in Italia col fascismo.

Un giorno gli storici diranno che né il nazismo né il comunismo sono stati il male assoluto perché il male assoluto non esiste e la realtà è sempre più complessa di quanto non si creda.

Parma, 23 agosto 2017 memoria di santa Roma da Lima Vergine