Sono debitore, come ogni volta che mi capita di scrivere qualcosa, ad un amico, il consueto Gabriele Trivelloni, che mi ha segnalato un libretto delizioso, come un antipasto.

L’autore è Amos Oz, di cui non è difficile immaginare la provenienza etnica; famoso scrittore (che non conoscevo, purtroppo, d’altro canto la mia ignoranza è pari soltanto alla falsa modestia) e, come ogni scrittore che si rispetti, conferenziere.

In questo caso le occasioni pubbliche sono tre, in Germania, presso l’università di Tubinga: tre lezioni dedicate al fanatismo, argomento poco interessante se non fosse che l’autore propone una qualche ricetta per combatterlo.

Pittoresca la definizione di fanatismo come punto esclamativo ambulante, ovvero “dimmi come parli e ti dirò chi sei”.

Con scelta condivisibilissima e intelligente Oz propone come antidoto, tra gli altri, Shakespeare il cui parlare (scrivere, ma non è diverso) è sempre un invito all’altro, è sempre un appuntamento, con la giuridica che ne consegue.

Il punto esclamativo, al contrario, chiude: Narciso ipotizzo che fosse un gran cultore ed utilizzatore del punto esclamativo.

Oltre a questa definizione si trovano alcuni racconti tipicamente ebraici e bellissimi nella loro concisione.

Il primo è un colloquio, che potrebbe capitare a chiunque «dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede? “. Allora Dio, in questa storia, risponde: “A dirti la verità, figlio mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno mi interessa“.»

Poche righe per liquidare la malefica favola dei tre anelli di origine medioevale e rilanciata da Lessing in “Nathan il saggio”; qui di seguito la versione abbreviata estrapolata dalla traduzione Garzanti di Andrea Casalegno (I grandi libri):

«Molti anni or sono un uomo, in Oriente, possedeva un anello inestimabile, un caro dono. La sua pietra, un opale dai cento bei riflessi colorati, ha un potere segreto: rende grato a Dio e agli uomini chiunque la porti con fiducia. Può stupire se non se lo toglieva mai dal dito, e se dispose in modo che restasse per sempre in casa sua? Egli lasciò l’anello al suo figlio più amato; e lasciò scritto che a sua volta quel figlio lo lasciasse al suo figlio più amato; e che ogni volta il più amato dei figli diventasse, senza tenere conto della nascita ma soltanto per forza dell’anello, il capo e il signore del casato.

E l’anello così, di figlio in figlio, giunse alla fine a un padre di tre figli. Tutti e tre gli ubbidivano ugualmente ed egli, non poteva farne a meno, li amava tutti nello stesso modo. Solo di tanto in tanto l’uno o l’altro gli sembrava il più degno dell’anello – quando era con lui solo, e nessun altro divideva l’affetto del suo cuore. Così, con affettuosa debolezza, egli promise l’anello a tutti e tre. Andò avanti così finché poté.

Ma, vicino alla morte, quel buon padre si trova in imbarazzo. Offendere così due figli, fiduciosi nella sua parola, lo rattrista. – Che cosa deve fare? – Egli chiama in segreto un gioielliere, e gli ordina due anelli in tutto uguali al suo; e con lui si raccomanda che non risparmi né soldi né fatica perché siano perfettamente uguali. L’artista ci riesce. Quando glieli porta, nemmeno il padre è in grado di distinguere l’anello vero. Felice, chiama i figli uno per uno, impartisce a tutti e tre la sua benedizione, a tutti e tre dona l’anello – e muore. Morto il padre, ogni figlio si fa avanti con il suo anello, ogni figlio vuol essere il signore del casato. Si litiga, si indaga, si accusa. Invano. Impossibile provare quale sia l’anello vero.

I figli si accusarono in giudizio. E ciascuno giurò al giudice di avere ricevuto l’anello dalla mano del padre (ed era vero), e molto tempo prima la promessa dei privilegi concessi dall’anello (ed era vero anche questo). Il padre, ognuno se ne diceva certo, non poteva averlo ingannato; prima di sospettare questo, diceva, di un padre tanto buono, non poteva che accusare dell’inganno i suoi fratelli, di cui pure era sempre stato pronto a pensare tutto il bene; e si diceva sicuro di scoprire i traditori e pronto a vendicarsi.

Il giudice disse: «Portate subito qui vostro padre o vi scaccerò dal mio cospetto. Pensate che stia qui a risolvere enigmi? O volete restare finché l’anello vero parlerà? Ma… aspettate! Voi dite che l’anello vero ha il magico potere di rendere amati, a Dio e agli uomini. Sia questo a decidere! Gli anelli falsi non potranno. Su, ditemi: chi di voi è il più amato dagli altri due? Avanti! Voi tacete? L’effetto degli anelli è solo riflessivo, non transitivo? Ciascuno di voi ama solo se stesso? Allora tutti e tre siete truffatori truffati! I vostri anelli sono falsi tutti e tre. Probabilmente l’anello vero si perse, e vostro padre ne fece fare tre per celarne la perdita e per sostituirlo. 
«Se non volete, proseguì il giudice, il mio consiglio e non una sentenza, andatevene! Ma il mio consiglio è questo: accettate le cose come stanno. Ognuno ebbe l’anello da suo padre: ognuno sia sicuro che esso è autentico. – Vostro padre, forse, non era più disposto a tollerare ancora in casa sua la tirannia di un solo anello. E certo vi amò ugualmente tutti e tre. Non volle, infatti, umiliare due di voi per favorirne uno. Orsù! Sforzatevi di imitare il suo amore incorruttibile e senza pregiudizi. Ognuno faccia a gara per dimostrare alla luce del giorno la virtù della pietra nel suo anello. E aiuti la sua virtù con la dolcezza, con indomita pazienza e carità, e con profonda devozione a Dio. Quando le virtù degli anelli appariranno nei nipoti, e nei nipoti dei nipoti, io li invito a tornare in tribunale, tra mille e mille anni. Sul mio seggio siederà un uomo più saggio di me; e parlerà. Andate!».

Così disse quel giudice modesto.»

Il contrasto è stridente, anzi più che contrasto alternativa di civiltà.

Sul versante di Oz ci metterei sicuramente Gesù e Freud; quest’ultimo scriveva, come ha rilevato Verenna Ferrarini nel suo ottimo “Laboratorio filosofico freudiano”:

«Occorre adesso menzionare due tentativi che danno l’impressione di uno sforzo spasmodico per eludere il problema. L’uno, di natura violenta è antico, l’altro è raffinato e moderno. Il primo è il Credo quia absurdum dei Padri della Chiesa. Esso intende affermare che le dottrine religiose si sottraggono alle esigenze della ragione, la sovrastano. […] Il secondo tentativo è quello della filosofia del “come se”. In base ad esso si fa presente come nella nostra attività di pensiero numerosi siano gli assunti della cui infondatezza – o addirittura assurdità – siamo pienamente consapevoli. Anche se li chiamiamo finzioni, per svariati motivi pratici siamo indotti a comportarci “come se” a queste finzioni prestassimo fede. Ciò varrebbe anche per le dottrine religiose, data la loro importanza incomparabile ai fini della sopravvivenza della società umana.  Quest’argomentazione non è molto lontana dal Credo quia absurdum . Ritengo però che l’esigenza del “come se” sia di natura tale da essere concepita soltanto da un filosofo. L’uomo che nel proprio pensiero sfugge alla suggestione degli artifici della filosofia non potrà mai accettarla; per costui, con l’ammissione dell’assurdità o dell’antirazionalità, il discorso è chiuso. Non può essere tenuto, proprio in relazione a quel che ai suoi occhi è più importante, a rinunciare alle garanzie da lui altrimenti richieste per tutte le sue abituali attività. Mi ricordo di uno dei miei figli, che precocemente si distingueva per un particolare vigore del senso della concretezza. Quando ai bambini veniva raccontata una favola, che essi ascoltavano con grande attenzione, si faceva avanti e domandava: “È una storia vera?” Ottenuta la risposta negativa, si allontanava con sguardo sprezzante. C’è da attendersi che gli uomini si comportino fra non molto in maniera analoga nei riguardi delle favole religiose, nonostante la raccomandazione del “come se”. Eppure a tutt’oggi essi si atteggiano in modo del tutto differente e, a dispetto della loro incontestabile mancanza di convalide, nei tempi andati le rappresentazioni religiose hanno esercitato sull’umanità l’influsso più poderoso. Questo è un problema psicologico nuovo. Occorre domandarsi in che cosa risieda la forza interna di queste dottrine e a che cosa esse debbano la loro efficacia, che non dipende in alcun modo da un’accettazione razionale.»

[S. FREUD (1927), L’avvenire di un’illusione , OSF 10, Bollati Boringhieri, p. 458 e 458n]

Può essere immune dal fanatismo il pensiero religioso?